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Cristiani nel mondo musulmano

Seguire Cristo anche in Iraq

Testimoniare la fede cristiana per me, oggi, qui a Baghdad, a pochi giorni dagli attacchi coordinati alle chiese cristiane da parte di terroristi senza scrupoli, significa riandare a un dato logico e naturale. Chi segue Cristo deve semplicemente fare come lui, che ci ha detto: «Sarete miei testimoni fino agli estremi confini della terra»; deve cioè corrispondere al suo amore per tutti noi uomini. Per assumere questo comando sulla nostra pelle ogni giorno, in realtà, è sufficiente vivere ciò che il Signore ci ha indicato. I cristiani sanno che è questa la vera vita da vivere: essere fedeli a Dio, amare tutti senza interesse, e amare per primi, amare anche i nostri nemici, tutti quelli che ci odiano.

 

 

Quando le persone che vivono intorno a noi, che ci incontrano abitualmente o ci osservano a distanza, vedono questo nostro modo di vivere e relazionarci, si meravigliano, restano colpiti e sorpresi anche se non condividono la nostra fede e i nostri principi. Dovunque siamo, qualsiasi cosa facciamo, se seguiamo Cristo, dobbiamo vivere come Cristo: dobbiamo essere un altro Cristo in questo mondo. In modo che gli uomini, guardando le nostre opere, possano glorificare il Padre che è nei cieli.

 

 

Va ricordato che qui non solo i cristiani sono a rischio, ma tutti gli iracheni. Certamente ci sono difficoltà particolarmente evidenti per i cristiani, ci sono persone che non ci vogliono qui, ma noi viviamo e andiamo avanti con la certezza che Dio sarà con noi fino alla fine del mondo. Questo non si traduce in ingenuità; sappiamo bene che il rischio è la morte, il martirio. Per altro verso, abbiamo ben chiaro che testimoniare non è cercare il martirio, ma inserirsi nella storia e nella tradizione cristiana. Tuttavia essa ha incontrato in ogni epoca delle difficoltà che possono portare in certi contesti e vicende allo stesso martirio.

 

 

Qui a Baghdad in questi mesi - non possiamo negarlo - ci vuole un coraggio maggiore. La mattina quando esco di casa, sono consapevole del fatto che potrò incappare in un kamikaze, in un'autobomba, in un rapimento… E per questo ripeto ogni giorno la preghiera: «Signore nelle tue mani affido il mio spirito». Ma poi ci si muove, siamo tutti andati a visitare le chiese colpite nei giorni scorsi, senza esitare… Se il mondo di oggi è feroce contro Dio, la fede e i cristiani, tanto più siamo chiamati a testimoniare Cristo. Questo è il nostro primo dovere per il semplice fatto che ci chiamiamo cristiani. Cerchiamo di andare avanti, attaccandoci alla nostra fede e Cristo che ci ha salvati.

 

 

Se poi capita di morire per questo, allora saremo beati. Perché il discepolo deve essere come il suo maestro e il nostro è stato appeso alla croce. A quella croce abbiamo continuato a guardare negli ultimi anni, mentre le chiese si svuotavano per l'emigrazione di molti o l'allontanamento forzato di altri. Ma, al di là di tutte queste difficoltà materiali e di questa che a volte appare come una solitudine, in tutte le chiese abbiamo pregato e digiunato specialmente per la pace, perché il Signore dia la Sua grazia a tutti quelli che causano violenza, perché possano finalmente vedere qual è il bene per tutti gli iracheni e per tutto il nostro Paese. Noi diciamo che la preghiera sale al cielo e quando ridiscende porta con sé la pioggia della misericordia di Dio.

 

 

Chiedo all'Occidente di non distogliere la sua attenzione dal nostro Paese e che non si dimentichi di noi, perché questa guerra non sta distruggendo solo i cristiani, ma tutti gli iracheni. Sappiamo che in tanti si uniscono al Papa, ai Cardinali e ai Vescovi per gridare a tutto il mondo che l'Iraq è ferito, che dobbiamo medicarlo, che dobbiamo sentirci tutti corresponsabili. Qui abbiamo vissuto per secoli cristiani e musulmani uno accanto all'altro, ma i fondamentalisti - che ci sono sempre stati ovunque - hanno fatto saltare per aria con le bombe anche l'equilibrio e l'armonia tra i popoli. Noi però non ci arrendiamo: vogliamo cambiare lo sguardo su questi nemici e trasformare l'odio in amore. Seminiamo l'amicizia per mietere presto una nuova pace.

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