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Cristiani nel mondo musulmano

Ministro di Dio in Sudan: un'esperienza gigantesca

Incontro con Mons. Mazzolari, Vescovo della diocesi di Rumbek, morto mentre celebrava la messa sabato 16 luglio.

Per indicare la Loreto School, situata a sei chilometri dal centro cittadino di Rumbek, città di 300 mila abitanti nel Sud Sudan, è stata posta una pietra bianca a mo’ di cartello, come un segnavia per chi percorre la grande strada coloniale che sale verso la città di Wau: «La pietra scartata dai costruttori è diventata pietra angolare». Scherza, sebbene serio, Monsignor Cesare Mazzolari, Vescovo della diocesi di Rumbek, da 30 anni missionario in queste terre d’Africa lontana, meta del grande apostolo Daniele Comboni. Visitare questa scuola femminile, l’unica del suo genere in tutto il nascente Stato del Sud Sudan, significa toccare con mano la forza “rivoluzionaria” dell’educazione. La pietra scartata, in questo caso, sono le ragazze dinka, la principale delle tribù nilotiche di queste lande. Qui alla Loreto School le ragazze ricevono qualcosa di diverso: vanno a scuola, vengono istruite e si preparano a diventare leader nella loro società. Godono di un piccolo Eden ben curato. «Ah, si vede sempre la mano delle suore», esclama il Vescovo Mazzolari, bresciano di origine, americano di vocazione (ha studiato e lavorato in California), sudanese di adozione. «Guarda i fiori, le piante: tutto qui è bellissimo!». Ora le 54 studentesse di questa secondary school stanno affrontando gli esami di fine anno. Gli insegnanti – tutti provenienti dall’estero, Uganda e Kenya, ciò che la dice lunga sulla situazione di arretratezza del Sudan, il 150° Paese più povero al mondo – le stanno valutando in inglese, scienze, geografia e storia. La Loreto School è davvero un unicum in tutto il Sudan, l’ormai ex Paese più grande d’Africa, smembrato dallo storico referendum che il 9 gennaio scorso ha sancito l’indipendenza del Sud dopo 23 anni di sanguinosissima guerra civile. […]

 

 

La Chiesa cattolica – che nel Sud Sudan arriva al 15% della popolazione – ha guardato con favore al referendum d’indipendenza del Sud. Quello che però tutti si augurano – il Vescovo Mazzolari in primis, lui che la guerra civile l’ha vissuta tutta, prima come Provinciale dei comboniani del Sud, poi come Amministratore apostolico (dall’89), quindi come Vescovo (dal ’99) – è che la transizione verso l’indipendenza non preveda altri scontri, altro sangue, nuova violenza e distruzioni ulteriori.

 

 

La prima sfida, in un Paese che conta l’85% di analfabeti, è decisamente l’istruzione.

 

Non solo per insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Bensì per costruire un’identità personale, una forma di popolo, una nazione rivolta al futuro. Mazzolari lo spiega bene durante un viaggio in jeep, alla guida sebbene le sue primavere siano ormai 74 e le strade del Sud Sudan risultino poco più che piste nella savana. Uno dei problemi che i missionari hanno di fronte tutti i giorni è la sudditanza della donna in una cultura poligamica. «Una delle cose che farà crollare la poligamia è l’educazione e l’emancipazione della donne, le quali capiranno che sono destinate a qualcosa di meglio che essere la 20° o 30° moglie del vecchio riccone del villaggio», argomenta convinto Mazzolari. Nonostante la modernità faccia il suo timido ingresso in una società impenetrabile come quella sud-sudanese, i giovani, frastornati dai costumi sociali, «sono completamente incatenati alla loro cultura con una sorta di complesso. La poligamia, l’obbligo della vendetta e altre situazioni negative: la gente è vittima di questo circolo vizioso. Ci vorranno convinzioni cristiane tremendamente forti per sconfiggere tutto questo», spiega il presule bresciano.

 

 

Oltre alla débacle della poligamia, sconfitta della dignità della donna e dello stesso valore dell’amore, l’educazione, intesa in senso cristiano, sta portando nell’antica Nigritia un altro valore umano e sociale importantissimo: il perdono. «Come Chiesa abbiamo riconciliato i nuer e i dinka attraverso la nostra associazione diocesana intitolata a Santa Monica: abbiamo fatto incontrare tribù un tempo in lotta, le famiglie dinka sono andate a trovare i nuer e i nuer si sono recati nelle case dei dinka. È successo negli ultimi 7-8 anni, quando c’era ancora la guerra.

 

 

Quando le persone dimenticano la vendetta, arriva la pace. Molte donne hanno perdonato le nefandezze che il Nord ha compiuto verso il Sud: a Khartoum erano stanchi di combattere, noi al Sud giacevamo esausti. Il trattato di pace, in fondo, è stato un atto di riconciliazione, sebbene il Nord lo consideri unicamente un atto di tregua».

 

 

L’opera di riconciliazione della Chiesa non è avvenuta solo nelle stanze del potere politico. Anche se, annota Mazzolari, «per la pace abbiamo fatto il giro delle ambasciate: siamo stati in Sudafrica, Uganda, Nigeria, in Kenya, dove finalmente si sono riusciti a fare gli accordi di pace. Noi Vescovi siamo anche venuti in Europa. È stato un continuo tentativo di creare un nuova situazione, un’epoca di libertà per risuscitare lo spirito di questa gente che ha sofferto per troppi anni di guerra». Quello che Mazzolari e altri come lui hanno tentato, è stato cicatrizzare tra la gente le ferite di oltre un ventennio di scontri e di contrapposizioni. In modo da superare il termine nemico. Un esempio: «Nella zona al confine tra Nord e Sud molti giovani riuscivano a scappare dai campi di tende dove venivano ammassati come schiavi dai baghar, i mercanti schiavisti arabi. Allora abbiamo messo in piedi delle scuole a Gordhim e a Marial Lou, due delle nostre missioni, dove è stata offerta un’educazione a questi ragazzi ex schiavi. Erano giovani traumatizzati e mentalmente scossi al punto che non sapevano più parlare il loro dialetto. Ricordo di aver visto in un campo vicino a Malualkon alcuni ragazzi sotto capanne fatte di frasche: erano appena fuggiti! Le nostre non sono state solo scuole, ma veri rifugi per questi bambini. Erano posti dove amalgamavo bambini che venivano dal Nord, refrattari a incontrare quelli del Sud: i nostri centri sono stati capaci di una vera riconciliazione e integrazione. Siamo stati in grado di offrire un futuro a centinaia di bambini ex schiavi. Essi, un giorno, diranno: «Se non c’era la Chiesa, saremmo ancora abbandonati e ignoranti». Alcuni ex bambini schiavi li ho mandati all’università. Una ragazza, Suzanne, è andata fino a Oxford: ora è responsabile delle pubbliche relazioni del governo del Sud Sudan». L’educazione qui serve come il pane per l’affamato e l’acqua per chi ha sete.[…]

 

 

Una delle maggiori consolazioni per un missionario è vedere, almeno in parte, i frutti della sua missione. Monsignor Mazzolari non nasconde l’entusiasmo parlando dei suoi primi cristiani: « Nei primi anni di missione tra gli azande ho curato personalmente la preparazione ai battesimi. Poi, da Vescovo, una sera ho battezzato in una volta sola a Niam Liel ben 1200 giovani. La mattina seguente ne ho cresimati 900. Sono momenti – quando diventiamo strumenti di santificazione – in cui siamo santificati anche noi. Non si dimentica quanto e come Dio lavora nel cuore della gente. E quando tu diventi Suo ministro, beh, è bellissimo! Un’esperienza gigantesca!».

 

 

 

*Pubblicato su «L'osservatore romano» di lunedì 18 luglio 2011.

 

 

La versione integrale del reportage è pubblicata sul prossimo numero della rivista «Oasis», in uscita a settembre

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