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Medio Oriente e Africa

Lo scontro nel campo musulmano

Il 7 luglio scorso al-Qaradawi ha emanato una fatwa pro Morsi contro tutti i soggetti che ne hanno appoggiato la destituzione. Tra questi al-Azhar che non ha mancato di rispondere.

C’è solo una i di differenza negli ultimi slogan dei Fratelli; e si sa che in arabo le vocali non contano, di solito. Ma questa volta il passaggio dagli appelli a favore della legalità (sharʿiyya) all’obbligo previsto dalla Legge (sharîʿa) di sostenere il Presidente deposto Morsi segnano una svolta importante. Senza abbandonare i riferimenti alle procedure democratiche, la posizione dei Fratelli vira decisamente verso il religioso.

 

 

Il la è stato dato dallo shaykh al-Qaradawi, ottuagenario telepredicatore egiziano trapiantato in Qatar, riferimento assoluto di al-Jazeera per tutto quello che attiene all’Islam. Figura di spicco nella Fratellanza, ha più volte rinunciato ad assumerne la guida politica per svolgere un ruolo di riferimento religioso per tutti i musulmani sunniti. Ma di universale il suo parere giuridico (fatwa) dello scorso 7 luglio non ha poi molto. Al-Qaradawi afferma l’obbligo legale di sostenere il Presidente Morsi, intrecciando senza alcuna preoccupazione di coerenza interna brani di linguaggio democratico e argomentazioni a colpi di hadîth. Significativo questo passo: «Dio non voglia che l’Egitto agisca ingiustamente verso la sua Costituzione e il suo presidente eletto e verso la Legge di Nostro Signore, perché questo non condurrà altro che all’ira di Dio e al Suo castigo: “E non credere che Iddio non sia attento a quel che fanno gli iniqui” (14,42)».

 

 

Leggendo il testo non si può trattenere una domanda: è questo ibrido di hadîth decontestualizzati, concetti desunti dal diritto islamico classico e terminologia costituzionale che si vorrebbe far passare per la via islamica alla democrazia? Al-Qaradawi, tolte le concessioni retoriche alla rivoluzione e alla sua libertà, non riesce in fondo ad andare oltre l’ideologia del sultanato (efficace espressione del filosofo marocchino Abed al-Jabri) e il suo quietismo ultimo. Nella sua visione, la volontà popolare e quella divina coincidono necessariamente (significativo la giustapposizione tra «il Patto di Dio» e il «Patto del Popolo») e la democrazia consiste nell’eleggere di tanto in tanto un sovrano semi-assoluto, sotto il cui governo bisogna poi “pazientare” fino alle elezioni successive, prodigando al più qualche cauto consiglio, tranne che esorti alla ribellione esplicita verso Dio. Di meccanismi di controllo o tutela delle minoranze nessun cenno.

 

 

Proprio questa debolezza d’impostazione teorica ha nuociuto, tra le altre cose, a Morsi. Il decreto costituzionale del novembre 2012 ha inferto un duro colpo alla sua legittimità democratica. Ma se quella data, e non il 30 giugno 2013, segna la fine del primo esperimento democratico in Egitto, permane oggi la necessità di non ripetere gli errori di quel primo mandato, coinvolgendo nel dibattito tutte le forze politiche che accettino di rifiutare l’uso della violenza. Cosa su cui i Fratelli sono oggi divisi, come anche nei mesi scorsi avevano ondeggiato tra le minacce esplicite agli oppositori e le aperture verbali.

 

 

Da ultimo, un elemento ancora merita di essere notato: nella sua fatwa al-Qaradawi prende di mira, oltre a Papa Tawadros e al-Baradei, anche lo Shaykh al-Azhar, alludendo al suo passato con il regime di Mubarak. La risposta dello Shaykh, che solo qualche giorno prima aveva presentato con lo stesso al-Qaradawi un documento sui diritti della donna nell’Islam, non si è fatta attendere. Lo Shaykh accusa al-Qaradawi di incitamento alla sedizione e parzialità, contestando il suo metodo di lettura dei testi religiosi senza alcuna considerazione della realtà attuale. In particolare, la polemica verte sulla visione “bianco-nero” tipica di al-Qaradawi, a cui lo Shaykh oppone la necessità di saper scegliere, in politica, il male minore. A loro volta diversi azharisti hanno sconfessato la risposta dello Shaykh.

 

 

La deflagrazione del 30 giugno continua a produrre i suoi effetti destabilizzanti, anche all’interno del campo religioso islamico.

 

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