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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:52:16

Di tutti i regimi politici del mondo arabo-musulmano, quello in vigore in Libano presenta caratteri specifici che non mancano di distinguerlo in un universo regionale segnato da autoritarismo ed omogeneità. In effetti, il sistema politico libanese si presenta come democratico, retto dal principio costituzionale della separazione dei poteri e del rispetto dei diritti umani e allo stesso tempo come pluralista, attento a manifestare e rappresentare la diversità culturale e comunitaria. Questo secondo punto è il più notevole. Perché dare corpo e voce all'espressione della diversità che caratterizza la società civile non è cosa abituale in questa regione del mondo. Naturalmente queste caratteristiche non sono prive di conseguenze destabilizzanti per un regime politico che presenta, in qualche modo, tutti i difetti che le sue qualità possono offrire. è noto infatti che un regime di questo genere non è al riparo dai dissensi confessionali che fanno del resto la ricchezza del suo tessuto sociale. "Libanizzazione" è il termine che si evoca quando si vuole parlare di un regime politico che crolla sotto la spinta delle lotte che lacerano le comunità che lo compongono. E tale è stato, in effetti, il caso del Libano dal 1975 al 1990, quando il paese, subendo tutte le contraddizioni del suo ambiente vicino-orientale, vide le proprie comunità ergersi le une contro le altre. Il pluralismo comunitario e la coesistenza sono realtà politiche ed esistenziali. Suppongono strutture di potere equilibrate, ma soprattutto una cultura fatta di tolleranza, riconoscimento ed accettazione dell'altro che non è sempre al riparo dagli effetti di ideologie estreme o di passioni settarie. Per aver sperimentato una tale situazione di tensioni, il Libano può essere, in entrambi i sensi, un modello: modello del migliore pluralismo possibile, ma suscettibile egualmente, quando la vigilanza fa difetto, di degenerare nel peggiore. Per comprendere il Libano, è indubbiamente necessario mettere a fuoco il tratto caratteristico che lo accompagnò lungo tutta la sua storia. Paese di montagna, per mezzo del Monte Libano esso svolse per lungo tempo il ruolo di "paese rifugio". La comunità cristiana dei maroniti, fondata da San Marone, lo scelse come sua dimora nel quinto e sesto secolo e si mantenne al riparo dagli attacchi del potere bizantino, ma anche da quelli provenienti dalla conquista islamica. I drusi, una setta dissidente dell'Islam sciita, a partire dall'undicesimo secolo si rifugiarono nella Montagna, dove si trovavano già altre popolazioni sciite. Questa funzione di rifugio delle minoranze il Libano non cesserà di svolgerla per le altre comunità cristiane che sceglieranno, come i greci ortodossi e più tardi i greci cattolici e gli armeni, d'abitare le città e la pianura della Bekaa. Litorale, montagna e pianura daranno vita ad un popolamento differenziato con il predominio, a partire dalla conquista ottomana nel XVI secolo, dell'elemento sunnita, comunità "ortodossa", alla quale apparteneva il Sultano-Califfo installato a Istanbul dalla caduta di Costantinopoli, il 29 maggio 1453. In questo impero, che crollerà solo alla fine della prima guerra mondiale, vigeva la legge dell'appartenenza comunitaria. Ogni "nazione" (millet) aveva il proprio statuto ed il proprio capo religioso che la rappresentava presso le autorità pubbliche. Il principio che ispirava questo sistema era il riconoscimento della personalità morale delle comunità, con la loro organizzazione religiosa, ma anche con le istituzioni sociali: scuole, tribunali dello statuto personale, e, più tardi, dispensari, ospedali ed associazioni caritatevoli. Il sistema non si fondava su un'eguaglianza derivante dalla cittadinanza, concetto inesistente a quel tempo, ma su una discriminazione su base religiosa: lo statuto dei monoteisti non musulmani era quello di protetti (dhimmi). Gli ebrei ed i cristiani avevano la possibilità di esercitare il mestiere che preferivano, ad eccezione della carriera militare, ma non necessariamente di quella nell'alta amministrazione. La libertà di culto era rispettata, ancorché posta entro limiti chiaramente definiti che escludevano ogni carattere d'ostentazione pubblica o di proselitismo. In cambio di questa protezione si riscuoteva un'imposta di capitazione (jizya). Il Libano, al momento della nascita dello Stato moderno, proclamato il primo settembre 1920, eredita questo sistema. L'organizzazione politica che fu mantenuta faceva della rappresentazione comunitaria la base del sistema. Questa regola è sottesa alla Costituzione, presiede alla consuetudine costituzionale ed ha impregnato di sé le strutture dello Stato nazione. Incarna la combinazione dell'eguaglianza dei cittadini e della necessaria considerazione della loro appartenenza comunitaria. è alla base del funzionamento dello Stato. Al cuore del sistema libanese si trova l'idea dell'equilibrio della rappresentazione comunitaria. Il sistema politico ha la funzione di far vivere e regolare il pluralismo. Il principio è dunque quello della rappresentazione in tutti i gradi dello Stato delle diciotto comunità religiose. Amministrazione, Assemblea nazionale, Governo: tutte queste istanze devono riflettere il mosaico libanese. Le cariche e le funzioni pubbliche sono distribuite in proporzione alle comunità. Così, l'Assemblea nazionale di 128 membri dev'essere, a partire dall'accordo di Ta'if che ha introdotto il principio di parità, per metà cristiana (64 seggi) e per l'altra metà musulmana (64 seggi). Lo stesso principio vale per la formazione del governo che nondimeno, secondo una consuetudine affermata, dev'essere sempre presieduto da un musulmano appartenente alla comunità sunnita. Il presidente dell'Assemblea nazionale dev'essere invece sciita e il Presidente della Repubblica cristiano maronita. Il sistema comunitario è stato parzialmente moderato dall'Accordo di Ta'if che tuttavia lo ha nello stesso tempo consacrato. Moderato, perché il comunitarismo è sempre percepito come un attentato all'eguaglianza tra i cittadini e come contrario al fine dell'integrazione nazionale. La Costituzione libanese proclama dunque, dal 1926, il carattere provvisorio del comunitarismo. L'Accordo di Ta'if, del 1989, ne prevede l'eliminazione progressiva e, a livello degli impieghi amministrativi meno elevati, ha già abolito ogni attribuzione proporzionale. Resta vero che, più forte della Costituzione, la consuetudine ha consacrato la ripartizione delle alte funzioni dello stato su base confessionale. In tal modo, il sistema confessionale dà la garanzia alle confessioni che nessuna decisione sarà presa senza che i loro rappresentanti siano chiamati a dare il proprio assenso o all'occorrenza ad opporre il proprio veto. Valori e Limiti del Comunitarismo Per chi voglia valutare nei giusti termini il regime politico del comunitarismo libanese, è necessaria un'indispensabile contestualizzazione. Il contesto cui si fa riferimento è qui il Medio Oriente. Una regione che è stata il luogo di scontri comunitari sanguinosi. I cristiani del Libano conservano la memoria dei fatti del 1840 e soprattutto di quelli del 1860, che li hanno opposti ai drusi e nei quali molti di loro persero la vita. Hanno anche in mente i momenti cruenti della guerra del 1975. All'opposto, musulmani e drusi richiamano i soprusi commessi dalle milizie cristiane durante la guerra del 1975. Dal canto loro, i cristiani non dimenticano d'essere stati cacciati dallo Chouf ad opera dei drusi, nel 1982, dopo massacri terribili. Tre popoli poi hanno conosciuto una storia tragica: gli ebrei che perpetuano in Israele la memoria della Shoah, i palestinesi, che piangono una patria perduta e gli armeni, che non possono dimenticare d'essere stati vittime del primo genocidio nel XIX e XX secolo. Per certi aspetti, il sistema comunitario si perpetua attraverso la paura di popoli il cui presente resta ossessionato dal ricordo di un passato di drammi e d'orrore. In questo contesto, la sorte dei cristiani d'Oriente è parte essenziale della posta in gioco. Per i cristiani del Libano, in particolare, il Paese non si può perpetuare che sulla base di un'associazione di minoranze. Le altre comunità del Paese concordano con loro su questo punto, non senza discussioni sugli equilibri politici da stabilire.

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