Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:39:39

Il Niger, uno dei Paesi più poveri del pianeta, offre alcune testimonianze di musulmani e cristiani che lottano contro l’integralismo, un’intesa che disorienta chi ritiene che musulmani e cristiani possano tutt’al più tollerarsi. La fondazione da parte di suor Marie-Catherine Persévérance della prima comunità di suore in Niger, la Fraternità delle Serve di Cristo, è una sintesi di questa realtà che avvicina nell’essenziale cristiani e musulmani. In effetti è questa donna senegalese – ex religiosa di un’importante congregazione che sei anni fa ha fondato una nuova missione in una delle zone più ostili del Paese, quella di Maradi – che, grazie al sostegno del sultano Balla Marafa, oggi può sviluppare diversi progetti tesi a valorizzare la dignità dei più deboli tra i poveri: le donne e i bambini. Spostarsi all’interno di questo immenso Paese, grande quattro volte l’Italia, significa sopportare una temperatura dai 40° ai 50° ad aprile e maggio; significa accettare i pericoli delle strade, sentieri spesso tracciati da donne e uomini che percorrono ogni giorno a piedi decine di kilometri per trovare del cibo per le loro famiglie. Visitando quattro dei centoventi villaggi che beneficiano dei servizi della Fraternità delle Serve di Cristo, ci si trova di fronte ai problemi dei 15 milioni di abitanti del Paese, nel i cristiani sono solo l’1% della popolazione, contro il 90% dei musulmani. La crisi alimentare e l’analfabetismo sono le calamità più gravi alle quali occorre trovare urgentemente una soluzione. A tutto ciò si aggiungono piaghe che sembrerebbero di un’altra epoca, ma che sono ancora radicate nelle consuetudini degli abitanti, come i matrimoni precoci che costringono le ragazzine di 11 anni a sposarsi con uomini di una certa età e il cui nucleo famigliare conta già la presenza di due o tre donne e di più bambini. È la storia di centinaia di ragazze di un quartiere della città di Maradi: sono riuscite a fuggire dal loro marito e ora si prostituiscono per sopravvivere. La povertà spinge il 70% delle famiglie dei villaggi a liberarsi delle figlie offrendole in matrimonio e così riducendo il peso economico per la famiglia. La miseria delle famiglie da qualche mese deve fare i conti con il ritorno dei migliaia di nigeriani che hanno perso il loro lavoro all’estero, in Libia o in Mali. All’indigenza si aggiunge l’insicurezza che destabilizza le piccole attività commerciali e gli scambi con il Nord della Nigeria. Nei nostri spostamenti abbiamo dovuto essere scortati dei militari. Le organizzazioni umanitarie hanno ridotto drasticamente i loro programmi in una regione che effettivamente interessa poco e comporta rischi troppo alti per il personale. Perciò i depositi del Programma Alimentare Mondiale oggi sono vuoti e lo saranno per molto tempo ancora. Le suore, che due volte a settimana distribuiscono a più di 800 persone cibo e medicine dal loro ambulatorio a Saé Saboua, nella boscaglia, rischiano anch’esse di sospendere le loro attività se non trovano dei finanziamenti. I gruppi criminali, alcuni dei quali associati a Boko Haram o ad al-Qa’ida, nell’indigenza trovano un terreno propizio e favorevole alla diffusione di un Islam estremista spesso aggressivo verso la piccola comunità cristiana. Si tratta di una sfida nuova per la Chiesa nigeriana che, fino a due anni fa, non aveva mai dovuto affrontare la persecuzione fisica. Quest’ascesa dell’islamismo ha già provocato la distruzione di chiese e l’attacco a scuole cattoliche in diverse città del Paese, a Zinder dove alcuni bambini, dopo la preghiera del venerdì, hanno lanciato pietre contro la scuola cattolica. Eppure la presenza cristiana nel Paese non è nuova, è composta soprattutto da africani dei Paesi limitrofi che, pur risiedendo in Niger da più generazioni, non ne hanno mai ottenuto la cittadinanza. Il cristiano nigeriano è essenzialmente un convertito che subisce inevitabilmente il rifiuto della famiglia e dell’entourage. Da qualche mese chi si è convertito rischia la vita. Abbiamo incontrato molti di questi eroi, alcuni dei quali sono diventati addirittura dei religiosi o delle religiose. Se i musulmani più intransigenti vedono nella conversione al Cristianesimo un’apostasia, non è sempre il cambiamento di religione a urtare i genitori. È dover rinunciare a sposare un figlio che diventa un religioso, prete o laico consacrato, che risulta loro incomprensibile in una società in cui gli uomini sono sposati anche con quattro donne. Ossena e Ibrahim sono diventati cristiani e sono entrati negli ordini religiosi, il loro percorso di conversione si sviluppa attraverso la scoperta personale del Vangelo. Una fede cristiana che appariva come puro dono di Dio. Una scoperta diretta di Cristo che ha preso consistenza nell’incontro provvidenziale con i cristiani impegnati come suor Marie-Catherine, che ha lasciato il Senegal per testimoniare l’amore di Cristo attraverso atti di carità concreti, fatti in nome di Cristo. Il progetto della suora di servire innanzitutto le donne e i bambini si attua sempre nel rispetto delle autorità locali, con il loro accordo e la loro implicazione. Questo stupisce in un contesto che impressiona per i discorsi duri e di chiusura dei marabutti che in realtà sono gli imam locali. Questa volontà di implicare i capi locali in tutti i progetti ha consentito alla sorella di mettere a nudo ciò che i nigeriani desiderano maggiormente per uscire dalla miseria: lottare contro l’ignoranza e sostenere le donne nei loro progetti di formazione. Una richiesta che un uomo come il sultano Balla Marafa ha ben percepito tra la popolazione della sua provincia. Così si spiega il successo delle sessioni di sensibilizzazione organizzate dalle suore sui pericoli dei matrimoni precoci, che ogni volta attirano non meno di 200 donne. O delle sessioni su altri temi quali l’igiene, la famiglia e l’istruzione dei bambini. Da tre anni le province del Niger sono diventate sultanati. Nella città di Tibiri, non lontana da Maradi, risiede sua maestà il sultano Balla Marafa. L’incontro con il sultano suscita una certa apprensione, forse perché il titolo ispira l’immaginario con la storia del sultanato esposta all’entrata del suo palazzo. Il sultano Balla Marifa è il 480º sultano di Gobir, una dinastia che risale a più di 5000 anni fa secondo un documento esposto in posizione ben visibile nella grande sala. Il sultano di Gobir è un uomo di dialogo che, nonostante la corte suggestiva che lo circonda, si cura di mettere a proprio agio l’interlocutore, sia esso sue sposi che chiedono udienza per regolare problemi di coppia, un musulmano in contesa con un cristiano per questioni di proprietà, o europei – come nel nostro caso - che vengono in Niger per sostenere i progetti della Chiesa cattolica. Fiero della storia plurimillenaria della dinastia del suo sultanato, il sultano sottolinea il legame della sua discendenza con il Profeta. Il nome “Gobir” deriva da “Birnin Goubour”, nome di una città dell’Arabia Saudita dalla quale all’epoca del Profeta, alcuni membri della sua famiglia avrebbero attraversato il Mar Rosso e l’Egitto per arrivare nelle zone attuali e proporre l’Islam agli autoctoni. Un sunnismo che si vuole rispettoso della libertà religiosa che è, secondo le sue stesse parole, l’espressione di un Dio «d’amore e carità». Il suo potrebbe essere un discorso di circostanza, ma i fatti mostrano l’autenticità dei suoi propositi. Diversi parenti della famiglia del sultano sono cristiani, un suo cugino è addirittura un pastore. La giovane comunità delle suore della Fraternità delle Serve di Cristo ha trovato il terreno per costruire la sua casa nella provincia del sultano grazie al suo sostegno. «Ho accolto la sorella perché aveva un progetto ed era animata dall’amore per Dio per aiutare il mio popolo». Oggi la comunità è attiva nel sultanato di Gobir, in Niger, con diversi progetti: combattere l’ignoranza e dar speranza è il progetto comune di un sultano e di una suora. Una speranza che in un paese indigente come il Niger è la sola ricchezza alla quale gli islamisti possono ancora attentare.
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