Riyad vuole evitare l’allargamento del conflitto a tutta la regione: l’imperativo è salvaguardare i progetti di Vision 2030. Per questo tiene viva la distensione con l’Iran, ma non chiude definitivamente alla normalizzazione con Israele

Ultimo aggiornamento: 15/01/2024 12:56:22

Quando il 7 ottobre 2023 Hamas ha attaccato Israele con violenza inaudita, suscitando una risposta ancora più dura da parte di Israele, molti commentatori hanno evidenziato come una vittima collaterale dell’operazione fosse il processo di normalizzazione delle relazioni tra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita. In un’intervista concessa il 20 settembre 2023 all’emittente americana Fox News, il Primo Ministro e principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) aveva dichiarato che un accordo con Israele si faceva di giorno in giorno più vicino. Si sarebbe trattato di un significativo successo sia dell’amministrazione Biden, grande sponsor dell’iniziativa, che di Israele, dato il peso dell’Arabia Saudita in Medio Oriente, tanto a livello politico-economico quanto simbolico-religioso. Il fatto che i Saud siano i custodi delle moschee di Mecca e Medina non può passare in secondo piano e, perciò, ogni azione intrapresa dal Regno si riverbera in qualche modo anche sul resto del mondo musulmano. Anche alla luce del coinvolgimento, diretto o indiretto, dell’Iran a fianco di Hamas, si è fatta strada un’interpretazione dell’attacco del 7 ottobre che ne situa il movente non tanto nella reazione alla crisi locale, all’assenza di prospettiva politica per i palestinesi e alla presenza di leadership israeliane e palestinesi sempre più polarizzate, quanto proprio nel processo di avvicinamento tra Riyad e Gerusalemme, che si preannunciava “storico” (il più importante accordo dalla fine della Guerra Fredda, ha detto MbS). È anche per questo, dunque, che dallo scoppio della guerra a Gaza la politica estera dell’Arabia Saudita è costantemente sotto i riflettori. Osservare il comportamento del Regno permette di cogliere quali sono le priorità, le considerazioni e i rischi che orientano la sua azione a livello regionale e internazionale.

 

La “scarsa simpatia” per Hamas

 

Occorre anzitutto chiarire che da un punto di vista ideologico Riyad è su posizioni diverse rispetto ad Hamas. Il “Movimento della resistenza islamica” è infatti espressione di quei Fratelli musulmani che da anni l’Arabia Saudita contrasta attivamente nella regione. Alla fine del 2023 il principe ereditario ha condannato «il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue diverse origini e giustificazioni» (corsivo nostro). Una precisazione che non sembra casuale. L’ostilità nei confronti di Hamas è comunque ben precedente agli ultimi eventi. Basti pensare che proprio il sostegno alle forze dell’Islam politico è stato uno dei fattori attorno a cui si è consumata la crisi del 2017 con il Qatar. Un’altra dimostrazione in questo senso è fornita dal sostegno che Riyad ha garantito al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi al momento dell’estromissione dal potere di Mohammad Morsi nel 2013. Per anni, inoltre, i sauditi hanno impedito ad Hamas di operare sul territorio del Regno e hanno arrestato diversi membri del movimento, tra i quali il capo della branca locale, Mohammed al-Khodari. Si pensi anche a come, all’indomani della firma degli Accordi di Abramo, Bandar bin Sultan, figura influente nei circoli di politica estera saudita, già capo dell’intelligence e ambasciatore negli Stati Uniti per 23 anni, aveva criticato la leadership palestinese per «aver sprecato decenni di opportunità per fare pace con Israele». Il riferimento di Bandar bin Sultan era all’ANP, ma è chiaro che se quest’ultima è criticabile per non aver fatto pace con Israele, che dire di Hamas che ha una posizione ancora più intransigente nei confronti dello Stato ebraico? Non è un caso, del resto, che sia proprio sull’ostilità ai movimenti islamisti che abbia puntato la stampa vicina all’Asse della Resistenza per criticare iniziative come il vertice congiunto di Lega Araba e Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) convocato dall’Arabia Saudita. Al-Mayadeen per esempio ha scritto che «è risaputo che alcuni Paesi arabi considerano Hamas un’emanazione della Fratellanza Musulmana, a loro ostile, piuttosto che parte del movimento patriottico palestinese che si oppone all’invasione sionista. Essi non esitano ad addossare ad Hamas la responsabilità della guerra, e la considerano una risposta naturale all’operazione “Diluvio di al-Aqsa”. Ciò è assai pericoloso e costituisce, di fatto, una sorta di suicidio politico». Un altro esempio della scarsa simpatia di cui Hamas gode tra i vertici dell’Arabia Saudita è il trattamento riservato a Khalid Mish‘al, capo di Hamas nella diaspora, nel corso di un’intervista concessa all’emittente saudita al-Arabiya, di cui abbiamo parlato in una recente rassegna dalla stampa araba.

 

Se dunque da un lato è netta l’opposizione ad Hamas soprattutto a livello dei vertici politici del Regno, dall’altro lato anche in Arabia Saudita, come in buona parte del mondo arabo, tra la popolazione sono ampiamente diffusi il sostegno alla causa palestinese e l’avversione a Israele. Un recente sondaggio condotto dal Washington Institute for Near East Policy ha infatti mostrato che se l’apprezzamento nei confronti di Hamas rimane minoritario nel Paese, esso è comunque passato dal 10% di agosto 2023 al 40% del periodo novembre-dicembre. Tuttavia, rivela la stessa indagine, tre quarti dei sauditi intervistati è favorevole al coinvolgimento del proprio Paese in iniziative diplomatiche che forniscano agli attori direttamente coinvolti «incentivi per assumere posizioni più moderate». L’Arabia Saudita sta dunque cercando, non senza fatica, di mantenere un delicato equilibrio. Ne è esempio il fatto che da un lato autorizza invocazioni dalla Grande Moschea della Mecca affinché «Dio sia per i musulmani in Palestina un sostenitore, un accompagnatore e un difensore, abbia pietà dei loro morti e gli conceda le ricompense del martirio», ma dall’altro fa in modo che il prestigioso pulpito sia utilizzato anche per rimarcare che i musulmani non devono mettere in discussione le scelte politiche dei loro governanti, incluso in merito alla guerra a Gaza e ai rapporti con Israele.

 

È comunque indicativo che quasi il 90% del campione intervistato dal Washington Institute dichiari che le riforme politiche ed economiche interne dell’Arabia Saudita hanno la priorità su qualunque tema di politica estera e dunque Riyad dovrebbe tenersi alla larga da ogni guerra nella regione. In questo senso, la popolazione saudita sembra essere perfettamente allineata con le priorità indicate da MbS. Tuttavia, è proprio dal contesto regionale che possono arrivare opportunità ma soprattutto minacce ai piani sauditi, ciò di cui è ben consapevole la leadership del Paese. La quale, però, deve fare i conti con esigenze contrastanti: la necessità di evitare che la guerra si espanda, la considerazione delle preferenze dell’opinione pubblica interna, l’impossibilità di sconfessare completamente la linea politica che aveva avvicinato il Regno a Israele, la priorità da destinare ai piani di sviluppo interno.

 

Un difficile equilibrio

 

Cionondimeno, dal punto di vista della narrazione pubblica l’Arabia Saudita ha adottato un linguaggio piuttosto duro nei confronti di Israele. La posizione ufficiale espressa da MbS e dal ministro degli Esteri Faisal bin Farhan Al-Saud è la richiesta di un cessate-il-fuoco. Fin dal primo comunicato diramato dal ministero degli Esteri saudita si fa riferimento a «diverse fazioni palestinesi», senza dunque esplicito riferimento ad Hamas, e alle «forze di occupazione israeliane». Riyad ha poi convocato la già citata riunione congiunta “straordinaria e di emergenza” di Lega Araba e Organizzazione per la Cooperazione Islamica, nella quale ha ribadito la necessità di tornare alle proposte dell’Iniziativa Araba di Pace adottata nel 2002 a Beirut per volontà saudita.

 

La riunione di OIC e Lega Araba ha inoltre incaricato il principe Faisal bin Farhan Al-Saud, ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, di guidare una delegazione composta anche da Giordania, Egitto, Qatar, Turchia, Indonesia, Nigeria e Palestina con il compito di negoziare con i più importanti Paesi stranieri «un’iniziativa internazionale per interrompere la guerra a Gaza e premere per un serio e reale processo politico per raggiungere una pace permanente e complessiva in conformità con i riferimenti internazionali stabiliti». La scelta saudita di guidare la delegazione riflette la volontà di protagonismo a livello diplomatico (evidente anche su altri temi) che serve al Paese per presentarsi nelle capitali dei più importanti Stati come un attore moderato che contribuisce alla soluzione delle controversie, come indicato dal principe ereditario nel discorso inaugurale dell’ottava riunione dell’Assemblea Consultiva dell’Arabia Saudita. Nelle parole di MbS, l’Arabia Saudita è ben posizionata per essere «riconosciuta globalmente come un faro di pace». Così, il Regno «sta esercitando tutti i possibili sforzi, comunicando con tutte le parti internazionali e regionali, per fermare l’aggressione a Gaza, prevenire la sua espansione nella regione, e insistere sulla necessità di aderire al diritto internazionale umanitario». Senza mai menzionare direttamente né Israele né Hamas, MbS ha ribadito che per la sicurezza di tutto il Medio Oriente è necessaria «una soluzione giusta e completa della questione palestinese». Al momento, tuttavia, non sembra che l’attività diplomatica saudita abbia portato significativi passi avanti e non è chiaro quanto Riyad sia disponibile a coinvolgersi attivamente per risolvere il conflitto, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Certo, sarebbe irrealistico pensare che l’Arabia Saudita, come qualunque altro Paese arabo-islamico, riesca da sola a interrompere le ostilità, considerando che nemmeno Washington sta avendo successo da questo punto di vista. D’altro canto, sembra mancare la profondità di un’azione diplomatica che vada oltre alle convocazioni di summit o agli aiuti umanitari, per quanto fondamentali. Inoltre, come ha correttamente sottolineato Aziz Alghashian in una recente analisi pubblicata su Foreign Policy, «il panorama energetico è radicalmente cambiato rispetto al 1973», ciò che renderebbe prive di senso e di efficacia iniziative come l’embargo petrolifero attuato nel caso della guerra dello Yom Kippur.

 

Che fare dell’Iran

 

A un primo livello di analisi, la guerra in corso a Gaza ha accelerato il processo di distensione tra Iran e Arabia Saudita cominciato con l’accordo mediato dalla Cina nel marzo 2023. Ebrahim Raisi si è recato in Arabia Saudita e ha parlato con Mohammed bin Salman in più di un’occasione. I due Paesi hanno anche avanzato richieste congiunte, come quelle di un cessate-il-fuoco e dell’invio di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Tuttavia, la posizione saudita è radicalmente diversa da quella iraniana. Non a caso tanto l’Arabia Saudita quanto gli Emirati Arabi Uniti si sono opposti alle richieste iraniane di un embargo petrolifero, mentre Riyad ha guidato gli Stati arabi del Golfo nel respingere le richieste più estreme di Teheran in occasione della conferenza congiunta Lega araba-OIC. Nel suo tentativo di favorire la distensione regionale, motivato soprattutto da interessi politici ed economici domestici, Riyad cerca di mantenere in vita il percorso di détente con l’Iran. Oggi sia Riyad che Teheran hanno interesse che la guerra a Gaza non si allarghi nella regione, ma le loro visioni del Medio Oriente che nascerà dopo questo conflitto restano in contraddizione. I legami dell’Iran con Hezbollah, gli Houthi e con la stessa Hamas, che ha generato questa nuova crisi, evidenziano il ruolo destabilizzante che l’influenza iraniana gioca nella regione. Ciò pone Teheran in fondamentale contrasto con Riyad. Lo dimostra il caso dello Yemen e dei rapporti con gli Houthi, membri dell’Asse della Resistenza a guida iraniana: dopo la disastrosa guerra mossa dai sauditi contro i ribelli yemeniti, Riyad ha avviato negoziati per il raggiungimento di una soluzione politica della guerra nel Paese della penisola arabica. Ma proprio mentre un tassello della stabilizzazione regionale desiderata da Riyad sembrava dare frutti, ecco che le azioni degli Houthi nel Mar Rosso in risposta all’attacco israeliano a Gaza (effettuate con armamenti non certo prodotti localmente…) pongono un nuovo interrogativo al Regno saudita. Come raggiungere un accordo politico con gli Houthi mentre questi impongono la chiusura del traffico in una delle principali vie di comunicazione del commercio internazionale e minacciano i giga-projects sauditi nel Mar Rosso?

 

Se dunque da un lato le dichiarazioni rilasciate dal Segretario di Stato americano Antony Blinken, secondo il quale l’Arabia Saudita è ancora interessata alla normalizzazione con Israele, sono certamente di parte, dall’altro è plausibile che le ragioni che avevano portato Riyad a considerare questo storico passo continuino a essere presenti. Tuttavia, più il conflitto a Gaza miete vittime, più MbS avrà bisogno di una contropartita importante per giustificare un eventuale avvicinamento a Israele. Ciò è vero a maggior ragione se consideriamo che il già citato sondaggio del Washington Institute ha indicato che il 96% dei sauditi intervistati ritiene che «i Paesi arabi dovrebbero interrompere immediatamente tutti i contatti diplomatici, politici, economici e di qualsiasi altro tipo con Israele, per protestare contro la sua azione militare a Gaza». Anche tenendo conto della volatilità che caratterizza le opinioni espresse in tempi di guerra, è un dato difficilmente ignorabile. Inoltre, a mano a mano che la guerra di Israele contro Gaza prosegue, anche la posizione di alcuni membri dell’élite saudita è cambiata. Un esempio sono le affermazioni di Turki al-Faisal, ex ambasciatore saudita a Washington e per 21 anni direttore dei servizi segreti del Regno. Pur criticando anche il governo Netanyahu, in un discorso del 17 ottobre 2023 Turki al-Faisal aveva condannato in maniera inequivocabile le azioni di Hamas. A poco più di due mesi di distanza, tuttavia, nelle sue dichiarazioni la netta condanna di Hamas ha lasciato il posto al riconoscimento che l’azione dell’organizzazione terrorista palestinese ha avuto il “merito” di scalfire l’aura d’invulnerabilità che avvolgeva Israele e di ravvivare la causa palestinese. Il cambiamento di Turki al-Faisal mostra come per i Paesi arabi, e soprattutto per un Paese come l’Arabia Saudita, sia infinitamente più difficile mostrarsi oggi vicini a Israele di quanto non lo sia stato subito dopo gli attentati. Da questo punto di vista si può dire che mesi di guerra senza quartiere nella Striscia hanno fatto evaporare l’enorme capitale politico che la violenza degli attacchi di Hamas del 7 ottobre aveva garantito a Israele.

 

L’Arabia Saudita vuole un Medio Oriente stabile nel quale i suoi investimenti, i suoi piani di sviluppo e le sue riforme possano avere successo. Ma i problemi attuali della regione, a cominciare dalla questione palestinese per finire con l’influenza iraniana, tengono Riyad (e non solo) con il fiato sospeso. L’imperativo però resta uno: fare il possibile affinché Saudi Vision 2030 dia i risultati promessi. Una guerra regionale è esattamente ciò di cui Riyad non ha bisogno.

 

 

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