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Religione e società

Non esiste cittadinanza senza identità

La globalizzazione impone di non dimenticare che siamo tutti realmente prossimi

Questo articolo è l'introduzione all'e-book Libertà religiosa e cittadinanza. Percorsi nella società plurale, realizzato nell'ambito del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento, sostenuto da Fondazione Cariplo.

 

 

 

Non esiste cittadinanza senza identità, così come non esiste identità senza un cammino condiviso, un «vivere insieme» e, dunque, senza un quadro di riferimento e una direzione che consentano alle differenze di superare lo stato di mera frammentazione per realizzare un pluralismo confessionale e culturale funzionale al riconoscimento e alla concreta garanzia dei diritti inviolabili della persona. Infatti, la sfida della cittadinanza plurale contemporanea è quella del dialogo tra identità dinamiche, diverse tra loro ma comunicanti e connesse da inevitabili legami di solidarietà che proprio nei momenti più difficili emergono in tutta la loro essenziale consistenza. Non senza qualche paradosso, la globalizzazione impone, in primo luogo, di non dimenticare questa basilare evidenza: che siamo tutti realmente – e non solo virtualmente – prossimi.

 

 

Tale memoria era ben radicata all’indomani del secondo conflitto mondiale e della Shoah e su di essa fu fondato l’edificio dei diritti dell’uomo e del costituzionalismo democratico. Nell’età contemporanea tale memoria stenta a ri-fondarsi sugli innumerevoli conflitti che pur fanno risaltare, ancora una volta, la necessità di legami solidali, di un dialogo tra religioni, culture e sistemi politici. Piuttosto, la parcellizzazione e la moltiplicazione dei conflitti erodono il sentimento di prossimità e alimentano sensazioni di alterità e paure, a loro volta alla base di un approccio egoistico ai diritti, anch’essi parcellizzati e schiacciati su logiche spesso meramente rivendicative.

 

 

In questo difficile contesto è proprio sul vincolo di cittadinanza che ricade l’onere di rinsaldare i tradizionali legami di solidarietà e di costruire, tra i nuovi e diversi “concittadini”, una fratellanza civica capace di generare vincoli di prossimità. Infatti, nella crisi dello Stato-nazione e nella riaffermazione delle città come luogo di primaria socializzazione, anche istituzionale, la cittadinanza non rappresenta più (soltanto) il legame con uno stato-persona ideale e idealizzato, ma si declina verso il basso dei legami civici fondamentali e verso l’alto dei legami sovra-nazionali, luogo di un tentativo di condivisione universale dei diritti fondamentali della persona. La cittadinanza contemporanea ha, così, il difficile compito di superare la dialettica tra identità virtuali per promuovere la convivenza tra identità reali, di superare l’asimmetria tra ciò che è immaginato ed essenzializzato e ciò che si declina, prosaicamente ma anche eroicamente, nella quotidianità civica e sociale.

 

 

Il superamento dell’asimmetria tra le semplificazioni del percepito e la complessità del reale appare particolarmente urgente in relazione al “fenomeno Islam” e, più specificamente, in relazione al passaggio dell’Islam europeo da minoranza classica (storica e/o post-coloniale) a minoranza contemporanea, tutta interna alle dinamiche del rapporto tra uguaglianza, libertà e diversità che caratterizzano l’odierno costituzionalismo europeo. In questo senso, un discorso sul rapporto tra cittadinanza e appartenenze religiose porta inevitabilmente a riflettere sulla bidirezionalità di ogni processo di integrazione, l’unico antidoto nei confronti delle opposte chiusure culturaliste dei comunitarismi di minoranza e di maggioranza. Ma un tale discorso sul rapporto tra cittadinanza e appartenenze religiose rende anche evidente la necessità di un’apertura della cittadinanza stessa alle istanze culturali e religiose capaci di dialogo, di riconoscimento dell’“altro”, a quelle istanze, cioè, che nella quotidianità forniscono le motivazioni per un agire comunitario solidale. La cittadinanza aperta e plurale, così come la laicità costituzionale che la traduce, almeno nel contesto italiano, costituisce, dunque, un antidoto rispetto a costruzioni societarie astratte e fondamentalmente assimilazionistiche che finiscono per impoverire il capitale sociale condiviso respingendo proprio le diversità alla ricerca di riconoscimenti civici e, dunque, spesso disponibili alla costruzione di relazioni solidali con altre identità e culture.

 

 

La cittadinanza aperta al contributo delle appartenenze religiose si declina, così, come effettiva cittadinanza di prossimità che, da un lato, non rinuncia a riconoscere alle amministrazioni politiche l’onere del governo della complessità ma, dall’altro, valorizza il ruolo dei corpi intermedi, dell’associazionismo e delle sfere pubbliche interne a ciascuna esperienza comunitaria nella consapevolezza che il rischio maggiore non è la politicizzazione delle identità ma, piuttosto, la loro esclusione dal circuito democratico e costituzionale.

 

 

I saggi raccolti in questo volume offrono un’articolata panoramica sui rapporti tra cittadinanza e appartenenze religiose letti in una prospettiva, per così dire, mediterranea, con attenzione ai rapporti tra le due sponde di un mare che funge da confine, sempre più permeabile, tra culture, religioni e tradizioni giuridiche differenti.

 

Paolo Monti, in apertura, riflettendo sulla normatività della libertà religiosa, pone le basi del discorso sul ruolo delle appartenenze e del diritto nella costruzione di una “città” necessariamente plurale rivelando, ancora una volta, come tale riflessione coincida, in realtà, con ogni discorso sulla polis e, in particolare, sulla polis democratica. Tale riflessione appare poi particolarmente evidente nei confronti delle seconde generazioni, su cui ricade il compito principale della costruzione della “cittadinanza globalizzata”. Sul ruolo di queste seconde generazioni riflette Viviana Premazzi il cui lavoro sul rapporto tra giovani generazioni dell’Islam italiano e legge sulla cittadinanza è completato dall’analisi di Stella Coglievina sull’educazione alla cittadinanza e sul contributo che la cosiddetta “ora di religione”, l’insegnamento della religione cattolica, può giocare come ponte di dialogo tra identità differenti nel contesto italiano. Antonio Angelucci affronta poi, dal punto di vista dei rapporti tra diritto di libertà religiosa, diritto alla salute, potestà genitoriale e diritti dei minori, la questione della circoncisione maschile come paradigma delle tensioni e dei bilanciamenti che la società contemporanea deve apprendere a gestire, nel metodo e nel merito. Marco Demichelis allarga lo sguardo alla sponda sud del Mediterraneo, al rapporto tra cittadinanza e appartenenza religiosa musulmana, riflettendo, in chiave diacronica, sugli effetti dell’apostasia sui vincoli di cittadinanza. Il medesimo tema è affrontato, in una prospettiva più specifica, da Ines Peta che si concentra sul pensiero del riformista egiziano Ahmad Subhî Mansûr che, partendo proprio da un’analisi critica di alcune interpretazioni circolanti all’interno della sua comunità religiosa, ribadisce la possibilità di una conciliazione tra “cittadinanza plurale” e appartenenza musulmana. Bishara Ebeid, a sua volta, mostra i limiti dei sistemi improntati allo statuto personale anche quando, come nel caso del Libano, essi paiono particolarmente propizi alle diverse minoranze, a partire da quelle cristiane, esistenti nel Paese. Anche Ebeid, come Peta, muove dai fermenti che, dall’interno delle stesse comunità religiose, aspirano alla costruzione di un’effettiva cittadinanza condivisa in cui le appartenenze religiose fungano più come fattori di condivisione che come rigide frontiere istituzionali. Infine, il saggio di Francesca Peruzzotti chiude il volume riflettendo su come la Conferenza Episcopale Italiana abbia impostato il rapporto tra appartenenza religiosa e cittadinanza in un’Italia le cui profonde trasformazioni richiedono alla confessione più rappresentata delicate capacità di discernimento, profezia e testimonianza.
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