L’Islam non è un monolite, ma nel corso della sua espansione geografica e del suo sviluppo storico ha influenzato ed è stato influenzato, ha adattato ed è stato adattato

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:49:11

La storia in generale e la storia delle religioni in particolare è piena d’esempi di società conquistate da popoli di una cultura meno sviluppata e che, precisamente a motivo della loro cultura e civiltà superiore, hanno assimilato e assorbito rapidamente i conquistatori e i loro sistemi di pensiero. Mi basti ricordare l’esempio dei Mongoli in Iran e in India, degli Unni in Cina, o ancora menzionare i Vandali o i Sassoni in Europa. In questa prospettiva l’Islam costituisce un’eccezione, la cui singolarità è stata sottolineata dagli studiosi. Portatrici di una cultura tribale e originarie di un ambiente di beduini più o meno sedentarizzati, le truppe musulmane sono riuscite a conquistare con una rapidità folgorante due imperi che figuravano tra le più alte culture dell’epoca, l’Impero sassanide iraniano e l’Impero bizantino, sottomettendo paesi dalle civiltà secolari come la Siria, l’Iraq, la Persia o ancora l’Asia Centrale e il Caucaso.

È vero che i popoli conquistati sembrano aver impiegato, nella maggioranza dei casi, parecchi secoli per convertirsi all’Islam, ma è anche vero che l’Islam, questa religione degli arabi delle tribù della Mecca e di Medina, non soltanto non fu assorbito dalle culture elevate che aveva conquistato, ma al contrario infuse loro una forte impronta propria e favorì, sul piano linguistico, l’arabizzazione di un buon numero di paesi sottomessi. Perché?

Come si può usare il singolare quando parliamo di terre che vanno dal Maghreb all’Asia? Il fenomeno, certamente complesso, è stato abbondantemente studiato e diverse teorie cercano di spiegarlo. Chiaramente non le discuterò in dettaglio, ma quel che è certo è che se l’Islam ha potuto influenzare tutti questi popoli di antica civiltà e adattarsi alle loro culture ciò è avvenuto perché, in senso inverso, anch’esso è stato influenzato da queste ultime nella sua formazione e nel suo sviluppo. Infatti ciò che facilita l’acculturazione è la circolazione, nei due sensi, degli influssi. Un fattore importante delle circolazione degli influssi è senza dubbio alcuno la pluralità, la diversità che caratterizza una religione nelle sue fasi di formazione e di evoluzione. Influenza reciproca e pluralità sono legate indissociabilmente: senza l’una, l’altra quasi non esisterebbe. Questo assioma conduce innanzi tutto a un’evidenza che conviene ricordare oggi più che mai e forse più ai musulmani stessi che agli altri: l’estrema diversità dell’Islam.

L’Islam infatti non è uno, non è monolitico. Non lo è mai stato. Come per tutte le “grandi” religioni, questa pluralità è di diverse nature (l’aggettivo “grandi” non implica alcun giudizio di valore qualitativo. Intendo con questo termine la dimensione quantitativa e/o il ruolo svolto da queste religioni nell’evoluzione della storia dell’umanità presa nel suo insieme). La pluralità è dunque in primo luogo di ordine storico e da questo punto di vista si potrebbe affermare che esistono tre Islam.

Solo il 15% dei musulmani sono arabi o parlano l’arabo Prima di tutto l’Islam delle origini, quello del profeta Muhammad (morto nel 632); oggettivamente, lo conosciamo ben poco, poiché ciò che ne sappiamo proviene quasi esclusivamente dalle rappresentazioni che cercavano di fornirne gli autori musulmani, i più antichi dei quali scrivevano nella grande maggioranza quasi un secolo e mezzo o due secoli dopo i fatti. Il contesto nel quale questi letterati operavano era totalmente diverso da quello che aveva visto nascere la religione del profeta arabo. Le incessanti guerre civili, le grandi conquiste, la formazione di un immenso impero, le innumerevoli scissioni politico-religiose e la costituzione progressiva di un’ortodossia avevano necessariamente segnato gli spiriti e determinato le immagini che si volevano dare del passato per giustificare il presente e preparare l’avvenire.

Dopo più di un secolo di ricerche di filologia storica, gli arabisti e gli islamologi sanno che la comprensione stessa della lingua del Corano ne fu ugualmente modificata. L’ambiente originario delle rivelazioni muhammadiche, tribale, arabo, o più precisamente hijazeno – proprio delle regioni della Mecca e di Medina – impregnato di credenze ancestrali, ma anche d’antiche religioni vicino – e medio-orientali presenti in Arabia, come in particolare il Giudaismo, il Cristianesimo e il Manicheismo, costituiva già un mondo caduto o da far cadere nel dimenticatoio per una comunità ormai composta in maggioranza da non-arabi figli di società non tribali e guidata da dirigenti che cercavano di dimostrare, talora in modo aggressivo, l’autonomia della nuova religione, e ben presto la sua superiorità, in relazione alle religioni anteriori. Malgrado tutti gli sforzi di ordine politico, le religioni antecedenti sono rimaste ben vive nel dogma, nei riti e nelle istituzioni dell’Islam. Ciò vale per il Cristianesimo, per il Mazdeismo zoroastriano e naturalmente per il Giudaismo, ma anche per una religione oggi quasi dimenticata, il Manicheismo, da cui l’Islam sembra aver ereditato quattro dei suoi cinque “pilastri”, cioè la professione di fede, le cinque preghiere canoniche giornaliere, l’elemosina legale e un mese di digiuno all’anno, con inizio al levar del sole e termine al tramonto. È ancora necessario ricordare che il titolo di “sigillo dei profeti”, che designa come tutti sanno il profeta dell’Islam, era portato da Mani.

Elaborazione delle Leggi

Esiste poi l’Islam dei chierici, dei professionisti incaricati di gestire il fatto religioso; gli elaboratori della legge canonica che, alleati agli antichi commercianti divenuti guerrieri e conquistatori, hanno giustamente avvertito il bisogno pressante di stabilire regole per le immense terre conquistate, per le colossali fortune acquisite, per gli innumerevoli popoli sottomessi. Anche in questo caso, i sanguinosi conflitti fratricidi e le conquiste sarebbero risultati fattori decisivi. L’elaborazione delle leggi della guerra santa, la definizione dei limiti della fede e della miscredenza, la volontà di fare dell’arabo la lingua amministrativa per non dipendere più dai funzionari bizantini e persiani, la formulazione delle regole circa le “Genti del Libro”, soprattutto ebrei e cristiani, divenuti “protetti tributari” (dhimmî) per sottolineare il carattere indipendente e vittorioso dell’Islam, la determinazione di diverse imposte e tasse, dette religiose, e in particolare della tassa di capitazione e dell’imposta fondiaria, o ancora la redazione finale delle scritture, distinte progressivamente in Corano e tradizioni profetiche, in vista della costituzione di un’ortodossia e di un’ortoprassi, tutto questo caratterizza le prime tappe della lenta ascesa al potere dei dottori della Legge, a partire dall’epoca omayyade (661-750).

Questo Islam, spesso trascinatore delle masse, si credeva autosufficiente: soddisfatto di se stesso, si voleva chiuso, perché superiore a ogni altra cultura. E tuttavia si dimentica che la Legge canonica dell’Islam, la famosa sharî’a, formata durante i primi due secoli dell’egira, è spesso non soltanto non-coranica, ma talora anti-coranica – si pensi ad esempio alla lapidazione della donna adultera che non ha alcuna base coranica o ancora a certe regole che sovrintendono all’eredità o al ripudio e in cui i dati coranici sono spesso embrionali.

L’ermeneutica è fondamentale per la costituzione di una cultura plurale e aperta Infine si potrebbe parlare di un Islam dei non-chierici: l’Islam di storici e storiografi, di poeti, geografi, uomini di lettere, filosofi, mistici, medici, scienziati, filologi e grammatici, artisti e architetti... Molti di loro furono anche teologi, giuristi, esegeti o giudici. Tuttavia questi personaggi, quasi sempre usciti dalle file dei popoli conquistati, espressero un Islam aperto, curioso, in cerca di conoscenza, novità, adattamenti e assimilazioni. Scopritori, traduttori, commentatori e trasmettitori di culture antiche – greco-alessandrina, siro-bizantina, iranica, indiana... – furono principalmente loro a fare dell’Islam, spesso attraverso sublimi lavori ermeneutici e talora pagandola molto cara, una cultura e una civiltà tra le più notevoli nella storia dell’umanità, in particolare nel IX e nel X secolo, durante quel periodo che è detto l’Epoca d’Oro del califfato abbaside. Fu merito loro se elementi fondamentali del patrimonio intellettuale e spirituale dell’umanità furono adottati e adattati all’Islam, apertamente o segretamente, e poi trasmessi ai posteri, in particolare all’Occidente: la scienza e la filosofia greca, i racconti di saggezza indiana, la morale iranica, la metafisica mazdea, la spiritualità e l’esoterismo manichei etc.

Varietà Culturale

Quest’ultimo punto rivela altre pluralità di ordine culturale, etnico, geografico; in effetti, l’Islam non è soltanto una religione, ma anche una civiltà che, nella sua ricchezza e complessità, ha funto da fondamento, da parecchi secoli, a diverse culture ciascuna dotata di una storia propria e che si è preso l’abitudine di chiamare al singolare la civiltà musulmana. Ma come si può usare il singolare quando il discorso abbraccia terre che vanno dal Maghreb all’Indonesia, passando per l’Africa nera, i Balcani, l’Asia Centrale o le isole dell’Oceano indiano? Ricordiamo ancora qualche dato di tutta evidenza: solo il 15% circa dei musulmani sono arabi o arabofoni. I più grandi paesi musulmani sono la Nigeria e l’Indonesia. I paesi del subcontinente indiano, l’India, il Pakistan e il Bangladesh, contano da soli quasi la metà della popolazione musulmana mondiale.

A parte un numero molto limitato di pratiche e credenze comuni, le cose differiscono, talora radicalmente, da una cultura all’altra. L’Islam della Mauritania è molto diverso da quello dell’Iran e un musulmano albanese difficilmente si riconosce nelle credenze di un Turkmeno o di un Malgascio. Nel Ciad o in Senegal brani del Corano scritti su foglie vengono immersi nell’acqua che poi viene data da bere ai bambini malati; in Arabia Saudita si tocca il Corano solo per sfogliarlo durante la lettura e questa deve obbligatoriamente avvenire in stato di purità rituale. Considerati sotto questa prospettiva, ci sono tanti Islam quante sono le culture esistenti tra i musulmani. Inoltre costoro si compongono d’una maggioranza di sunniti – all’incirca quattro quinti –, di una minoranza di sciiti – quasi un quinto – e di un piccolissimo numero di Khârijiti, situati attualmente soprattutto nel Nord Africa. Ciascuna di queste famiglie è percorsa da numerose correnti di pensiero, tendenze spirituali, scuole giuridiche e teologiche.

La complessità, la ricchezza delle “grandi” religioni è dovuta principalmente e fondamentalmente a questa pluralità connessa al gioco delle influenze reciproche. Non è dunque un caso se la negazione della pluralità sia il letteralismo, base intellettuale di tutti gli integrismi. Il letteralismo riduce una religione, i suoi testi, le sue idee, alla loro letteralità, alla superficie immediatamente percepibile dalla ragione, facoltà a sua volta direttamente legata al linguaggio. Il letteralismo è prima di tutto contrario all’idea stessa di ermeneutica, disciplina sapienziale secondo cui un testo, una dottrina, una realtà non si riassumono nella loro dimensione manifesta, nel loro aspetto visibile, ma possono contenere uno o parecchi livelli di senso, più o meno nascosti. L’ermeneutica si definisce precisamente come la ricerca del o dei sensi nascosti ed è alla base di altre discipline come l’esegesi, la teologia, la mistica, applicate e fondate su fonti scritturali. Così, l’ermeneutica è fondamentale per la costituzione d’una cultura plurale, aperta. Il letteralismo è nemico di questo genere d’apertura. Cerca di coprire e annichilire la pluralità sotto la nozione totalizzante, se non addirittura totalitaria, di “unità”.

Sfortunatamente, sul piano politico, è questa tendenza letteralista che sembra guadagnare terreno in Islam. Essa non vuol sentir parlare della diversità delle culture, delle lingue, delle credenze in Islam. Non vuole accettare l’interpretazione dell’Islam e di altre religioni, di altre civiltà. Da qualche decennio, è principalmente rappresentata dagli integralisti wahhabiti e dai loro accoliti volontari o involontari che negano, a volte violentemente, la diversità, le pluralità dell’Islam e dei musulmani, che rifiutano la coesistenza pacifica tra questi ultimi e i non musulmani. Fortunatamente sono ancora in netta minoranza sul piano sociologico. Loro esclusi, tanto i letterati quanto i credenti musulmani ordinari e gli studiosi hanno sempre saputo che queste pluralità e le influenze che esse propagano costituiscono la principale ragione delle innumerevoli ricchezze dell’Islam, dei suoi universi spirituali e intellettuali.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Mohammad Ali Amir Moezzi, Tre nature e una pluralità di culture, «Oasis», anno IV, n. 7, maggio 2008, pp. 110-112.

 

Riferimento al formato digitale:

Mohammad Ali Amir Moezzi, Tre nature e una pluralità di culture, «Oasis» [online], pubblicato il 1 maggio 2008, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/tre-nature-e-una-pluralita-di-culture.

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