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Islam

Le fatwe come arma contro il fanatismo

In un mondo in cui si diffondono gli estremismi e i predicatori radicali, i governi non possono affrontare il problema della violenza religiosa con le sole misure di sicurezza. Gli Stati hanno interesse ad avere istituzioni religiose forti, capaci di realizzare una profonda riforma e di produrre un nuovo discorso sulla fede, da cui dipende la pace della società.

Ultimo aggiornamento: 22/02/2018 12:42:59

Come sono nate le fatwe? In risposta a determinate domande relative alla quotidianità della gente, e quante sono queste domande! Per questo le fatwe più antiche erano chiamate risposte, com’è il caso delle “risposte di Jābir Ibn Zayd” e delle “risposte di Qatāda”. Per gli aspetti che esulavano dalla vita quotidiana, gli ulema parlavano piuttosto di “questioni” e di “trattati”. Abbiamo testi con queste denominazioni che risalgono al II secolo dell’era islamica (VIII secolo), relative a problemi che naturalmente incidono sulla vita quotidiana, ma che al tempo stesso richiedono una sorta di approfondimento teorico, che ha a che fare con i fondamenti della religione o della vita o con concetti coranici. Questo è quello che l’imam Abū Hanīfa[1] chiamava il Sapere Supremo (al-fiqh al-akbar), e che, come noto, altri tramandarono con il nome di teologia dialettica (‘ilm al-kalām).

 

 

In una fase successiva le fatwe relative alle questioni della vita quotidiana furono raccolte e ordinate per argomento e comparvero i libri delle Tradizioni e le opere normali di giurisprudenza, come la Muwatta’ dell’imam Mālik [Ibn Anas][2]. L’epistola dell’imam al-Shāfi‘ī[3] rappresentò uno spartiacque nell’individuazione delle fonti per le fatwe e per la derivazione delle norme e nelle modalità di operare dei giuristi, producendo una separazione metodologica tra giurisprudenza (fiqh) e teologia.

 

 

È da sottolineare che i seguaci degli orientamenti giurisprudenziali, che nel corso del III e IV secolo dell’era islamica (IX-X sec.) diventeranno scuole giuridiche, non ricorrevano ai testi dei capiscuola, ma ai compendi redatti dai loro allievi, come il compendio di al-Muznī, allievo di al-Shafī‘ī, o i compendi di Tahāwī e Kurkhī per gli hanafiti, o di Ibn Abī Zayd per i malikiti, o quelli di Khalīl Ibn Ishāq e di Khurqī per gli hanbaliti[4] ecc. I compendi diventavano testi per l’insegnamento scolastico e supporti per la redazione delle fatwe, finché nella scuola non appariva un grande giurista che scriveva un’altra grande opera interpretativa. Questa a sua volta non diventava subito un testo di riferimento: qualcuno ne faceva un compendio e se questo aveva successo, diventava un testo su cui si basavano l’insegnamento e le fatwe, e così via. La tradizione (taqlīd) andò formandosi proprio in questo modo. […] Questa tradizione fu destabilizzata due volte nel corso dell’epoca classica dell’Islam: nel Levante arabo ciò avvenne nell’ambito del diritto della vita[5], a causa della debolezza del potere abbaside, che nel V e VI secolo dell’era islamica (XI-XII secolo) fu sul punto di scomparire. Nell’Occidente islamico invece fu toccato anche il diritto religioso, quando la Sicilia cadde in mano ai Normanni cessando di far parte dei territori retti da un ordinamento islamico.

 

 

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