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Cristiani nel mondo musulmano

La diaspora dei cristiani /1 Quell'angolo di Iraq a Detroit

Julet Yousif guarda le tre figlie giocare e scherzare nella cucina di casa. Da qualche tempo, "casa" per loro significa un appartamento in un complesso residenziale in mezzo al verde a Sterling Heights, un sobborgo di Detroit, molto distante da Baghdad, dove sono nate, e dalla zona cristiana di Beirut, in cui sono cresciute e dove per anni hanno atteso la possibilità di raggiungere il Michigan. La terra promessa dei caldei. «Qui stanno scoprendo cosa significa libertà», dice Julet con lo sguardo rivolto alla ragazzine in sgargianti tute da ginnastica americane. «La cosa più importante è che non debbano vivere nella paura. Qui non abbiamo il timore che la polizia, come accade in Libano, dopo un normale controllo ti rispedisca in Iraq. Voglio che vadano a scuola, studino e crescano senza la paura di essere rapite perché cristiane, come accade oggi in Iraq. È successo di recente a mia cognata: l'hanno prelevata al college dove studia a Baghdad e tenuta in ostaggio per due settimane, fino a quando non abbiamo trovato 5 mila dollari per liberarla. Adesso va in giro con il velo, perché le hanno detto che se la trovano a testa scoperta le tagliano la gola».

 

 

Julet Yousif e le figlie Vyane, Bane e Ivane sono arrivate negli USA lo scorso autunno, insieme ad altri 1.604 rifugiati iracheni - in gran parte membri delle Chiese caldea e assira, o di altre minoranze religiose minacciate dall'estremismo islamico - che l'America ha accolto nel 2007, dopo aver fatto per anni resistenza a riconoscere lo status di perseguitati a cittadini di un paese dove l'amministrazione Bush ritiene d'aver portato la democrazia. Un'ondata destinata a ingrossarsi, sulla scia della decisione del governo americano di accogliere altri 12 mila rifugiati di nazionalità irachena nel corso del 2008.

 

 

I nuovi arrivi seguono un percorso già battuto da tempo da migliaia di loro predecessori. I profughi andranno ad accrescere la comunità dei cristiani caldei d'America, che già conta su circa 170 mila persone in Michigan, 50 mila in California nell'area di San Diego e altre 30-40 mila tra Arizona e Nevada. Un intero popolo dalle radici antichissime, che da quasi un secolo sta ricostruendo se stesso, in modo straordinario, in un'insolita Mesopotamia sorta non più tra il Tigri e l'Eufrate, come all'epoca dei loro antenati, ma concentrata in gran parte nella regione dei Grandi Laghi. L'area metropolitana di Detroit, la capitale mondiale dell'automobile, è diventata nei sobborghi tra Springfield, Farmington Hills e Oak Park una moderna Babilonia, che oggi cerca di farsi carico, come può, anche di ciò che resta dei caldei dell'antica Babilonia, quella in Iraq, dove l'escalation di violenze contro i cristiani, il loro esodo forzato, i tentativi di conversione, l'assassinio di sacerdoti e fedeli, hanno spinto Papa Benedetto XVI a lanciare appelli accorati nel corso di tutto il 2007. L'attenzione del Santo Padre è stata testimoniata anche dalla sua decisione di consegnare la porpora cardinalizia al Patriarca di Babilonia dei Caldei, Emmanuel III Delly, che dal dicembre 2003 guida la Diocesi di Baghdad. Circa 200 caldei americani hanno festeggiato l'evento in San Pietro a novembre, in quella che è stata una nuova occasione per la Santa Sede di rilanciare l'allarme. «Come non volgere lo sguardo con apprensione ed affetto, in questo momento di gioia - ha detto il Papa durante il Concistoro del 24 novembre - alle care comunità cristiane che si trovano in Iraq? Questi nostri fratelli e sorelle nella fede sperimentano nella propria carne le conseguenze drammatiche di un perdurante conflitto e vivono al presente in una quanto mai fragile e delicata situazione politica».

 

 

«Ci sono segni concreti del rischio che i caldei e gli altri cristiani in Iraq vadano incontro all'estinzione, e noi stiamo facendo quello che possiamo per cercare di prevenirlo», afferma Joseph T. Kassab, direttore esecutivo della Chaldean Federation of America (CFA), l'organizzazione-ombrello che riunisce le maggiori entità caldee negli Stati Uniti. Non è certo la prima volta che l'antica Chiesa cristiana si trova a fare i conti con fasi storiche drammatiche, ma in passato non era mai emerso il rischio di uno sradicamento dalla Mesopotamia degli avi. Padre Manuel Boji, uno dei punti di riferimento della comunità caldea del Michigan, tenta un parallelo storico per dare un'idea di ciò che sta avvenendo: «Questa è un'era di persecuzione per noi, paragonabile all'epoca di Gengis Khan».

 

 

Una storia millenaria

 

 

Il popolo che si trova oggi costretto a fronteggiare l'emergenza umanitaria provocata dalla persecuzione religiosa affonda le proprie radici nella culla delle più antiche civiltà. I caldei si considerano gli eredi delle civiltà sumera e assiro-babilonese, i discendenti di Hammurabi, i pronipoti di Nabucodonosor, il re che donò al mondo lo splendore dei Giardini pensili. L'aramaico, la "lingua franca" del mondo antico, quella con la quale si esprimeva anche Gesù, è ancora oggi usato dai caldei, a testimonianza del profondo legame con l'antichità e la tradizione. Nelle case, in Medio Oriente come in Michigan, si parla l'aramaico caldeo, mentre la Messa è celebrata in aramaico classico. Quella caldea è una Chiesa apostolica. Le popolazioni dell'attuale Iraq furono convertite al Cristianesimo nel primo secolo da San Tommaso Apostolo e da San Addai (Taddeo di Edessa, a cui vengono fatte risalire anche le preghiere del messale caldeo). Nel V secolo trionfò tra i cristiani della Mesopotamia il nestorianesimo, che, separando nettamente la natura umana e divina nel Cristo, ridimensionava la figura di Maria, non più "Madre di Dio", ma solo "Madre di Cristo". Il distacco dalla Chiesa cattolica proseguì per secoli, fino a quando nel 1553 Papa Giulio III riaccolse il Vescovo di Mossul in comunione con Roma e gli diede il titolo di "Patriarca dei Caldei". Nasceva così il rito caldeo della Chiesa cattolica, ma furono necessari altri secoli perché le ferite del passato fossero rimarginate: e non lo sono ancora del tutto. Una parte minoritaria dei caldei (la Chiesa assira dell'Oriente) non è tuttora in piena comunione con Roma, anche se il principale problema dogmatico è stato risolto con la dichiarazione congiunta del 1994 e da luglio 2001 è possibile l'intercomunione.

 

 

Una data decisiva per la storia dei caldei che ora vivono tra il Medio Oriente e l'area di Detroit è il 1830 quando un altro Vescovo di Mossul, Giovanni IX Hormizd, tornò a sottomettersi a Roma e ricevette il titolo di "Patriarca di Mossul". All'interno della sua comunità, una delle località più vivaci era un villaggio che i caldei chiamano Telkeppe (che significa "collina rocciosa") e che sulle mappe locali figura in arabo come Telkaif. È qui che iniziò il cammino che portò dalla valle del Tigri al Michigan.

 

 

Il popolo esule di Telkaif

 

 

Nel 1889 arrivò negli Stati Uniti quello che dalle ricerche di Mary C. Sengstock, professoressa di sociologia alla Wayne State University di Detroit, risulta essere stato il primo caldeo d'America. Si chiamava Zia Attalla, fu assunto a lavorare in un albergo a Filadelfia e in seguito tornò in Medio Oriente per inaugurare un proprio hotel a Baghdad. Attalla aprì una strada che all'inizio del XX secolo cominciò a essere percorsa da altri caldei. La migrazione fu lenta, nei registri del 1923 in Michigan risultavano presenti solo ventitré caldei. Ma ben presto il rivolo divenne un fiume, fino a creare la vasta comunità attuale. Uno degli aspetti più significativi del fenomeno è il fatto che la quasi totalità degli attuali caldei d'America può far risalire in qualche modo le proprie radici al villaggio di Telkaif. Tra loro c'è anche padre Boji, arrivato negli USA nel 1987 per motivi di studio e rimasto poi a vivere a Southfield. «Avevo 41 anni quando sono partito, Telkaif resta la mia "casa", ma è triste oggi pensare a cosa si è ridotto il nostro villaggio», racconta il sacerdote, seduto in un ufficio pieno di libri in arabo e in inglese, all'interno di una palazzina a un piano che affianca Our Lady of the Chaldeans, la cattedrale dei caldei americani a Southfield e la principale chiesa della Chaldean Eparchy of Saint Thomas the Apostle, la Diocesi dei cattolici caldei dell'area di Detroit. Un altro ufficio nella stessa palazzina ospita il Vescovo Ibrahim Ibrahim, la guida spirituale di una comunità che conta su sei parrocchie caldee nell'area di Detroit, con chiese sempre stracolme durante la Messa domenicale e sempre a caccia di nuovi spazi, per rispondere alla crescita di un popolo che aumenterà ulteriormente con l'apertura degli USA a migliaia di nuovi profughi iracheni. «I caldei che restano a Telkaif sono probabilmente il 2% di quelli che vi abitavano e se ne sono andati», spiega padre Boji. «Era un luogo dove si viveva in pace, in armonia con le altre religioni, e con uno stile di vita semplice che ora è stato cancellato. Adesso domina la miseria e la paura».

 

 

Quando i primi abitanti di Telkaif cominciarono a spostarsi verso gli USA all'inizio del XX secolo, gli echi delle dispute con Roma non si erano ancora sopiti: nelle testimonianze lasciate da alcuni di loro, c'erano i ricordi dei racconti dei nonni sulle controversie religiose del XIX secolo, che richiesero del tempo per placarsi anche dopo che il Papa riconobbe nel 1830 il Patriarca di Mossul. Ma oggi, un secolo dopo, la comunità che ruota intorno alla cattedrale di Southfield è profondamente legata al Santo Padre, e grata, nelle parole di padre Boji - anche lui volato a Roma nel novembre scorso - «per il gesto da buon pastore di sostegno ai cristiani in Iraq che ha voluto compiere con la nomina a cardinale del nostro Patriarca». Cosa abbia spinto gli emigranti di Telkaif a scegliere proprio l'area di Detroit, dopo essere sbarcati a Ellis Island in mezzo alle ondate di europei in arrivo nei primi decenni del XX secolo, resta un piccolo mistero. La professoressa Sengstock, così come la direttrice del Chaldean Community Cultural Center, Josephine M. Saroki Sarafa, concordano nell'individuare tre principali ragioni. La prima è che all'epoca, grazie soprattutto a Henry Ford, era in piena esplosione l'industria automobilistica di Detroit e l'offerta di posti di lavoro attirava molti tra i nuovi arrivati negli Stati Uniti. La seconda ragione è legata alla presenza in Michigan, prima ancora dei caldei, di una consistente comunità di cattolici maroniti libanesi: la possibilità di frequentare una chiesa orientale, di parlare arabo e trovare piatti tradizionali della cucina mediorientale, era un'attrattiva per gli immigrati dall'ex Mesopotamia. Infine, Detroit si trova sul confine con il Canada e questo facilitava le comunicazioni con i caldei che sbarcavano in quel paese, in attesa di entrare negli USA.

 

 

Oggi, a dieci minuti d'auto da Southfield e dall'area abitata dai caldei, senza uscire dai sobborghi di Detroit, si arriva a Dearborn, un altro luogo-simbolo che racconta la trasformazione americana. La città, 90 mila abitanti, un tempo era nota soprattutto come il luogo che aveva dato i natali a Henry Ford e come quartier generale mondiale del colosso delle auto che porta il suo nome. Oggi Dearborn è invece conosciuta soprattutto perché ospita la più vasta comunità di arabi musulmani in tutti gli USA [cfr. Jeneive Abdo, Quel minareto yemenita piantato nel cuore dell'America in «Oasis», 4, pp. 101-104]. Yemeniti, libanesi, palestinesi riempiono le sue strade, girando per le quali si respirano spezie mediorientali. Il venerdì i negozi sono chiusi e le moschee si riempiono, come se la località fosse affacciata sul Golfo Persico, invece che sorgere a due passi dal confine canadese. Con il tempo, mentre a Dearborn arrivavano immigrati da più parti del Medio Oriente, a Southfield e dintorni i caldei hanno creato una vivace e prospera comunità basata su tre pilastri: famiglia, chiesa e grocery store, i negozi di alimentari che divennero la loro specializzazione.

 

 

Una comunità di successo

 

 

L'attaccamento tradizionale al nucleo familiare ha spinto i caldei per decenni, e ancor oggi, a cercare di portare negli USA dall'Iraq quanti più membri possibile della famiglia. Genitori, nonni, zii e nipoti restano oggi il primo e principale punto di riferimento anche per le nuove generazioni di caldei, composte da giovani nati in America che di Telkaif hanno sentito parlare solo nel racconto dei "vecchi". La chiesa resta parte integrante del DNA della comunità. Lo testimonia anche la rapidità con cui si sono sviluppate le parrocchie nel West, subito dopo l'arrivo dei primi caldei a San Diego (un gruppo di giovani, educati dai gesuiti, chiamati a insegnare arabo ai militari dell'Army Language School destinati al Medio Oriente). Quattro parrocchie sono nate in California e altre in Arizona, creando le condizioni per la recente nascita della seconda Diocesi caldea negli Stati Uniti. Quanto ai grocery stores, furono all'origine dello sviluppo della comunità di immigrati caldei. I primi arrivati acquistarono un negozio di alimentari da un siriano. Ben presto, l'etica del lavoro degli ex abitanti di Telkaif e la struttura familiare con cui organizzavano il loro business fecero fiorire gli affari e i minimarket si moltiplicarono. Oggi però solo poche famiglie caldee vivono dei proventi di un grocery store. I figli degli immigrati hanno fatto notevoli passi avanti, sono entrati nelle università, hanno portato nuove idee e lanciato imprese di ogni genere, specie nel settore tecnologico.

 

 

Un caso significativo è proprio Joseph Kassab, 55 anni, il direttore della CFA e fratello dell'ex Vescovo caldeo di Bassora, Monsignor Djibrail Kassab, che nel 2006 il Papa ha nominato Arcivescovo della neonata Diocesi dei caldei in Australia e Nuova Zelanda, la Chaldean Eparchy of Oceania. Nel 1979 Joseph Kassab lasciò Baghdad, dove si era laureato in materie scientifiche, per sfuggire alle pressioni politiche del partito Ba'ath di Saddam Hussein. Non volendo entrare a far parte del partito, l'unica alternativa era l'esilio. Kassab si rifugiò per alcuni mesi in Italia, presso una comunità di esuli iracheni a Ostia, poi fece il grande balzo verso l'America. Oggi dirige nell'area di Detroit un'azienda all'avanguardia nel settore delle nanotecnologie, che si appresta a lasciare al figlio Pierre. «I caldei oggi sono medici, imprenditori, protagonisti del mondo finanziario», spiega Kassab. «Quando gli iracheni caldei arrivano in un paese, divengono un asset, non un peso». Le giornate di Kassab sono divise tra la società tecnologica e l'ufficio di direttore esecutivo della CFA, ubicato nella palazzina sede delle varie attività di un imprenditore caldeo, Michael J. George, che è anche il presidente della CFA. Ovunque tra Southfield e Farmington Hills, si trovano attività commerciali e imprese che portano nomi con radici irachene e molti sono i segni della prosperità raggiunta dai nipoti degli immigrati della prima metà del XX secolo. Il più evidente è l'esclusivo Shenandoah Country Club, a West Bloomfield, con il suo immacolato campo da golf, le salette riservate ai soci e gli eleganti saloni dove vengono celebrati gran parte dei matrimoni della comunità. «Questo paese che ci ha accolto, l'America, è stato senza dubbio molto generoso con noi», dice orgoglioso Kassab, facendo da guida nei grandi spazi del club, costellati da decorazioni e statue che conservano i segni della millenaria civilità babilonese.

 

 

In una vasta area dello Shenandoah Country Club è al lavoro un team di studiosi, guidato da Josephine M. Saroki Sarafa, che si prepara a inaugurare nella seconda metà del 2008 un centro espositivo interattivo dedicato a ricostruire e tramandare la tradizione caldea. Finanziato quasi interamente da donazioni della comunità locale e delle imprese controllate da caldei, il Chaldean Cultural Center permetterà di compiere un viaggio nel tempo, tornando all'epoca dell'antica Babilonia, per poi avventurarsi tra le prime chiese cristiane. Con tesori originali, copie di capolavori, ricostruzioni multimediali e accurate scenografie, il museo - ma il termine è riduttivo - permetterà di scoprire come si viveva nella vecchia Telkaif e quale vita abbiano fatto i primi immigrati arrivati in Ame¬rica. «Non è semplice racchiudere 10 mila anni di storia in alcune stanze, ma ci stiamo provando», racconta Avita Bacall, una ricer¬catrice che lavora al progetto. Al centro della sala che ospiterà il cuore dell'esposizione, al momento della visita di Oasis, c'era una grande cassa di legno lunga due metri e mezzo, arriva¬ta direttamente dal Museo del Louvre di Parigi. All'interno è custodita la copia esatta del Codice di Hammurabi, l'alta stele di basalto del XVIII secolo a.C. che è un po' l'emblema stesso della civiltà mesopotamica. Il Codice sarà uno dei pezzi forti della mostra permanente, insieme a un trono di Nabucodonosor e a mol¬ti pezzi originali, come una tavoletta sumera della Terza Dinastia di Ur. E non mancheranno gli effetti speciali: Kaya Sanan, un fotografo e regista che ha lavorato tra l'altro alla ricostruzione cinematografica dell'odissea del Titanic, nel suo ruolo di direttore artistico del progetto ha realizzato un Gesù virtuale che parla in aramaico ai visitatori, nella sezione del centro culturale dedicata alla nascita della Chiesa caldea.

 

 

Il dramma dei profughi

 

 

Il successo ottenuto dai caldei nell'inserirsi nella società americana e il benessere che lo ha accompagnato, non hanno cancellato il legame con la terra degli avi né diminuito l'angoscia di fronte a ciò che l'Iraq è diventato oggi e la preoccupazione per i tanti parenti e amici che ancora vi abitano. Gli oltre 2 milio¬ni di profughi iracheni sparsi in una trentina di paesi diversi e i drammatici eventi che hanno segnato negli ultimi anni la vita dei cristiani rimasti in Iraq hanno provocato una grande mobilitazione dei caldei d'America, accompagnata tra l'altro da un consistente flusso di donazioni di denaro. Per la comunità di Detroit, gli eventi di questa fase storica hanno assunto un significato particolare. «Viviamo e siamo cittadini di un paese che ha invaso il nostro paese d'origine», spiega padre Boji. «La nostra comunità, in generale, era a favore della rimozione dal potere di Saddam Hussein, ma le aspettative erano per qualcosa d'altro, un'altra realtà. In questi anni non abbiamo certo mancato di esprimere tutta la nostra frustrazione ai politici, qui negli Stati Uniti, per ciò che avviene in Iraq. Per molto tempo hanno rifiutato anche di accettare di riconoscere lo status di rifugiati ai cristiani che venivano perseguitati, adesso per fortuna quantomeno da questo punto di vista le cose sono cambiate. Ma resta molto difficile immaginare cosa sarà l'Iraq tra 10 anni». Peraltro, sottolinea il sacerdote caldeo, far fuggire i cristiani dal Medio Oriente non è certo la soluzione più auspicabile, per il bene stesso dell'intera regione. «Per duemila anni i cristiani sono stati custodi importanti della civiltà mediorientale, hanno mantenuto la ricchezza di espressività umana di cui il Medio Oriente è sempre stato portatore. Hanno proposto una modalità diversa di approccio alla vita, in paesi a maggioranza musulmana». I rischi di un'estinzione dei cristiani mediorientali sono presi estremamente sul serio dai caldei americani, che hanno riconosciuto la necessità di ricorrere a strumenti di pressione sul sistema politico degli USA per far capire la portata del fenomeno e mobilitare anche Washington per contrastarlo. In America il lobbismo è una pratica che fa parte del patrimonio genetico stesso della vita politica e può ottenere risultati sorprendenti, anche da parte di comunità etniche e religiose. Lo hanno dimostrato nel corso del 2007 gli americani di origine armena, che sono riusciti a spingere un gran numero di membri del Congresso ad appoggiare il progetto di una risoluzione che ufficializzi come "genocidio" il massacro sistematico di cui il popolo armeno fu vittima all'inizio del XX secolo. Battendosi contro l'altrettanto potente lobby turca, i cristiani armeni sono stati invitati a dar testimonianza e anche a pregare dentro le sale di Capitol Hill, la sede del Congresso degli Stati Uniti, e la risoluzione ha ben presto raccolto una vasta adesione. Per fermarla, chiedendo di rinviarla a "un momento più opportuno", sono intervenuti lo stesso Presidente George W. Bush, il segretario di Stato Condoleeza Rice e il capo del Pentagono Robert Gates, preoccupati per le ripercussioni sulla guerra in Iraq: in caso di passaggio della risoluzione, infatti, la Turchia minacciava di cancellare il proprio indispensabile appoggio logistico alle operazioni militari americane in territorio iracheno.

 

 

L'episodio della risoluzione armena ha confermato che la politica, quando vuole, sa dare ascolto alle minoranze e i caldei ne hanno trovato conferma non solo convincendo finalmente l'amministrazione Bush ad aprire le porte ai profughi dall'Iraq, ma anche facendosi ascoltare in Congresso sul più vasto tema del futuro dei cristiani nel paese. Nel gennaio 2007 Kassab è stato tra i protagonisti della nascita del Chaldean Assyrian Syriac Council of America (CASCA), un'organizzazione che riunisce cristiani caldei, assiri e siriaci per parlare con una voce comune del dramma in atto in Iraq. Il 25 luglio in Congresso, la U.S. Commission on International Religious Freedom (USCIRF, la commissione che si occupa delle libertà religiose) ha ascoltato le deposizioni di testimoni raccolte dalla CASCA, in un clima di forte commozione. Pascale Warda, una cristiana assira che è stata in passato Ministro delle Migrazioni a Baghdad, ha raccontato vari episodi di persecuzioni contro i cristiani, tra cui la storia di «un bambino di un anno che è stato arrostito e deposto, su un piatto di riso, di fronte ai gradini d'ingresso della casa della madre», per convincerla ad abbandonare la fede cristiana o ad andarsene. «I cristiani - ha detto la Warda ai membri del Congresso - hanno tre opzioni: convertirsi all'Islam, pagare la tassa di protezione imposta ai non-musulmani, o lasciare le loro case senza portar via niente dei loro beni».

 

 

Donny George, un archeologo assiro, ex direttore dell'Iraqi National Museum, nella stessa occasione ha descritto lo scenario di rapimenti, stupri e massacri di cui i cristiani sono stati vittime negli ultimi anni in Iraq. Anche due membri del Congresso hanno testimoniato di fronte ai loro colleghi. Una di loro, Anna Eshoo, deputato della California di origini armene e assire, ha spiegato alla commissione che anche se i cristiani rappresentano solo il 3% della popolazione irachena, nel 2007 rappresentavano il 40% dei profughi, perché agli occhi dei fanatici islamisti sono percepiti come alleati degli americani. Dopo quella del 25 luglio, la USCIRF ha dedicato altre audizioni alla questione dei cristiani iracheni, chiamando a deporre tra gli altri anche Kassab, che ha descritto l'esito dei suoi molteplici viaggi di questi anni tra gli esuli in Giordania, Siria o Libano e l'attività della CFA per portare in America molti di loro. Nel suo ufficio a Farmington Hills, Kassab custodisce impressionanti documentazioni fotografiche che mostrano i segni che i cristiani iracheni portano sulla pelle delle angherie subite per la sola colpa di non essere musulmani. Una foto in un raccoglitore mostra due ragazze caldee, Linda e Rita, fotografate insieme ad alcuni amici e a un paio di soldati americani sorridenti: «Sono state entrambe uccise», racconta Kassab. Nonostante il miglioramento della situazione irachena che si è verificato nella seconda metà del 2007, accompagnato dal rientro di molti profughi a Baghdad e in altre località dell'Iraq, la diaspora dei caldei verso l'America non si ferma perché molti di loro in questi anni hanno perso tutto, e cercano ora di ricongiungersi alle famiglie rimaste negli USA.

 

 

Una vita in un fascicolo

 

 

La Chaldean Federation of America ha messo in piedi un network umanitario che permette ai profughi di essere aiutati nei paesi che li ospitano in Medio Oriente in ogni fase del complesso iter che li porterà un giorno a Detroit. Nella sede della CFA, 20 mila fascicoli contengono ciascuno un dramma personale o familiare, la documentazione di vite spesso sconvolte dall'irruzione di estremisti, uomini costretti ad abbandonare tutto e destinati a rimanere senza casa e senza patria. I volontari che seguono le pratiche di richiesta d'asilo annotano tutto: i soprusi subiti, gli stupri, le violenze, le mutilazioni. Per ognuno dei 20 mila membri di minoranze religiose irachene che cercano un futuro, sono elencate quarantacinque diverse informazioni, per facilitare il lavoro delle organizzazioni che gestiscono i profughi, come United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) o International Catholic Migration Commission (ICMC). Kassab e i suoi assistenti distribuiscono anche vere e proprie guide circa il comportamento da assumere durante le interviste realizzate dalle autorità (compresi consigli come: «Sii calmo e rilassato, guarda sempre negli occhi l'esaminatore, non avviare commenti di tua iniziativa…» e via dicendo). «Il problema, nel clima post 11 settembre», spiega Kassab, «è la sicurezza. Le autorità in pratica ci chiedono: "Chi sono queste persone?". Abbiamo continui contatti con il Department of Homeland Security, che gestisce i controlli sugli aspiranti rifugiati. Mi arrivano telefonate dal Medio Oriente di funzionari americani che mi chiedono di parlare direttamente con la persona che cerca asilo. E così chiedo da quale villaggio proviene, qual è la sua parrocchia, chi sono le persone che conosce. Cerco di raccogliere più informazioni possibili per aiutarlo. Un certificato di battesimo, per esempio, può essere uno strumento prezioso per far accelerare una pratica. Le persone che dall'Iraq cercano di venire qui sono pacifiche, ma da parte delle autorità c'è sempre il timore che qualcuno cerchi di infiltrarsi negli USA per compiere un atto di terrorismo. Siamo un'organizzazione umanitaria - aggiunge - il nostro scopo non è certo svuotare l'Iraq. Quando possiamo, contribuiamo a mandare aiuti finanziari ai caldei che vivono là. Ma se li cacciano, se tentano di convertirli all'Islam e se li lasciano senza speranza, noi li vogliamo aiutare».

 

 

Attesa frustrante

 

 

Tra coloro che hanno raggiunto l'America grazie al network di Kassab, ci sono Julet Yousif e le sue tre figlie. Nell'area di Detroit vive dai primi anni Ottanta il fratello della donna, Jawher "Joe" Yousif. «Sono fuggito dall'Iraq perché non volevo essere costretto a fare il servizio militare», racconta Joe, davanti a una tazza di chai che fuma sulla tovaglia verde a fiori nella cucina della nuova casa della sorella. «Due nostri fratelli erano già finiti nell'esercito, uno di loro è morto in guerra e io non volevo essere la terza persona in famiglia costretta ad andare a combattere. Per questo sono scappato, sono stato rifugiato tre anni in Italia e alla fine sono arrivato qui, dove c'erano già altri parenti, e oggi sono proprietario di un negozio di vino e birra».

 

 

Oggi nel Michigan vive buona parte della famiglia Yousif, compresi i genitori di Julet e Joe. Ma riuscire a far arrivare la donna e le sue tre figlie è stato difficile. L'attesa in Libano è durata più di nove anni, ed è stata spesso frustrante. «La prima volta che ho presentato alle autorità dell'ONU la richiesta dello status di rifugiata», racconta Julet in arabo (solo le figlie per ora hanno imparato l'inglese), «mi è stata respinta perché mio marito era un veterano di guerra iracheno. Lui è una persona colta, un architetto con due lauree, ma ha perso mezza gamba durante la guerra Iran-Iraq e il suo status di reduce e invalido di guerra rende difficile qualsiasi pratica di riconoscimento come profugo». Il marito di Julet fu costretto a lasciare il Libano e a tornare a Baghdad, dove vive tuttora. La moglie e le figlie lo hanno visto l'ultima volta nel 2005, gli parlano quando possono per telefono, ma non hanno idea di quando la famiglia tornerà a riunirsi. Per il momento, già l'arrivo negli USA della madre e delle tre ragazze è stato un enorme successo, costato colloqui con le autorità dell'ONU e americane a Beirut che avvenivano con lentezza esasperante: tra un appuntamento e l'altro, per discutere la loro pratica, trascorrevano sempre minimo 3-4 mesi, in un caso due anni e mezzo.

 

 

Alla fine, però, anche per loro è cominciata una nuova vita nella "Babilonia del Michigan". Vyane, Bane e Ivane, le tre figlie di Julet, che hanno tra i 12 e i 15 anni, hanno affrontato il loro primo anno scolastico in una normale scuola americana, insieme a ragazzi di varie etnie, uno spaccato della società sempre più diversificata che caratterizza gli Stati Uniti all'inizio del XXI secolo. «Il mio più grande desiderio adesso è che vadano al college», confessa la madre, manifestando la stessa aspirazione che milioni di mamme come lei hanno avuto nell'ultimo secolo sbarcando in America.

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