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Islam

Le origini del jihadismo in Europa

Forze di sicurezza nel quartiere Molenbeek di Bruxelles

Rivolta nichilista, reazione terzomondista o risposta islamica all’emarginazione sociale. Il dibattito francese sulla natura della militanza estremista

Ultimo aggiornamento: 13/06/2018 14:57:23

Da quando l’Europa è entrata sistematicamente nel mirino dello Stato Islamico, politici ed esperti di sicurezza si interrogano sulle modalità con cui contrastare il terrorismo. Un dibattito molto vivace è nato anche tra gli studiosi di islamismo, in particolare francesi, divisi sull’origine e sulla natura della militanza jihadista. A innescarlo è stato un articolo di Olivier Roy pubblicato su Le Monde del 24 novembre del 2015, in cui il politologo francese riprende e arricchisce alcune tesi elaborate sin dal suo L’échec de l’Islam politique [Il fallimento dell’Islam politico] del 1992.

 

 

Una rivolta nichilista e generazionale

 

 

Roy sostiene che per spiegare il fenomeno della radicalizzazione occorre sgombrare il campo da due letture: quella culturalista e quella terzomondista. Secondo la prima, fondata sull’idea dello scontro di civiltà, “la rivolta dei giovani musulmani mostra a che punto l’Islam sia incapace di integrarsi, almeno finché una riforma teologica non avrà radiato dal Corano la chiamata al jihad”; la seconda “chiama costantemente in causa la sofferenza post-coloniale, l’identificazione dei giovani con la causa palestinese, il loro rifiuto degli interventi occidentali in Medio Oriente e la loro esclusione da una società francese razzista e islamofoba”.

 

 

Per Roy, invece, la militanza jihadista non è né “una rivolta dell’Islam”, né una “rivolta dei musulmani”, ma un problema che riguarda due categorie di giovani: le seconde generazioni di immigrati e i convertiti all’Islam, accomunati dal fatto di aver rotto con i propri genitori e con la cultura che essi rappresentano. Non si tratterebbe perciò di una “radicalizzazione dell’Islam”, quanto di una “islamizzazione della radicalità”, dal momento che il passaggio al jihadismo sarebbe soltanto l’espressione di un sentimento di rivolta già esistente. Più “nichilisti che utopisti”, questi militanti sarebbero affascinati “dall’immaginario dell’eroe, della violenza e della morte” e non “dalla sharia o dall’utopia”.

 

 

Le critiche di Dassetto e Burgat

 

 

In realtà, le teorie di Roy avevano suscitato la perplessità di alcuni studiosi già prima degli attacchi di Parigi. Ad esempio, Felice Dassetto, sociologo italiano trapiantato in Belgio e pioniere degli studi sull’Islam europeo, in un saggio del 2014 rimproverava allo studioso francese di fornire, con la categoria di nichilismo, un’interpretazione “esclusiva e troppo semplificatrice e riduttiva di una realtà molto più complessa”. Ma è stato l’articolo di Le Monde a far uscire la disputa dai circoli accademici. Il primo a intervenire nella querelle mediatica è stato François Burgat, il quale rifiuta di slegare il fenomeno jihadista dalle “contro-prestazioni della Repubblica in materia di integrazione, dal suo passato coloniale o dagli errori della sua politica nel mondo musulmano”. Burgat conclude così che l’ipotesi di Roy “aggiunge solamente una nuova pietra (quella della patologia sociale, o addirittura mentale) a una costruzione che riproduce lo stesso preconcetto dell’approccio culturalista che pure pretende di superare, disgiungendo in modo pericolosamente volontario il teatro politico europeo da quello mediorientale”.

 

 

La contro-narrazione di Kepel

 

 

Il critico più severo di Roy è però Gilles Kepel, che in un’intervista al sito francese Atlantico ha messo in dubbio la validità della nozione stessa di radicalizzazione adottata da Roy: “La radicalizzazione – dice Kepel – non è un concetto, ma una parola-schermo che ci impedisce di pensare il fenomeno del jihadismo nella sua relazione con il salafismo. La radicalizzazione è come un antibiotico che non cura più nulla. Pensiamo in particolare allo slogan di Olivier Roy: tutto corrisponde all’islamizzazione della radicalità, come se, dalle Brigate Rosse a Isis, passando per la banda Baader o la Banda di Abaaoud, fosse tutto una stessa cosa. Ma non è così, non ci troviamo in una situazione di nichilismo generale come dice Olivier Roy. È un fenomeno molto diverso, con elementi di somiglianza, ma che bisogna collocare nella relazione dell’Europa con l’ambiente vicino e medio-orientale”.

 

 

La tesi di Kepel, esposta nel suo libro Terreur dans l’Hexagone (“Terrore nell’Esagono”, in Francia), è che l’ascesa del terrorismo coincida con la comparsa simultanea della terza generazione dell’Islam di Francia e di quella che lui chiama la “terza ondata jihadista”. Per comprendere l’intreccio di questi due fenomeni occorre tornare al 2005, anno “cerniera” in cui si collocano tre eventi decisivi: le rivolte nelle banlieue in Francia, che segnano “l’irruzione della generazione uscita dall’immigrazione postcoloniale come attore politico centrale”; la pubblicazione online de “L’appello alla resistenza islamica mondiale”, un testo dell’ideologo qaidista Abu Mus’ab al-Suri che “teorizza il terrorismo sul suolo europeo come principale vettore della lotta contro l’Occidente e identifica nella gioventù ‘male integrata’ il suo strumento privilegiato”; la nascita di Youtube e del web 2.0, che introduce nella galassia jihadista nuove forme di comunicazione e reclutamento.

 

 

Per alcuni anni, gli effetti della convergenza di questi tre fattori – disagio dei giovani musulmani, mutamento ideologico e ambiente tecnologico – rimangono latenti, fino a quando nel marzo del 2012, un giovane franco-algerino, Mohamed Merah, attacca prima quattro militari francesi, uccidendone tre, e poi assassina a sangue freddo tre bambini e un insegnante di una scuola ebraica di Tolosa. Secondo Kepel, quello che all’epoca sembra un episodio isolato è in realtà soltanto il preludio dell’ondata jihadista a venire. Nel percorso che dal 2005 porta alle stragi del 2015, il quadro dipinto da Kepel è radicalmente diverso da quello tratteggiato da Roy. Roy parla di una rivolta generazionale; Kepel mostra la presenza di famiglie (come quella di Merah), in cui genitori e figli condividono la stessa fede salafita. Roy presenta i jihadisti come individui isolati dalle comunità musulmane; Kepel mette in luce l’esistenza di contesti pervasi dall’islamismo. Roy descrive il passaggio alla militanza jihadista come una “(ri)conversione” quasi improvvisa; Kepel analizza i processi di indottrinamento che avvengono sul web, nelle moschee o nelle carceri.

 

 

Visioni complementari

 

 

Dunque per Roy il fattore sostanziale per spiegare il jihadismo europeo e in particolare francese è il nichilismo dei giovani, mentre l’ideologia salafita-jihadista è un elemento accidentale (l’unica ideologia rimasta “sul mercato”, come dice lui stesso) che si sovrappone a una radicalizzazione preesistente. Secondo Kepel, invece, il fattore sostanziale è proprio l’ideologia, mentre il nichilismo e il disagio giovanile sono il terreno su cui si innesta la mala pianta jihadista. Si tratta di due visioni opposte, ma non necessariamente contraddittorie. Separato dalla sua versione salafita, il nichilismo di cui parla Roy sarebbe infatti privo di contenuti, e in fondo incapace di spiegare la diffusione globale del jihadismo (non possono essere tutti nichilisti, da Parigi a Lahore, passando per Riad e Ben Guerdane). Kepel, assumendo la prospettiva del nichilismo, potrebbe pensare più in profondità la dimensione psicologica della militanza salafita-jihadista. Combinare i due approcci non significa cercare una mediazione diplomatica tra posizioni rivali, ma riconoscere che il jihadismo non è l’esito di una, ma di due crisi: quella della cultura occidentale e quella della cultura islamica.

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