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Classici

Nel cuore del sunnismo: il primo interprete è il Profeta, poi i suoi Compagni

Una pagina di Corano di epoca mamelucca, quando visse al-Suyūtī

Introduzione alla sezione Classici, Esegesi classica, di Oasis n. 23

Questo articolo è pubblicato in Oasis 23. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 16/04/2019 11:10:06

Questo articolo è l'introduzione a Commentare il Corano: istruzioni per l’uso

 

 

«O voi ch’avete li ’ntelletti sani / mirate la dottrina che s’asconde / sotto ’l velame de li versi strani». L’avvertenza dantesca (Inf. IX, 61-63) è d’obbligo per introdurre un testo molto distante dalla sensibilità contemporanea, ma che illustra in modo paradigmatico l’approccio tradizionale al Corano.

 

 

Il testo in questione è La padronanza delle scienze coraniche, un’enciclopedia dell’egiziano Jalāl al-Dīn al-Suyūtī (1445-1505). Vissuto al termine dell’epoca mamelucca, al-Suyūtī è probabilmente il più prolifico autore dell’intera letteratura araba, avendo composto più di 500 opere, che spaziano dagli hadīth, all’esegesi e recitazione coranica, senza trascurare diritto, grammatica, linguistica, storia e letteratura. Questa produzione riflette la preoccupazione di conservare l’enorme patrimonio ereditato dai secoli precedenti, a fronte di una decadenza culturale già marcata. E tuttavia al-Suyūtī, che si considerava senza troppa modestia un genio, si permette, con grande scandalo degli ulema suoi colleghi, di aggiungere la propria opinione a quella degli illustri predecessori, reclamando per sé il titolo di mujtahid (“interprete indipendente”) e rinnovatore. Mente sintetica, capace di integrare tra loro diritto, linguistica e mistica, al-Suyūtī sa così riassumere in poche pagine secoli di discussioni prima di aggiungere il proprio contributo. Da questo atteggiamento origina la sfilza disorientante di nomi di cui è punteggiato il testo. Il consiglio, nella lettura, è di abbandonarsi alla polifonia di voci che, richiamandosi le une le altre, fanno da contrappunto al testo coranico generando una molteplicità d’interpretazioni.

 

 

Il primo brano che presentiamo è dedicato alle cosiddette circostanze della rivelazione, cioè alle tradizioni che mettono in relazione la “discesa” di un versetto con un evento storico occorso a Muhammad. Al-Suyūtī difende il valore di questa scienza coranica, in quanto – e la citazione è sorprendentemente tratta dal “salafita” Ibn Taymiyya – «illustrare la causa della rivelazione aiuta a comprendere il versetto, perché la conoscenza della causa induce la conoscenza del causato». Benché la critica attuale consideri inattendibili la maggior parte di queste tradizioni, ritenendole elaborazioni successive volte a spiegare passi di cui si era persa la chiave, l’intuizione circa l’importanza del contesto rimane valida, per quanto da ripensare nelle sue modalità attuative.

 

 

Ai diversi livelli di lettura del Corano è invece dedicato il secondo passo, che affronta due questioni strettamente connesse: in primo luogo, se nel Libro vi siano versetti allegorici e, subordinatamente, se gli esseri umani possano conoscere il significato di tali allegorie. Mentre alla prima domanda è abbastanza scontato replicare con un sì sulla scorta di 3,7, la seconda risposta dipende da come si legge il versetto in questione: a seconda di dove si mette la pausa, la conoscenza delle allegorie rimane infatti prerogativa di Dio o si estende anche agli «uomini di solida scienza», conferendo così diritto di cittadinanza alla dimensione simbolica. Il mondo sciita sarà attratto da questa seconda prospettiva, mentre per reazione molti sunniti vi si opporranno strenuamente, sostenendo che nel caso di versetti poco chiari occorra rimettersi a Dio senza cercare di interpretarli. Ma il fascino delle letture allegoriche si farà sentire anche nel campo sunnita, come provano le opinioni discordanti citate nel testo: personaggi del calibro di Ibn ʿAbbās, il cugino di Muhammad a cui la tradizione ha attribuito il titolo onorifico di “interprete del Corano”.

 

 

Abrogante e abrogato (brano 3) è il più classico dei temi di scuola del diritto musulmano il quale insegna che, in caso di norme contraddittorie, il versetto più recente abroghi il più antico. In realtà al-Suyūtī, oltre a sottolineare che il principio cronologico non si applica sempre, precisa i tipi di abrogazione, seguendo le orme dei suoi predecessori. Il caso di un versetto che abroga un altro versetto – ad esempio l’interdetto del vino (5,90) che annulla il permesso, inizialmente concesso ai musulmani, di consumarlo (16,67) – è soltanto una delle tre fattispecie possibili e si riduce ad appena 21 occorrenze. Opinione ardita, questa di al-Suyūtī, che è implicitamente messa in contrasto con quella del giurista Ibn al-‘Arabī, per cui il solo versetto della spada ne abrogherebbe 124 più tolleranti.

 

 

Le altre due modalità di abrogazione aprono potenziali voragini di senso. Innanzitutto, vi sarebbero stati nel Corano versetti che sono stati abrogati sia nella lettera sia nella norma. Ma soprattutto si darebbe il caso di versetti abrogati nella lettera ma non nella norma. L’esempio più noto è quello della punizione per adulterio: leggendo il Corano, si trova infatti che la pena per il rapporto sessuale illecito sia il carcere (4,15) o la fustigazione (24,2), ma il diritto musulmano prescrive la lapidazione, giustificando questa prescrizione in forza di un versetto di cui appunto sarebbe stata abrogata la lettera, ma che rimarrebbe nondimeno in vigore. Versetti invisibili, quindi. Al-Suyūtī taglia di netto la questione paragonando queste “abrogazioni implicite” al sacrificio di Abramo: come il patriarca si affrettò a offrire il proprio figlio sulla base di una vaga visione notturna, così l’esegeta in questi casi deve fare sacrificio della propria ragione sulla base di una tradizione in fondo soltanto probabile.

 

 

Ma come si scrive un buon commento? Lo chiarisce l’ultimo passo. «Nella Torah non c’è un prima o un dopo» insegnavano i rabbini e questo principio è fondamentale anche per al-Suyūtī e per i sapienti musulmani in genere, per i quali un versetto può illustrare il significato di un altro versetto a prescindere dalla sua collocazione nel Libro. Ma laddove il testo persista a essere oscuro, il primo interprete autorizzato è il Profeta, quindi i suoi Compagni. Questo principio rappresenta il cuore del sunnismo, il cardine del suo metodo interpretativo e il motore della sua spiritualità.

 

 

 

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Martino Diez, Nel cuore del sunnismo: il primo interprete è il Profeta, poi i suoi Compagni, «Oasis», anno XII, n. 23, giugno 2016, pp. 96-97.

 

Riferimento al formato digitale:

Martino Diez, Nel cuore del sunnismo: il primo interprete è il Profeta, poi i suoi Compagni, «Oasis» [online], pubblicato il 21 giugno 2016, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/nel-cuore-del-sunnismo-il-primo-interprete-e-il-profeta-poi-i-suoi-compagni.

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