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Religione e società

Lo slancio venuto dal Concilio

Questo articolo è pubblicato in Oasis 7. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 17:15:56

Emile Benveniste, nel suo studio sul vocabolario delle istituzioni indoeuropee, analizzando la parola "testimonianza" riporta, tra le altre cose, il detto di un antico saggio secondo cui se due uomini hanno una discussione dicendo l'uno «io l'ho visto», l'altro «io l'ho sentito», il primo è colui a cui dobbiamo credere. Il testimone è tale in quanto sa ma soprattutto in quanto ha visto. Dall'analisi linguistica emerge un elemento portante del testimone e della testimonianza, la visibilità, la tangibilità. Il tema della testimonianza e quello strettamente connesso del martirio hanno generato nella storia della cultura occidentale un dibattito molto articolato di cui in questa sede, per evidenti motivi, parleremo solo per sommi capi. Un rinnovato interesse per la testimonianza è senza dubbio presente nei documenti del Concilio Vaticano II in cui i lemmi riferibili direttamente alla testimonianza, come "testimone", "testimoni", "testimonianza" (compresi i verbi associati) compaiono 126 volte. Nella teologia dell'incarnazione promossa nei documenti più importanti del Concilio, in particolare nella Dei Verbum (n. 4), si riscopre la testimonianza come categoria inerente alla Rivelazione. Nella Dignitatis humanae (n. 11) si legge che Cristo «rese testimonianza alla verità, però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza». Nella Ad gentes emergono l'indole evangelizzatrice della testimonianza e il significato missionario della categoria di dialogo. Il Concilio Vaticano II riapre dunque sul tema della testimonianza un dibattito che si svilupperà ampiamente nei decenni successivi. Nel clima conciliare si inserisce lo studio La témoignage spirituel [Edition de l'Epi, Paris 1964] in cui Émile Barbotin si confronta con numerose problematiche filosofiche e teologiche a partire dai testi biblici. Lo studio analizza l'atto di fede non tanto dal punto di vista dell'adesione interiore alla parola di Dio, quanto nella sua manifestazione esteriore, visibile. Incarnata in segni concreti, gesti, azioni, parole, la testimonianza spirituale trova la sua specificità nella relazione tra l'immanenza del significante (il segno incarnato) e la trascendenza del significato in cui sta il suo valore: nella testimonianza spirituale il segno attesta simbolicamente la dimensione metafisica dell'esistenza. La testimonianza è inscindibile dalla dimensione dell'esperienza personale: infatti, secondo Barbotin, si dà testimonianza in senso pieno, e non una mera trasmissione di un passato o di un sapere, solo quando è chiamata in causa l'integralità di senso che la persona dona al vissuto. Per usare una terminologia di J.H. Newman si potrebbe dire che la testimonianza evoca un "assenso reale" e non solo un "assenso nozionale". Negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II sono emersi orientamenti assai diversi sulle forme in cui si può esprimere la testimonianza cristiana. Come è noto, c'è stato anche chi, operando una riduzione indebita dell'insegnamento conciliare, ha ricondotto la testimonianza alla dimensione politica (basti pensare a studiosi come Metz e Moltman) o alla dimensione della liberazione sociale (Gutiérrez e la teologia della liberazione). Nel 1972 si tenne all'Università di Roma un importante convegno internazionale dedicato al tema [cfr. E. Castelli, La Testimonianza, Cedam, Padova 1972]. In questo convegno, contro ogni interpretazione fideistica della testimonianza, Marco M. Olivetti sostiene che l'affidamento al sapere è la condizione di significatività della testimonianza, «se la testimonianza non si traduce in un sapere, essa è un non senso» (425). Tra le relazioni più significative al convegno, va annoverata quella di Paul Ricoeur sull'ermeneutica della testimonianza [testo ripubblicato in P. Ricœur, Testimonianza, parola, rivelazione, Dehoniane, Roma 1997 da cui si citerà]. Il testimone «è colui che, avendo visto e udito, fa una relazione sull'avvenimento» (77); se il testimone è dunque colui che ha visto, che ha partecipato all'evento, colui che riceve la testimonianza non vede ma sente un racconto dell'evento. Queste considerazioni non devono indurci a credere che il testimone sia un mero narratore, sebbene attento e scrupoloso: il testimone è qualcosa di più, è tale in quanto «è capace di soffrire e morire per ciò che crede» (83). In senso pieno «la testimonianza significa altro che una semplice narrazione di cose viste; la testimonianza è anche l'impegno di un cuore puro e un impegno sino alla morte. Appartiene al destino tragico della verità» (84). Il martirio è dunque il caso limite della testimonianza. Sempre negli anni del post-Concilio, Paolo VI è intervenuto in più occasioni sul tema della testimonianza, affermando ad esempio, il 2 ottobre 1974, con parole diventate celebri, che la nostra epoca «ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni» e che la testimonianza «è un elemento essenziale, generalmente il primo, della evangelizzazione» [Evangelii Nutiandi, n. 21]. Il tema della testimonianza è stato un vero e proprio filo conduttore del magistero di Giovanni Paolo II, partendo già dalla Redemptor Hominis, passando per l'enciclica missionaria Redemptoris Missio e arrivando alla commemorazione dei martiri e dei testimoni della fede promossa dal Giubileo del 2000. A questo percorso si ispira il libro di Didier Rance Un siècle de témoins. Les martyrs du XXe siecle [Le Sarment, Paris 2000] che offre una riflessione di ampio respiro sul nesso tra testimonianza e martirio. Rance ha raccolto le testimonianze di coloro che nel corso del XX secolo sono stati perseguitati a causa della fede dai regimi totalitari. Sono presi in esame in particolare i casi riferiti ai regimi comunisti attraverso un'indagine storico-agiografica dalle profonde implicazioni esistenziali. Leggendo il libro si scopre che una certa dimensione del martirio è connaturata ad ogni vita cristiana, non ci sono due cristianesimi, quella eroico degli "attori" (i testimoni della fede e i martiri), e quello quotidiano degli "spettatori" (i semplici cristiani). Seguire Cristo è sempre esigente, costringe ogni giorno a distaccarsi dall'uomo vecchio, a lasciarlo morire alla fine di un intenso e sofferto combattimento spirituale a cui tutti i cristiani sono chiamati. Forma di Conoscenza Una profonda e articolata riflessione teologica sulla testimonianza è offerta dall'opera di Paolo Martinelli, La testimonianza: verità di Dio e libertà dell'uomo [Paoline, Milano 2002]. Dopo aver ricostruito a grandi linee l'importanza del tema nella storia della teologia e dell'esperienza cristiana, sono indagati i principali significati della testimonianza, con particolare riferimento alla rilevanza antropologica e comunicativa della stessa. Martinelli mostra che con la parola testimonianza sono implicati tutti i fattori di ogni autentica esperienza umana. Il cuore della riflessione è la relazione Trinità-testimonianza; l'evento di Cristo nella sua singolarità compie in modo assolutamente gratuito e indeducibile la testimonianza incondizionata della verità di Dio. La testimonianza di Cristo crocifisso e risorto si intreccia con quelle dei cristiani: forme supreme di questa testimonianza sono vocazione, verginità e martirio. Per Martinelli, la testimonianza è quella forma di conoscenza e di comunicazione interpersonale in cui verità e libertà si implicano e si esigono vicendevolmente: «L'evento della testimonianza non permette di isolare la verità, la sua conoscenza e trasmissione, dalla libertà, chiamata a riconoscerla ed accoglierla. Il fatto testimoniale costringe ad uscire dall'arida deriva di una verità astratta per coglierla nel vivo della relazione interpersonale» (14). Con un saggio dal titolo Le témoignage chrétien [pubblicato in «Bulletin de Liaison» 4, 2005], René Latourelle riprende e aggiorna le riflessioni proposte in un suo omonimo libro uscito nel 1971. In un contesto socio-culturale profondamente mutato rispetto a quello con cui avevano a che fare i padri conciliari durante il Vaticano II, un contesto in cui ora non solo la Chiesa ma la stessa domanda religiosa sembra essere messa in discussione, per Latourelle l'uomo contemporaneo è mosso solo da segni portatori di significato e di salvezza. L'inerzia spirituale può essere scossa solo dalla testimonianza di persone e di gruppi profondamente impegnati in una vita alla sequela di Cristo. Pur nella sua brevità, uno dei contributi più significativi degli ultimi anni sul tema della testimoninanza è costituito dal saggio di A. Dulles The Rebirth of Apologetics, pubblicato in «First Things» [n. 143, 2004, pp. 18-23]. In questo contributo il teologo sostiene che la questione decisiva è domandarsi come Dio ci venga incontro e ci apra un mondo di significato che va al di là dei limiti della investigazione umana. La risposta a questa domanda va cercata nella testimonianza: la rivelazione, come parola di Dio, è la testimonianza di Dio. Fin dall'inizio, il Cristianesimo si è diffuso attraverso la testimonianza vivente dei credenti che secondo Dulles oggi è la forma più efficace di una rinnovata apologetica, un'apologetica certo diversa (ma complementare) rispetto a quella tradizionale fondata prevalentemente su argomenti di carattere filosofico e/o scientifico. Dal quadro emerso, per quanto circoscritto, emerge tutta la rilevanza sociale e culturale della testimonianza che consente di vivere in una nuova luce il tradizionale problema del rapporto tra verità e libertà proprio in un'epoca in cui questo è quanto mai urgente, un'epoca in cui (per il relativismo) la libertà sembra diventare indifferente alla verità e (per i fondamentalismi) la verità percepisce la libertà come una minaccia.

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