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Medio Oriente e Africa

L’opzione tunisina

Una manifestazione a Tunisi

Il compromesso tra Islam politico e laici a Tunisi è un’imperfetta alternativa alla brutale ideologia dell'Isis

La creazione di un "Islam europeo" moderato è un’idea che è entrata con forza nel dibattito in seguito agli attentati di Parigi. Questo progetto mirerebbe a contrastare il fascino che la versione radicale e sanguinaria di Islam propagandata dallo Stato Islamico – e prima di esso da al-Qaida – ha dimostrato di esercitare su una parte dei giovani europei e su molti giovani dei Paesi arabi e islamici. Eppure, basterebbe guardare non troppo lontano dalle nostre coste per trovare una valida alternativa all’ideologia estremista, seppure fragile e imperfetta. Direzione: Tunisi. La Tunisia è un realtà curiosa nel panorama mediorientale, rimasta sempre al di fuori dei grandi giochi e dei grandi conflitti che hanno scosso la regione dal secondo dopoguerra in poi. Paese pacifico, ha sempre avuto rapporti abbastanza cordiali con i suoi vicini e un apparato militare relativamente ridotto. Inoltre, non è mai stata protagonista di primo piano delle grandi ideologie che hanno attraversato il mondo arabo, dal panarabismo nasserista e ba´athista di Paesi come Egitto, Siria e Iraq, al conservatorismo religioso di stampo wahhabita diffuso dall´Arabia Saudita. Eppure, la Tunisia ha dimostrato che esistono altri modi più silenziosi per costituire un’avanguardia. Assieme al Marocco e alla Giordania, Tunisi è infatti sempre stata in prima linea nello sviluppo dei rapporti economici e politici tra l´Unione europea e la sponda sud del Mediterraneo. Dagli anni Novanta in poi, tali rapporti hanno contribuito a riplasmare significativamente le economie e le società di tutta la regione arabo-mediterranea, contribuendo a una forte modernizzazione sociale ma anche all´ampliarsi delle diseguaglianze. Proprio questi due fattori – modernizzazione economico-sociale e crescenti diseguaglianze – hanno portato la Tunisia a dettare il passo nel 2010-2011, quando proprio qui ha avuto inizio l´onda di proteste che ha radicalmente cambiato il volto del Medio Oriente.

 

 

L’arte del compromesso

 

Dopo le enormi speranze generate in tutto il mondo da quegli eventi, oggi gli entusiasmi hanno però lasciato il posto alla delusione. In Paesi come Egitto, Libia o Siria, a distanza di cinque anni, restaurazione e conflitti hanno soppiantato qualunque tipo di speranza di un immediato rinnovamento democratico, facendo temere anche per la stabilità del resto della regione. Delle molte promesse di quella “Primavera”, soltanto quella tunisina sembra essersi mantenuta. Dopo aver superato la difficile fase di transizione, nel 2014 il Paese ha varato una nuova Costituzione democratica e indetto nuove elezioni che sono state un vero banco di prova per il partito Ennahda, formazione politica islamista ispirata alla tradizione della Fratellanza musulmana. Ennahda, dopo aver ottenuto la maggioranza relativa nelle elezioni dell´Assemblea costituente nel 2011, aveva accettato di formare un governo con partiti laici, in questo distaccandosi dall´operato della Fratellanza musulmana egiziana. Subito dopo gli eventi rivoluzionari, però, le tensioni sociali e i primi gravi episodi di terrorismo hanno investito il Paese. L’attacco a settembre 2012 contro l’ambasciata americana a Tunisi, nel 2013 le uccisioni a cinque mesi di distanza di due membri dell’opposizione politica laica, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, hanno attirato contro Ennahda le accuse di non essere in grado di controllare gli estremismi religiosi nella società. Proprio in seguito a queste tensioni, nel 2014, il movimento è stato costretto a sciogliere il governo e sostenere un esecutivo tecnico assieme all´opposizione. Infine, il partito islamista ha accettato i risultati delle elezioni del 2014 che ne hanno segnato la sconfitta a favore della formazione laica Nidaa Tounis.

 

 

La fucina di foreign fighters

 

La parabola di Ennahda non ha precedenti nel mondo arabo, dove nessun partito islamista aveva mai dimostrato di saper accettare a gestire tutte le fasi salienti di una democrazia partitica, dalla vittoria, al compromesso alla sconfitta. Ma non si è trattato di un processo facile. Ennahda in questi anni è passato attraverso numerose fasi e metamorfosi interne che fanno di questo partito politico un laboratorio di riforma del rapporto fra Islam e politica. All'ala oltranzista che inizialmente voleva seguire l´esempio di Mohammed Morsi e della Fratellanza musulmana in Egitto si è in parte sostituita l´ala riformista, costituita anche da giovani, che ha portato Ennahda ad affrontare mutamenti della propria identità e del rapporto fra la sempre presente ispirazione religiosa del partito e le esigenze di un moderno sistema democratico. Questo laboratorio affronta oggi la fase forse più difficile della sua storia. La stagnazione economica e l´abbandono del Paese da parte dei partner internazionali rende quasi impossibile qualunque serio intervento a favore di quei giovani delle regioni emarginate che nel 2010 avevano dato vita alla rivoluzione e che oggi forniscono il maggior numero di foreign fighters di tutto il mondo arabo. La rivoluzione non è stata finora in grado di venire incontro alle necessità di coloro che l´hanno iniziata, e ha portato molti giovani spesso istruiti e disoccupati a guardare altrove per trovare una risposta alla loro apparente mancanza di futuro. La versione di Islam politico offerta da Ennahda fatica ancora a offrire un’alternativa credibile alle promesse di riscatto utopiche degli estremisti.

 

La Tunisia finora ha fatto tutto da sola. Da sola ha cacciato il suo dittatore e da sola ha superato le gravi tensioni politiche di questi cinque anni di transizione meritandosi per questo anche un premio Nobel. E sempre da sola sta cercando di gestire la grave minaccia del terrorismo che amplifica la stagnazione dell´economia per gran parte basata sul turismo. Se l'Europa in preda al panico vuole davvero trovare soluzioni nel lungo termine per contrastare il terrorismo jihadista deve comprendere che bombardamenti e soluzioni securitarie non possono bastare. Aiutare la Tunisia e il suo fragile Islam democratico a diventare un'alternativa credibile è invece una delle poche realistiche soluzioni di lungo periodo.

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