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Religione e società

Migrare, un evento a dimensione familiare

La migrazione non è un fenomeno nuovo. La storia umana è da sempre stata scandita da migrazioni di persone se non addirittura di popolazioni da un paese all'altro. I flussi migratori non sono per loro natura statici, ma variano e si modificano nel tempo secondo forme e intensità che riflettono spesso l'emergere o il consolidarsi di nuove condizioni demografiche, sociali, politiche ed economiche. È questa la situazione che ha riguardato, come è noto, l'Italia, che da storico Paese di emigrazione, negli ultimi decenni ha assunto la veste di Paese di accoglienza.

 

 

Diversi sono i motivi che stanno alla base della migrazione e, conseguentemente, molteplici sono anche i vissuti di chi la sperimenta. C'è chi in misura più o meno forte la sceglie e chi la subisce, chi la considera come una risorsa e ne accetta i rischi, e chi la vive come evento ineluttabile e ne sperimenta il dramma.

 

 

In tutti i casi ciò che qualifica il senso del viaggio è la dimensione della crisi, nel senso di strappo o separazione da un assetto consolidato di relazioni e riferimenti sociali e culturali, di turbamento di un equilibrio esistente, che comporta contemporaneamente una dimensione di possibile crescita o di possibile rischio.

 

 

Il viaggio evoca, da un lato, la perdita, la sofferenza, il dolore e chiama a rispondere di ciò che va conservato dei tempi e dei legami precedenti e di ciò che va rivisto o abbandonato; ma, dall'altro lato, rimanda al nuovo, alla apertura e alla crescita a nuovi incontri e possibilità.

 

 

L'esperienza del migrare è in ogni caso una esperienza disorientante, che interroga gli aspetti più profondi della propria identità personale e culturale.

 

 

L'esito del processo migratorio dipende da molteplici fattori: da ciò che gli stranieri si attendono, dalle risorse personali di cui dispongono, dalla capacità e possibilità di "abitare" i nuovi luoghi e di significarli, dalle reali opportunità che sono loro date da coloro che li ospitano.

 

 

Per cogliere la complessità del processo migratorio e capire quali percorsi siano fecondi e quali rischiosi, è importante assumere una prospettiva che sappia cogliere, all'interno di una cornice temporale adeguata, gli aspetti profondi e spesso meno visibili del fenomeno: i mandati familiari e sociali, i progetti e le necessità, le sfide da parte di chi giunge e di chi accoglie, le urgenze e i desideri legati a una storia e progettualità forte di vita.

 

 

I recenti episodi di disagio e di violenza che hanno dato voce all'impotenza delle seconde e terze generazioni di immigrati in alcune importanti capitali europee mettono in luce la parzialità delle chiavi di lettura con le quali un'ampia parte della letteratura, specie di tipo psico-sociale, tende a inquadrare i problemi posti dalla migrazione.

 

 

Essa viene di norma considerata un evento critico che, per poter essere affrontato con successo, richiede specifiche abilità di gestione dei problemi e di adattamento da parte del migrante, unitamente a un contesto sociale che ne accolga i bisogni primari (casa e lavoro).

 

 

Questa prospettiva si caratterizza per la sua connotazione funzionalista di breve respiro, centrata in maniera esplicita sull'esame dei fattori necessari all'adattamento socio-culturale o al benessere psicologico dei migranti, secondo un'ottica tipicamente individualista.

 

 

In altre parole, la migrazione è fondamentalmente considerata un evento puntuale, circoscritto, affrontato in un arco di tempo relativamente breve, salvo poi riconoscere che alcuni effetti "residuali", per così dire, si presentano in tempi diversi, come ad esempio la crisi d'identità delle generazioni successive a quella emigrata. Lo sguardo ottimista e fortemente centrato sulle spinte adattative al nuovo contesto tende a sottovalutare anche le inerzie, le resistenze ai cambiamenti e, soprattutto, le forme e i tempi con cui esse si possono manifestare. Rimangono sullo sfondo, o esplicitamente si trascurano, il significato e gli effetti a lungo termine che tali adattamenti possono avere sull'identità personale e sul modo di valutare il proprio patrimonio culturale. Non solo: anche quando la centralità della dimensione relazionale nel processo migratorio viene messa in evidenza (ad esempio, sottolineando il ruolo dei network sociali nel sostenere la migrazione, la complessa dinamica delle rimesse alle famiglie di origine, l'impatto della migrazione seriale sulla vita di coppia e sulla relazione genitori-figli), se ne offre comunque una lettura in termini ancora sostanzialmente individualistici. All'immigrato di prima generazione si è sostituito oggi l'adolescente o il giovane di seconda generazione quale unità di analisi privilegiata, soggetto ancora una volta isolato attorno al quale fanno da sfondo o semplice "contorno" le relazioni nei suoi aspetti vincolanti o di risorsa.

 

 

In realtà l'immagine e il profilo dell'immigrato sia esso di prima, seconda o terza generazione è più articolata e richiede una lettura pienamente relazionale, attenta all'insieme di legami e di rapporti di cui il migrante fa parte e che possono rivestire una funzione di supporto e di spinta propositiva per la sua crescita o, viceversa, esserne di ostacolo e impedimento.

 

Ridare spessore e visibilità ai legami degli stranieri significa soprattutto allargare la prospettiva di analisi e posare lo sguardo su quel soggetto collettivo che è regista e protagonista di gran parte delle dinamiche riguardanti la migrazione, vale a dire la famiglia.

 

 

Mete e Scopi

 

 

In sintesi, tre sono i motivi principali che rendono necessario mettere al centro della scena migratoria il soggetto familiare.

 

 

Il primo, più evidente, riguarda le mete e gli scopi delle migrazioni. Gran parte dei movimenti migratori si sviluppa per motivi che riguardano la famiglia: non solo in Italia i ricongiungimenti familiari sono in continua crescita, ma anche negli altri Paesi la percentuale di stranieri immigrati che si muovono per motivi di tipo familiare è molto elevata, pur se le cifre possono anche differire in modo sensibile tra i vari paesi, in funzione delle politiche migratorie decise dai governi nazionali.

 

 

In secondo luogo, la centralità della famiglia nella migrazione riguarda ogni fase del processo migratorio: la decisione di migrare, i suoi sviluppi e molti aspetti di problematicità ad essa connessi, non possono essere compresi senza tenere conto delle strategie familiari di sopravvivenza e/o di affermazione. È la famiglia che designa spesso quale componente possa o debba essere candidato alla partenza, che individua le opportunità migratorie o di sistemazione in un determinato Paese, che finanzia il progetto migratorio, che favorisce l'introduzione nella nuova realtà sociale, fornendo risorse materiali e informative ai nuovi arrivati. È sempre la famiglia a stabilire una serie di obblighi reciproci tra i migranti e la famiglia che resta al Paese d'origine. Ed è proprio in seno alla famiglia che frequentemente si opera, più tardi, la scelta di rientrare nel paese di origine o di stabilirsi definitivamente in quello di accoglienza. L'investitura familiare di chi emigra prevede, dunque, una serie di aspetti etici, che lo confermano nella sua identità e lo proteggono o, viceversa, lo possono esporre a sradicamento.

 

Un terzo motivo che spinge a mettere al centro dell'attenzione la famiglia come soggetto reale della migrazione è che una tale ottica può consentire di articolare i problemi e le conseguenze relative all'immigrazione in un Paese straniero in una prospettiva temporale allargata, non appiattita sul presente. Ogni vera crisi migratoria, quando si verifica, riguarda sempre tematiche e dinamiche familiari e si verifica in periodi che spesso sfuggono allo sguardo di chi è attento al periodo immediatamente successivo all'arrivo in una terra straniera. Sono inoltre crisi nelle quali si evidenzia la difficoltà che la famiglia manifesta nel creare adeguate forme di mediazione culturale tra il proprio sistema di significati interiorizzati e le nuove pratiche culturali offerte dalla società di accoglienza.

 

 

Spesso è solo a partire dalla comparsa della terza generazione di immigrati che risulta realmente possibile connettere e rielaborare passato e futuro, esigenze della cultura familiare d'appartenenza e esigenze del nuovo ambiente sociale, superando in tal modo i motivi della divisione simbolica e reale che spesso accomuna la storia delle prime generazioni di immigrati.

 

 

È come dire che la partita decisiva per una possibile integrazione delle persone straniere si gioca lungo un "asse temporale che si dipana lungo diverse generazioni", in cui acquistano particolare significato i temi della giustizia tra le generazioni (il sacrificio dei genitori, la lealtà dei figli) e del riconoscimento/apprezzamento dell'eredità che la generazione adulta lascia a quella successiva.

 

 

Più Generazioni

 

 

L'esperienza, a volte drammatica, delle generazioni più giovani di migranti nel costruire una solida struttura di identità evidenzia l'importanza di distinguere tra livelli diversi di adattamento all'interno di un arco temporale sufficientemente articolato. Un inserimento iniziale senza problemi, o con difficoltà comunque gestibili, è spesso solo una fase di un percorso più lungo, costellato da crisi e da fasi regressive, che possono caratterizzare la vita di ogni emigrante, soprattutto di chi è più giovane.

 

Nel lavoro di ricerca e di riflessione su questi temi diventa perciò fondamentale esplicitare e seguire una prospettiva che faccia emergere "lo spessore intergenerazionale" delle storie e delle vicende che si dipanano a partire dalla migrazione.

 

 

Guardare alla migrazione in un'ottica intergenerazionale significa accogliere l'idea che essa mette in scena più stirpi, più generazioni, più generi e il loro intrecciarsi; significa ipotizzare che costi e guadagni sono visibili solamente nello scorrere del tempo e nella storia familiare; comporta guardare alla trama di legami che come fibre invisibili ma solide, tengono unite o separano i percorsi di quanti costituiscono la famiglia; ancora, significa trattare del riuscire o del non riuscire a stare nella dimensione dello scambio reciproco.

 

 

Il compito più difficile per chi migra sembra essere quello di saper "costruire e gestire sintesi complesse" e di "porre in dialogo le molteplici differenze" che si trova a vivere.

 

La gestione della differenza (di genere, di generazione, di stirpe), che è già di per sé sfida centrale per il famigliare, sembra, così, imporsi con maggiore forza nell'evento migrazione: come in un caleidoscopio tale sfida si dilata e si unisce al tema del rapporto tra il là-allora (il Paese d'origine) e il qui-ora (il Paese di accoglienza); tra chi parte, chi rimane e chi arriverà poi sulla scena; tra mondi e culture differenti. La famiglia è chiamata a gestire la differenza non solo verso l'esterno (nei confronti del Paese ospite ricercando possibili strategie di integrazione), ma anche al suo interno (nel continuo confronto tra ruoli, funzioni, bisogni, rappresentazioni).

 

 

La capacità della famiglia migrante di prendersi cura dei propri legami familiari, in una continua tensione tra rinnovamento e negoziata fedeltà alle proprie origini, rappresenta probabilmente la sfida cruciale nell'orientare e guidare positivamente l'integrazione nel nuovo contesto sociale.

 

 

È una sfida difficile da affrontare, il cui esito positivo o negativo dipende da molteplici condizioni: dalle risorse dei componenti della famiglia, dal funzionamento della famiglia nel suo insieme, dalla capacità di trovare e accettare aiuti e dal contesto di vita più o meno facilitante, accogliente od ostile.

 

 

Laddove questa sfida riesca a essere affrontata e gestita in modo positivo, è probabile che la famiglia raggiunga quello che forse è l'obiettivo finale di ogni percorso migratorio riuscito: imparare a vivere non "tra" due mondi ma "all'interno" di due mondi, all'interno di uno spazio di vita che può dare significati nuovi alla propria storia, e anche istituire nuove forme di comunanza e di legame con il nuovo contesto sociale.

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