Lasciatasi alle spalle l’eredità zarista, dopo la seconda guerra mondiale l’URSS diventa un attore di primo piano anche nel mondo arabo, prima di scontrarsi con i propri limiti ideologici e strategici. Seconda puntata della serie sull’influenza russa in Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 05/08/2022 16:06:15

Come anticipato nella conclusione della prima parte di questa serie, la rivoluzione del 1917 e la proclamazione, quattro anni dopo, dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche stravolsero i principi su cui si era fondata la politica estera della Russia zarista nel mondo arabo-musulmano e la grandeur imperiale-ortodossa, sostituita dall’ateismo e dall’ideologia marxista-leninista.

 

Ciò non significò tuttavia la totale cessazione dei rapporti fra Stato e comunità islamiche. Significativo, a tal proposito, l’appello firmato da Lenin e Stalin il 7 dicembre 1917 e indirizzato “ai Musulmani di Russia e dell’Oriente”. I leader assicurarono a ceceni, tatari, kirghizi e tribù turcofone residenti nell’Unione il rispetto delle loro tradizioni, istituzioni e credo religioso: qualsiasi violenza subita durante la guerra civile, tra cui la distruzione delle moschee, era da attribuirsi all’operato del regime zarista e andava pertanto condannata.  

 

Una retorica anti-coloniale

Gli autori si rivolsero poi all’intero mondo islamico (arabi, turchi e persiani), esortandolo a ribellarsi, in nome del socialismo, alla dominazione delle potenze capitaliste. Da parte sua l’URSS, per smarcarsi dallo schema coloniale, si dichiarò contraria, nel rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli, all’annessione di territori appartenenti a Paesi stranieri[1]. Sulla base di questo assunto, il governo rivoluzionario cancellò i capisaldi dell’agenda politica zarista in Medio Oriente. A livello politico-diplomatico rinunciò a rivendicare la sovranità russa su Costantinopoli, stabilita da un accordo segreto del 1915 firmato con Francia e Regno Unito, e a prendere parte alla spartizione dell’Impero ottomano e della Persia[2]. A ciò si aggiunse la divulgazione da parte del Commissario del Popolo agli Affari Esteri Lev Trotsky, di documenti sino ad allora secretati, tra cui spiccava l’accordo sull’Asia Minore, meglio conosciuto come Sykes-Picot, che prevedeva la creazione di sfere di influenza francesi e inglesi in Anatolia e Levante. A livello culturale e religioso il regime bolscevico riformò drasticamente la Società Imperiale Ortodossa, principale retaggio della diplomazia culturale dei Romanov; rinominata nel 1917 “Società Russa per la Palestina” e declassata a dipartimento dell’Accademia di Scienze, la nuova istituzione, laicizzata e privata dei precedenti fondi e finanziamenti, uscì ridimensionata per ruolo e influenza, perdendo gran parte della sua ragion d’essere.

 

Tuttavia, non sarebbe corretto parlare di un vero e proprio disimpegno russo dal Medio Oriente. Fin dai primi anni della rivoluzione, infatti, i bolscevichi si attivarono con la Terza internazionale per propagare il messaggio rivoluzionario all’estero e nel 1920 organizzarono a Baku il Congresso dei Popoli Orientali. L’evento diede risultati positivi: per la prima volta il Comintern fu in grado di creare network e canali di comunicazione con attivisti provenienti da Paesi asiatici e mediorientali allora sotto controllo coloniale, i quali, in cambio, acquisirono le basi ideologiche e metodologiche su cui impostare la lotta rivoluzionaria.

 

Per quanto riguarda il mondo arabo, politici e pensatori avevano discusso i concetti di socialismo e comunismo già nell’ultimo periodo della Nahda, il movimento riformatore sorto tra Levante ed Egitto tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Fu però a seguito del Congresso di Baku che le forze di sinistra cominciarono ad affacciarsi lentamente nel contesto mediorientale: tra le formazioni pioniere si segnalano il Partito Socialista Arabo, fondato nel 1921 in Egitto, e il Partito Comunista Siro-Libanese, formatosi tra il 1922 e il 1923.

 

Ben presto, però, il fermento culturale e l’attivismo politico subirono una battuta d’arresto: da una parte, la repressione delle amministrazioni coloniali impedì la proliferazione di movimenti potenzialmente sovversivi, dall’altra la stessa ideologia comunista faticava a guadagnare consensi non solo tra le masse, prive com’erano di istruzione e legate ad appartenenze claniche e religiose, ma anche all’interno dei circoli nazionalisti, desiderosi di portare avanti la lotta per l’indipendenza piuttosto che quella di classe.

 

Il risultato fu che Mosca non riuscì a sfruttare il consenso ottenuto dopo la conferenza di Baku per instaurare la propria egemonia, o quantomeno un’influenza, culturale: il sogno di una “rivoluzione rossa” in Oriente si era ormai dissolto. Nel maggio del 1920 i sovietici, in aperta contraddizione con l’appello ai Musulmani di Russia e dell’Oriente, occuparono la parte nordoccidentale della Persia, ossia l’ex zona cuscinetto occupata nel XIX secolo dalle truppe zariste, proclamandola repubblica socialista, conosciuta anche con la dicitura di “Repubblica di Gilan”, esperimento che, però, risultò fin dall’inizio afflitto da gravi limiti e fragilità e si concluse prematuramente nel settembre del 1921. Per i successivi vent’anni l’influenza russo-sovietica in Medio Oriente non progredì, riducendosi a sporadici contatti con le superstiti organizzazioni comuniste locali e con gruppi di sinistra clandestini. I legami culturali e religiosi, instaurati con grande fatica nel corso del secolo precedente, furono quasi del tutto smantellati e assorbiti dall’ideologia di Stato, come nel caso della già citata Società Russa per la Palestina.

 

Una nuova superpotenza in Medio Oriente

Fu soltanto con la vittoria nella seconda guerra mondiale che l’Unione Sovietica, divenuta insieme agli Stati Uniti superpotenza mondiale, fu in grado di giocare un ruolo chiave nello scenario mediorientale. Primo segnale di questa svolta fu l’apertura, nel 1945, di sedi consolari sovietiche al Cairo, Beirut, Damasco e Baghdad[3]. Malgrado le iniziative diplomatiche, nei primi anni della guerra fredda il Paese non aveva ancora pronta una strategia regionale ben definita. Il teorico sostegno al nazionalismo arabo, anch’esso di matrice antioccidentale, venne contraddetto dall’estemporaneo appoggio alla causa curda e, soprattutto, dal riconoscimento dello Stato di Israele il 17 maggio 1948, appena tre giorni dopo la proclamazione di Ben Gurion. In effetti in quel periodo il mondo arabo si trovava ancora fuori dall’orbita dell’URSS, il cui raggio d’azione si limitava alle regioni a ridosso dei suoi confini, cioè Turchia, Iran e Afghanistan che, come si è visto nel capitolo precedente, erano considerati territori strategici fin dall’epoca imperiale.

 

Nel decennio successivo, però, importanti cambiamenti culturali e geopolitici ridisegnarono gli obiettivi di Mosca. Il processo di de-stalinizzazione promosso da Nikita Chruščëv, la progressiva decolonizzazione dei Paesi afro-asiatici, la nascita del terzomondismo a seguito della Conferenza di Bandung del 1955 e l’ascesa di una nuova generazione di partiti (pan)arabi radicati sul territorio e attenti alle tematiche sociali costituirono i presupposti per una solida convergenza ideologica tra i movimenti nazionalisti e il Cremlino. Quest’ultimo, consapevole che una rivoluzione “stile 1917” in Medio Oriente era impraticabile, decise di appoggiare, in maniera più o meno indiretta, tutti quei movimenti e Paesi tendenti al socialismo, purché antagonisti al blocco occidentale a guida statunitense. È in questo senso che va visto il rapido deteriorarsi delle relazioni con Israele, cominciato dopo la Nakba del 1948, quando a Mosca si affermò la corrente sovietica anti-sionista.

 

L’URSS non voleva soltanto ergersi a baluardo anti-americano, ma intendeva proporre un modello economico alternativo a quello capitalista, ispirato ai principî di libertà e giustizia sociale, modello che venne immediatamente ripreso dalle classi dirigenti arabe emerse dalla lotta anticoloniale. Ad esempio, il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser entrò nell’orbita di Mosca dopo la crisi di Suez del 1956 instaurando un sistema produttivo di ispirazione sovietica.

 

Anche il partito Ba‘th siro-iracheno, movimento panarabista fondato a Damasco nel 1947, teorizzò il cosiddetto “socialismo arabo” (ishtirākiyya ‘arabiyya) – utilizzato successivamente anche da Nasser, seppur con sfumature concettuali e applicative diverse – e stilò un programma articolato in piani quinquennali, riforme agrarie e redistribuzione delle ricchezze, individuando nella classe operaia e in quella contadina lo zoccolo duro del suo elettorato. In Siria, il Ba‘th, pur dichiarandosi apertamente contrario al comunismo, nel corso degli anni Cinquanta si alleò in parlamento con il Partito Comunista Siriano; quando poi nel 1963 salì al potere con un colpo di Stato, il partito intensificò le sue relazioni con l’Unione Sovietica avvicinandosi ulteriormente, tra il 1966 e il 1970, alle posizioni del socialismo marxista, smorzando di conseguenza i riferimenti al panarabismo.

 

La comunione d’intenti tra Mosca e i Paesi arabi permise ai sovietici di siglare importanti partenariati economici. Emblematico il caso della diga egiziana di Assuan, finanziata coi rubli dopo che gli Stati Uniti avevano ritirato i prestiti concessi. Anche la diga siriana di Tabqa fu costruita grazie a fondi provenienti da Mosca e a una qualificata manodopera russa: oltre alla produzione di energia elettrica, lo sbarramento creò un’enorme riserva d’acqua per l’irrigazione delle terre circostanti, fatto che permise al presidente Assad di avviare un progetto agricolo collettivista e socialisteggiante.

 

Gamal Abdel Nasser e Nikita Chruščëv assistono ali lavori della costruzione della diga di Assuan. Fonte: Wikimedia Commons.Gamal Abdel Nasser e Nikita Chruščëv assistono ali lavori della costruzione della diga di Assuan. Fonte: Wikimedia Commons.

 

Gli anni ’60 e ’70

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta il ruolo del Cremlino in Medio Oriente raggiunse il suo apice. In Yemen un golpe del Fronte di Liberazione Nazionale, di orientamento marxista, portò alla nascita della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (unico Paese arabo a professare l’ateismo di Stato)[4], ufficialmente non allineata, ma nella realtà molto vicina all’URSS.  Un altro colpo di Stato, stavolta in Libia, portò al potere il colonello Mu’ammar Gheddafi, ideatore della Jamāhiriyya, la “repubblica delle masse”, vagamente ispirata a principî del socialismo arabo, ma che il leader libico filtrò attraverso le sue personalissime riflessioni, poi fissate nel famoso “Libro Verde”. A tal proposito, occorre precisare che la Libia, a differenza dello Yemen del Sud, non cercò mai la piena convergenza ideologica con Mosca, ma si limitò a mantenere solide relazioni diplomatiche e, soprattutto, a firmare partenariati economici strategicamente rilevanti, primo fra tutti quello sulla vendita di armi. Discorso simile per l’Algeria, che fin dal 1962, anno in cui ottenne l’indipendenza dalla Francia, diventò un partner di fondamentale importanza per Mosca. L’applicazione di politiche socialiste e l’impegno nel fronte dei Paesi Non Allineati portò il presidente algerino Ahmed Ben Bella a ricevere la prestigiosa nomina di “Eroe dell’Unione Sovietica”. Lo Stato maghrebino beneficiò inoltre di ingenti finanziamenti e di una costante fornitura d’armi sovietiche, dando vita a una partnership con Mosca che, pur con alcuni momenti di tensione, sopravvisse anche al crollo della superpotenza comunista[5].

Come si è visto, l’influenza e il ruolo dell’Unione Sovietica si fondavano su una varietà di elementi che andavano dal puro legame ideologico allo sviluppo economico, dalla vendita di armi al sostegno diplomatico. Questo schema, però, cominciò a mostrare i primi segnali di crisi già durante gli anni Settanta, per una serie di ragioni. La prima fu l’incapacità di comprendere le nuove dinamiche che stavano emergendo in Medio Oriente – come la settarizzazione dei movimenti nazionalisti, le rivalità intra-arabe e la stessa questione israelo-palestinese – che seguivano logiche estranee alla contrapposizione bipolare che aveva regolato la Guerra Fredda. La seconda fu il grave fallimento dei partiti e dei regimi (pan)arabo-socialisti, che non avevano mantenuto le promesse di sviluppo e modernizzazione con le quali erano saliti al potere. Si arriva così al terzo punto, ossia il forte sentimento di disillusione presente tra la popolazione e le classi intellettuali nei confronti di socialismo e comunismo che, negli anni seguenti, favorì la rinascita dei movimenti a matrice islamica. La quarta ragione era invece legata a esigenze di mercato, visto che i Paesi produttori di petrolio, a causa delle declinanti performance economiche dello Stato sovietico, si aprirono sempre di più all’Occidente per ottenere la tecnologia necessaria all’estrazione e raffinazione degli idrocarburi.  

Distruzione_Afghanistan.jpgResti di un villaggio afgano distrutto dall’Armata Rossa. Fonte Wikimedia Commons.

 

La crisi del Cremlino divenne manifesta con l’invasione dell’Afghanistan, uno Stato che per l’establishment moscovita doveva rimanere nell’orbita comunista a ogni costo. Il ritiro dell’Armata Rossa dal Paese centroasiatico, completato il 15 febbraio 1989, certificò il fallimento della Weltanschauung sovietica, tanto nei presupposti teorici quanto nel modus operandi. Sarebbe toccato alla Federazione Russa, formatasi a seguito della dissoluzione dell’URSS nel 1991, recuperare la postura internazionale perduta, adattandola al nuovo ordine internazionale post-Guerra Fredda.

 

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[1] Concetto simile, ma non identico, a quello espresso dal presidente americano Woodrow Wilson nei suoi “Quattordici Punti”. Per maggiori approfondimenti cfr. Lauri Mälksoo, The Soviet Approach to the Right of Peoples to Self-determination: Russia’s Farewell to jus publicum europaeum, «Journal of the history of International Law» vol. 19, n. 2 (2017), pp. 200-218.

[3] G. E. Wheeler, Russia and the Middle East, «International Affairs (Royal Institute of International Affairs 1944-)», vol. 35, n. 3, (1959) p. 298.

[4] L’ateismo di Stato nello Yemen del Sud non venne realmente applicato, anche se il Fronte di Liberazione Nazionale cercò, soprattutto nei primi anni di governo, di limitare il più possibile l’operato delle autorità religiose. Cfr. Norman Cigar, Islam and the State in South Yemen: The Uneasy Coexistence, «Middle Eastern Studies», vol. 26, n. 2 (1990), pp. 185-203.  

[5] Yahia Zoubir, Soviet Policy in the Maghreb, «Arab Studies Quarterly», vol. 9, n. 4 (1987), pp. 399-421.