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Medio Oriente e Africa

La diffusione della pandemia in Medio Oriente e nord Africa

Lucian Coman - Shutterstock

Breve rassegna sull’andamento della pandemia nei Paesi dell’Area MENA. Mentre Israele annuncia un nuovo lockdown, in altri Paesi dell’area il peggio sembra passato. Permangono i dubbi sull’attendibilità dei dati.

Ultimo aggiornamento: 15/09/2020 07:57:46

I dati recenti sulla diffusione del Coronavirus fotografano situazioni molto differenziate tra i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Se infatti in alcuni Paesi la fase peggiore dell’emergenza sembra essere passata, in altri la nuova crescita dei contagi ha imposto la chiusura delle scuole e in alcuni casi un nuovo lockdown.

Mentre ieri in Italia sono state riaperte le scuole, notiamo che in questo momento a causa della pandemia circa il 40% degli studenti della regione non può accedere all’istruzione. A fronte di questi dati si pone con ancor più urgenza la domanda sul futuro di questi giovani.

 

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Di seguito una breve rassegna dell’andamento della pandemia nei Paesi dell’area MENA (dati aggiornati al 15.09.2020).

 

Marocco (tot. casi 86.686, tot. morti 1.578): a fronte della nuova crescita di casi il governo marocchino ha reimposto il lockdown a Casablanca. Le scuole avrebbero dovuto aprire lunedì 7 settembre, ma il rientro è stato posticipato. Ancora incerto quando verranno riaperte le frontiere per accogliere i turisti.

 

Algeria (tot. casi 48.007, tot. morti 1.605): calano leggermente i contagi dopo la fase di crescita registrata tra giugno e luglio.

 

Tunisia (tot. casi 6.635, tot. morti 107): nelle ultime settimane c’è stata una nuova impennata di contagi e l’11 settembre i casi hanno superato i 400 giornalieri. Il governo ha dichiarato zona rossa 21 governatorati su 24, la maggior parte dei quali al Sud.

 

Libia (tot. casi 22.781, tot. morti 362): i casi continuano a crescere, e dalle diverse municipalità si sollevano critiche nei confronti del Ministero della Salute, che non ha imposto l’isolamento dei principali centri di diffusione (Tripoli e Sebha tra questi). I dubbi sulle effettive capacità di monitoraggio delle infrastrutture sanitarie libiche, gravemente danneggiate dalla guerra, suggeriscono però di prendere con beneficio del dubbio i dati ufficiali.

 

Egitto (tot. casi 100.856, tot. morti 5.627): dopo aver attraversato la fase più acuta della crisi sanitaria, l’emergenza in Egitto sta rientrando e i contagi si stanno riducendo sensibilmente. Il ministro della Sanità egiziano ha incontrato martedì 8 settembre una delegazione cinese per discutere di una possibile cooperazione sanitaria orientata alla produzione di un vaccino in Egitto.

 

Israele (tot. casi 153.106, tot morti. 1.111): nonostante sia ritenuto uno dei paesi che ha gestito meglio la fase iniziale della pandemia, in Israele i casi aumentano costantemente da settimane – 3000 al giorno in un Paese di meno di 9 milioni di abitanti. Domenica 13 settembre Netanyahu ha quindi annunciato un secondo lockdown che inizierà venerdì 18 settembre e durerà per tre settimane, impedendo così la celebrazione delle festività ebraiche che sarebbero cominciate venerdì.

 

Territori Palestinesi (tot. casi 39.510, tot. morti 250): se la particolare condizione di isolamento di Gaza ha impedito fino ad agosto la diffusione del coronavirus, alla fine del mese una donna proveniente da Gerusalemme ha fatto esplodere il contagio. Dal 25 di agosto i numeri stanno crescendo esponenzialmente, e le precarie condizioni di vita – limitato accesso all’acqua, difficoltà di distanziamento – rendono più difficile bloccare il contagio.

 

Giordania (tot. casi 3.314, tot. morti 24): da fine agosto si sta registrando una nuova crescita dei contagi nonostante i casi giornalieri non abbiano superato nell’ultimo mese le 250 unità circa. Il governo sta imponendo nuove restrizioni sugli assembramenti per fermare la diffusione, ma restano aperte le scuole.

 

Libano (tot. casi 24.310, tot. morti 241): dall’esplosione del 4 agosto in Libano si è registrato un aumento dei contagi del 220%. Circa 40.000 edifici sono stati danneggiati, tra cui quattro ospedali, e 300.000 persone sono rimaste senza casa dopo il disastro dello scorso mese. Molti degli sfollati hanno limitato accesso all’acqua in questo momento, e nei rifugi creati per accoglierli il distanziamento sociale è impraticabile.

 

Siria (tot. casi 3.540, tot. morti 155): al 10 settembre i casi di coronavirus in Siria hanno superato i 3000 contagi, ma come sottolineato dalle Nazioni Unite a fine agosto, è probabile che la precarietà delle strutture mediche e la mancanza di tamponi nel Paese nascondano una diffusione molto più ampia.

 

Turchia (tot. casi 291.162, tot. morti 7.056): i casi giornalieri sono in crescita da metà agosto e a inizio settembre si è raggiunto un nuovo picco di oltre 1500 casi giornalieri. Il governo di Ankara, nuovo focolaio del Paese, ha quindi vietato nuovamente i matrimoni e altre celebrazioni.

 

Iran (tot. casi 402.029, tot. morti 23.157): nel primo Paese della regione in cui è comparso il coronavirus, i contagi, dopo un lieve calo in aprile, non sembrano arrestarsi, arrivando oltre i 2000 casi giornalieri a partire da giugno. Nonostante i timori, le scuole hanno riaperto a inizio settembre.

 

Iraq (tot. casi 290.309, tot. morti 8.014): da luglio i contagi sono in crescita esponenziale, con picchi di oltre 4000 nuovi casi giornalieri. Il ministro della Salute ha attribuito la causa alle manifestazioni degli ultimi mesi e teme che se i contagi continueranno a salire gli ospedali – già sovraccarichi – non saranno più in grado di rispondere all’emergenza. Il lockdown viene imposto a fasi alterne in diverse regioni del Paese e le scuole non riapriranno probabilmente fino a fine ottobre.

 

Arabia Saudita (tot. casi 325.651, tot. morti 4.268): dopo la fase estiva più critica – tra giugno e luglio i casi hanno superato i 3000 contagi giornalieri – in Arabia Saudita l’emergenza sta lentamente rientrando.

 

Kuwait (tot. casi 94.764, tot. morti 560): il Paese ha superato i 90.000 casi totali dall’inizio della pandemia, un numero importante in un Paese di circa 4 milioni di abitanti. Da luglio la crescita giornaliera non supera le 1000 unità ma l’epidemia continua a costituire un’emergenza sotto diversi aspetti, come il crollo del prezzo del petrolio. Il peggioramento repentino della situazione economica dovuto a questa situazione pone a rischio la capacità dello Stato di pagare i dipendenti pubblici da ottobre in avanti.

 

Qatar (tot. casi 121.740, tot. morti 205): nell’Emirato il rapporto tra casi di coronavirus e abitanti è il più alto di tutta la regione (circa 120.000 contagi su una popolazione di 3 milioni di abitanti). I nuovi casi sono comunque diminuiti sensibilmente da luglio e il Qatar si prepara alla riapertura dei confini.

 

Bahrain (tot. casi 60.307, tot. morti 212): da settembre i casi sono nuovamente in crescita. Il governo è stato costretto a posticipare la riapertura delle scuole, esortando i cittadini a evitare assembramenti per impedire la diffusione del virus.

 

Emirati Arabi Uniti (tot. casi 79.489, tot. morti 399): i casi sono in aumento anche negli Emirati, dove l’8 settembre si sono registrati 883 nuovi contagi. La situazione emiratina è però molto particolare: nella Federazione si registra infatti il più basso tasso di decessi, pari allo 0,5%, combinato con quello più alto di ricoveri (circa il 90%). Uno scenario dovuto alla disponibilità di trattamenti innovativi e di strutture capaci di accogliere la maggior parte dei pazienti, che sono stati così monitorati attentamente, ha spiegato il portavoce del governo.

 

Oman (tot. casi 89.746, tot. morti 780): dopo un aumento di contagi a luglio anche in Oman i casi di coronavirus si stanno riducendo, e il governo ha annunciato la riapertura dei voli internazionali a partire dall’1 ottobre.

 

Yemen (tot. casi 2.015, tot. morti 584): comparata ai dati dei Paesi vicini, la diffusione della pandemia in Yemen sembra ridotta. Più probabilmente però la crisi umanitaria che attraversa il Paese ormai da anni rende impossibile accertare la reale portata del virus.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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