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Focus attualità

Ramadan: fra fede e politica

Preghiera del mattino durante il mese di Ramadan nella Grande Moschea della Mecca [© Omar Chatriwala - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 10/05/2019 16:28:30

Domenica 5 maggio ha avuto inizio il mese sacro di Ramadan, il nono mese del calendario islamico in cui si ricorda la trasmissione del Corano a Maometto. In un periodo storico costellato di violenze di matrice religiosa, è importante sfuggire allo schema dello «scontro di civiltà» e riconoscere la ricchezza della presenza musulmana sul nostro territorio. Il cosiddetto «Islam italiano», nota il sociologo Maurizio Ambrosini su Avvenire, vive un’esistenza stentata, semi-sommersa e frammentata, benché il numero di musulmani sia consistente. Oltre infatti al milione e mezzo di italiani convertitisi all’Islam citati sul quotidiano cattolico, vanno considerati i musulmani di origine straniera divenuti cittadini italiani.

 

In un’intervista rilasciata ad Agensir, Monsignor Angelo Spreafico, presidente della Commissione CEI per il dialogo, si augura che il Ramadan sia «un’occasione perché davanti a Dio si riscoprano le ragioni della pace». E nota inoltre come il mese santo cada in un contesto particolare e di grande importanza: quello che ha visto Papa Francesco incontrare prima il Grande Imam di al-Azhar negli Emirati e poi il Re del Marocco, Mohamed VI.

 

Il tema del Ramadan va ben oltre i confini nostrani e ha assunto una certa rilevanza in altri Paesi, come gli Stati Uniti, il Canada, la Francia, la Germania e il Regno Unito. Ed è proprio su questi Stati che si concentra l’Economist per analizzare l’atteggiamento dei diversi governi verso questo mese, notando comunque una generale e diffusa apertura.

 

Oltre alle posture statali, nota Peter Riddell intervistato da Qrius sul tema dell’islamofobia, bisogna prestare attenzione anche alle reazioni della società civile e all’atteggiamento assunto dai musulmani, soprattutto in seguito a episodi di violenza islamista.

 

D’altra parte, il mese di Ramadan ha anche aspetti non religiosi e viene a volte utilizzato per scopi politici. Questa tendenza accomuna paradossalmente tutti i poli dell’Islam sunnita. Il Marocco, per mano del Ministero degli Awqaf e degli Affari Religiosi, ha infatti deciso di inviare 422 imam in Europa per garantire l’unità della propria comunità. Gli Emirati, allo stesso modo, non sono rimasti immobili e hanno organizzato una conferenza a Copenaghen con l’obiettivo di entrare in controllo della Grande Moschea di Évry, una delle più grandi di Francia, grazie al supporto di Mohamed Bechari, presidente della Federazione Nazionale Francese dei Musulmani. Infine la Turchia non ha perso l’occasione per fare propaganda dalle colonne del quotidiano Daily Sabah, che si è concentrato sulla presenza musulmana in Europa e sui gravi rischi che essa corre a causa della deriva islamofoba che sta vivendo il Vecchio Continente.

 

Lo scacchiere libico

 

L’importanza del mese di Ramadan è tale da spingere la Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) a chiedere una tregua umanitaria di una settimana, a partire dalle 4 di lunedì 6 maggio. L’appello è però rimasto inascoltato dal generale Khalifa Haftar, che al contrario ha invitato le sue truppe ad aumentare «gli sforzi contro il terrorismo a Bengasi e a Derna nel sacro mese di Ramadan».

 

A circa un mese dall’inizio dell’offensiva di Haftar per occupare Tripoli, che ha già costretto alla fuga 55.000 persone e ucciso 23 civili, la situazione sembra essersi bloccata. Le forze di al-Serraj sono infatti state in grado di riorganizzarsi, sfruttando il mancato ingresso delle truppe del Generale a Tripoli, anche a causa della lunghissima catena di rifornimenti da cui non possono prescindere le milizie collegate al leader della Cirenaica. Si è così entrati in una fase di stallo, che lascia presagire un conflitto di più lunga durata.

 

Eppure Haftar era stato in grado di formare una rete di supporto internazionale. Come evidenziato la scorsa settimana da Cinzia Bianco su Limes, in prima linea si trovano Paesi come Egitto, Emirati e Arabia Saudita, che hanno fornito supporto economico e militare a Haftar per contrastare al-Serraj, sostenuto da Qatar e Turchia. La lotta di Haftar e il coinvolgimento di alcuni Paesi del Golfo – almeno a livello retorico – si traducono in due obiettivi: combattere il terrorismo e garantire la stabilità; gli stessi scopi che guidano la Francia, come si evince dalle parole del Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian.

 

Anche la Russia si è mostrata vicina al Libyan National Army (LNA), come dimostrano le dichiarazioni degli ultimi mesi del Ministro della Difesa Sergej Shoigu e degli Affari Esteri Sergej Lavrov, raccolte in questo articolo della CNN.

 

Gli Stati Uniti, inizialmente sponsor del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di al-Serraj, si sono recentemente avvicinati a Haftar. La convergenza è riconducibile a tre aspetti: la lotta al terrorismo, la messa in sicurezza degli idrocarburi libici e la necessità di una transizione verso un sistema politico stabile. La ricerca di un uomo forte, come lo fu ai suoi tempi Gheddafi, per una Libia solida sembra portare alla figura di Haftar, che però desta in Washington più di una perplessità. È in particolare l’età avanzata (75 anni) a far dubitare del ruolo che occuperà nei prossimi anni, come sottolinea Emanuele Rossi su Formiche, riprendendo una discussione di fine aprile del Carnegie Endowment for International Peace, il  think tank che si occupa di indirizzare alcuni fra i più importanti governi al mondo.

 

Va infine presa in esame la posizione dell’Italia, che vede nella Libia un Paese chiave per almeno due fattori: le risorse energetiche e i migranti. Il supporto inizialmente diretto ad al-Serraj si è progressivamente trasformato nel tentativo di diventare un mediatore fra le parti, come lo si intuì nella Conferenza di Palermo. Ci sono però alcuni problemi nell’atteggiamento italiano, come nota Arturo Varvelli per ISPI. In primo luogo, all’Italia sembra mancare una strategia, passando dal bandwagoning (la strategia per cui si “sale sul carro del vincitore”) di al-Serraj a quello di Haftar. L’Italia, inoltre, sta usando la mediazione più per uscire da un isolamento internazionale auto-imposto che per risolvere il conflitto, come dimostrano la visita di al-Serraj al premier Conte e le dichiarazioni del Ministro Moavero Milanesi, che auspica un «dialogo inclusivo» per la Libia. Infine l’Italia non pare in grado di offrire qualcosa di esclusivo rispetto agli altri Stati, risultando di conseguenza uno sponsor non così appetibile.

 

La ricerca di stabilità da parte del Golfo

 

Il tema della stabilità, ricorrente nelle narrative proposte da molti attori internazionali sulla Libia, si ritrova anche in quanto sta accadendo in Algeria e Sudan e ripropone un paradigma visto nel 2011.

 

Come ricostruito in quest’analisi del Carnegie Endowment for International Peace, le “primavere arabe” erano state vissute come una minaccia esistenziale dalle monarchie del Golfo, rassicurate solo dal quasi totale fallimento dell’esperienza. Le proteste ad Algeri e Khartoum hanno però riproposto la questione. Ma questa volta Riyadh e Abu Dhabi, anche grazie a una diversa amministrazione americana, hanno cercato fin da subito di influenzare le transizioni, piuttosto che ripiegare su un atteggiamento difensivo. E lo hanno fatto a quattro livelli: inviando ingenti quantità di denaro, cercando di guidare il cambio di regime attraverso i militari, tentando – finora senza successo – di ridimensionare le proteste popolari e infine sfruttando una retorica anti-democratica che viene definita nell’articolo «superiorità monarchica», secondo la quale è meglio una monarchia stabile che una democrazia fragile. In più, Algeria, Sudan e Libia rappresentano importanti opportunità per contrastare le aspirazioni del Qatar e, più in generale, dei Fratelli musulmani.

 

Vanno inoltre evidenziati i vari tentativi delle monarchie del Golfo, e in particolare dell’Arabia Saudita, di affermare e stabilizzare il proprio potere a scapito di chi viene percepito come una minaccia.

 

Un primo caso è così rappresentato dagli attivisti che, costretti a lasciare il Golfo, sono considerati pericolosi dal Regno. Dopo i casi dell’uccisione di Khashoggi a ottobre, degli studenti sauditi spiati da Riyadh a marzo e delle attiviste femministe arrestate ad aprile, l’ultimo esempio arriva dalla Norvegia e riguarda İyad el-Baghdadi, voce critica del regime saudita. Come analizzato dal Guardian, il giovane attivista palestinese è stato allertato dalle autorità norvegesi (imbeccate probabilmente dalla CIA) il 25 aprile di una possibile minaccia «non meglio specificata», ma comunque riconducibile al Principe ereditario Mohammed Bin Salman, spesso preso di mira da el-Baghdadi.

 

Un secondo esempio è invece rappresentato da quei movimenti che mirano a contrastare il regime dall’interno. Di particolare importanza è il movimento Sahwah, nato dall’ibridazione fra l’Islam politico dei Fratelli musulmani fuggiti dalla repressione nasserista degli anni ’50 e ’60 e il wahhabismo. Il gruppo, la cui figura di riferimento, Salman al-Ouda, è oggi condannato a morte, è stato ampiamente avversato dalla monarchia. Per questo motivo diventa di capitale importanza la dichiarazione di Ayed al-Qarni, esponente di punta del gruppo, che segna un forte riposizionamento del movimento:

 

A nome del movimento Sahwah, chiedo scusa alla società saudita per gli errori commessi che hanno contraddetto la tolleranza dell’Islam […] Io supporto ora l’Islam moderato che invoca il Principe Mohammed Bin Salman.

 

Si rivota a Istanbul

 

Il Supremo Consiglio elettorale (YSK) turco ha annullato l’esito delle elezioni del 31 marzo a Istanbul, dove aveva vinto il candidato del partito di opposizione CHP Ekrem Imamoglu, e ha indetto nuove votazioni per il 23 giugno. La decisione, le cui motivazioni sono ricostruite dalla BBC, rappresenta però un grande rischio per Erdoğan. Secondo il sito POLITICO, l’annullamento rischia infatti di compattare le opposizioni.

 

Oltre alle conseguenze interne, è da segnalare anche la possibile reazione della comunità internazionale, soprattutto da parte dell’Unione Europea, che negli ultimi anni ha visto una crescente influenza di Ankara sul proprio territorio. A tal proposito, Lorenzo Vidino su Foreign Policy ricostruisce gli sforzi turchi che hanno portato alla costruzione di una rete di imprese, organizzazioni e associazioni riconducibile alla visione islamista proposta dalla Turchia e dai Fratelli musulmani.

 

IN BREVE

 

Israele-Hamas: dopo gli scontri del weekend che hanno causato oltre trenta morti, i leader palestinesi di Gaza e le autorità israeliane hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco.

 

Siria: come analizzato da Limes, le truppe di Assad, grazie alla copertura aerea russa, hanno messo in sicurezza un’ampia zona fra Hama e Idlib, respingendo l’offensiva di alcuni gruppi terroristici.

 

Qatar: il Primo Ministro del Bahrain al-Khalifa ha chiamato al-Thani per l’inizio del Ramadan. Da notare come la notizia sia stata ripresa anche dal sito emiratino The National.

 

Pakistan: Asia Bibi, la donna cristiana pakistana condannata a morte per blasfemia e poi prosciolta, è finalmente in volo verso il Canada. Come si vede in questo video, la comunità cristiana locale ha accolto con gioia e sollievo la notizia.

 

Iran: l’Iran si ritira parzialmente dall’accordo sul nucleare, interrompendo la dismissione dell’uranio arricchito e dell’acqua pesante ed eventualmente ricominciando ad arricchire l’uranio. È «la fine della pazienza dell’Iran», come titola Iran Newspaper. Le tappe della vicenda sono ben riassunte da Associated Press.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

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