close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
abbonati
Medio Oriente e Africa

La rivoluzione è morta. Anzi no.

Gli accenti diversi dei media internazionali nel riferire le recenti elezioni mostrano come il caso Tunisia sia oggetto di particolare attenzione per chi cerca di misurare sia la possibilità che una società a maggioranza musulmana costruisca uno Stato democratico, sia le ricadute su tutto il bacino mediterraneo.

Ma veramente si stava meglio quando si stava peggio? Alla vigilia delle elezioni tunisine per alcuni quotidiani era proprio così. Pesavano come un macigno la crisi economica da cui il Paese non riesce a sollevarsi e un dato che fa paura a molti (La Repubblica, La Stampa, Washington Post per citarne alcuni): la Tunisia detiene il record di miliziani andati a ingrossare le file del Califfato di Al-Baghdadi. Si aggiungeva il riferimento alla caotica situazione libica ai confini tunisini e il quadro si faceva allarmante.

 

 

Persino da Sidi Bouzid, la città dove ebbero inizio le cosiddette Primavere Arabe, dove nella piazza principale giganteggia la fotografia di Mohamed Bouzizi accanto alle immagini delle più importanti piazze arabe gremite di folla, «tutto è cambiato perché nulla cambiasse», come riporta Francesco Battistini nell’edizione del 25 ottobre del Corriere della Sera: «Sidi Bouzid è la cartolina dell’autunno tunisino. Invelenita, disoccupata, spaventata». Financo i genitori di Bouzizi, l’uomo che con il suo gesto estremo diede il via alle rivolte, si lasciano andare ad un nemmeno troppo velato rimpianto del vecchio dittatore Ben Ali.

 

 

Ma non tutta la stampa nazionale e internazionale la vedeva così. Dalle colonne del britannico Guardian, Soumaya Ghannouchi, figlia del presidente di an-Nahda, il giorno prima del voto si abbandona a un elogio della nazione tunisina, dotata di «una costituzione moderna democratica approvata dal 93% delle sue forze politiche». Una costituzione che garantisce la parità tra l’uomo e la donna (BBC), tutela le libertà di coscienza e di culto, proibisce l’incitamento alla violenza. In quello che sembra un vero e proprio endorsment per an-Nahda, Soumaya Ghannouchi non manca di sottolineare la distanza tra l’approccio scelto dalla Fratellanza musulmana in Egitto dopo la vittoria alle elezioni (l’approccio «winner-takes-all») e la scelta di condivisione del potere portata avanti da an-Nahda, che nel 2011 ha accettato di governare con una coalizione di partiti laici.

 

 

Al Jazeera, se da un lato sottolineava positivamente come an-Nahda abbia scelto la via di «ballots, not bullets», dall’altro rilevava come sia impossibile eliminare in così poco tempo le reti e le strutture che si sono sviluppate negli oltre vent’anni dello «stato mafioso» di Ben Ali.

 

Le sfumature sono molto differenti, ma nel modo in cui i media hanno narrato l’approssimarsi delle elezioni tunisine l’ottimismo sulle sorti della rivoluzione non sembrava farla da padrone. Ma qualcosa è cambiato in quegli stessi media nei giorni successivi alla comunicazione dei risultati. Le elezioni sono state un evento politico di grande importanza secondo Le Monde, in grado di riequilibrare gli scenari politici in un Paese in cui an-Nahda sembrava non avere rivali. Il tono pessimistico utilizzato solo pochi giorni prima ha lasciato spazio alla sorpresa per l’affermazione del partito laico Nidaa Tunis e per l’affluenza superiore al 50%: «lost in transition? La Tunisia, no. La rivoluzione non russa, anzi è bella sveglia»1. Anche il Financial Times accanto a una nota critica circa la composizione del partito uscito vincitore dalle urne, che comprende figure del vecchio regime, si affretta a chiarire che «i cambiamenti avvenuti nel Paese dopo la rivoluzione precludono a un ritorno delle pratiche repressive precedenti»2.

 

 

Del resto sono alcuni dei principali attori politici internazionali a non avere dubbi: Barack Obama ha parlato di «pietra miliare nella storica transizione politica tunisina», mentre Laurent Fabius, titolare degli Esteri in Francia, ha evidenziato come si sia di fronte alla «nascita delle istituzioni perenni e democratiche della seconda Repubblica tunisina». Forse sospinta da queste dichiarazioni entusiaste dei leader politici, anche la stampa turca si interroga circa il significato delle elezioni tunisine. Secondo Semih Idiz (Hurriyet) dalle urne nasce nuova speranza: quello tunisino si è dimostrato un sistema maturo, capace di sfatare il mito secondo cui un voto democratico in un Paese a maggioranza musulmana debba necessariamente tramutarsi in un successo per i partiti islamisti. Un’opinione condivisa anche dal francese Le Figaro: «questo piccolo paese di 11 milioni di abitanti smentisce la diceria secondo la quale “con gli islamisti non si vota che una volta sola”». Secondo il quotidiano parigino l’«eccezione tunisina» è dovuta anche «alla vitalità della sua società civile, senza dubbio la più occidentalizzata del Maghreb».

 

E così, tutto d’un tratto, la crisi economica e i tanti tunisini andati a combattere con ISIS non sembrano più essere un problema. Ma sarà veramente così?

 

 

[Twitter: @fontana_claudio]

 

 

1 Francesco Battistini, Sorpresa a Tunisi: la rivoluzione ha voglia di votare, «Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2014, 14.

 

2 Heba Saleh, Secular party claims victory over Islamists in Tunisia poll, «Financial Times», 28 ottobre 2014, 2.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale