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Religione e società

Papa Francesco negli Emirati: un percorso su cui scommettere

Fedeli in fila per pregare Maria Madre Immacolata presso la Cattedrale di San Giuseppe, Abu Dhabi [© Oasis]

Ad Abu Dhabi il pontefice e l’imam di al-Azhar hanno firmato un importante documento. Perché è rilevante e quali sono le novità

Ultimo aggiornamento: 07/02/2019 14:54:30

Nel dialogo – diceva un esperto in materia come il domenicano egiziano Georges Anawati – ci vuole una «pazienza geologica». Negli ultimissimi anni, tuttavia, il cammino ha avuto un ritmo più sostenuto. Un ruolo rilevante l’ha giocato, suo malgrado, il jihadismo terrorista, che ha spinto leader e intellettuali musulmani a dissociarsi con maggior chiarezza dalla violenza perpetrata in nome di Dio. E un contributo decisivo è arrivato anche in questi giorni da Papa Francesco e dal Grande Imam dell’Azhar Ahmad al-Tayyeb.

 

Nel 2016, quando i due si erano incontrati dopo cinque anni di crisi diplomatica tra la moschea-università del Cairo e la Santa Sede, il Papa aveva dichiarato che proprio l’incontro era il messaggio. Tre anni più tardi questo messaggio si arricchisce del sorprendente “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato da Francesco e da al-Tayyeb ad Abu Dhabi davanti a una platea di rappresentanti religiosi di ogni fede e provenienza. Il testo, che indica «la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio», si situa nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, come ha specificato il Papa durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dagli Emirati, invitando a un ulteriore avanzamento. Non mancano infatti gli elementi di novità, a partire dal metodo con cui la dichiarazione è stata prodotta. Lo ha sottolineato Adrien Candiard, uno dei frati domenicani che all’IDEO del Cairo portano avanti il lavoro avviato da Anawati:

il testo è scritto a quattro mani. È intriso di riferimenti alla fede cristiana e quella islamica; attinge alle due tradizioni. È insieme che questi due responsabili religiosi parlano di fraternità umana. È facile fare appello al dialogo quando si è da soli; ma qui sono due voci, e due voci potenti, che si esprimono insieme.

Oltre all’aspetto metodologico, il testo sfonda il quadro circoscritto dell’appartenenza alle religioni abramitiche, che caratterizzava anche i più recenti documenti di al-Azhar, proponendo un umanesimo fondato sulla dignità intrinseca di ogni essere umano, credente o non credente. A partire da questa prospettiva, il dialogo è chiamato a diventare lavoro comune in tanti ambiti cruciali del mondo contemporaneo.

 

C’era il rischio che l’incontro interreligioso si riducesse a una grande operazione di propaganda per gli Emirati, un Paese che ha fatto del soft power un asse strategico della sua politica estera, ma che allo stesso tempo è segnato da forti contraddizioni tra i principi declamati e la loro applicazione in politica interna ed estera. L’immagine degli emiri esce sicuramente rafforzata dalla visita, ma il Papa non ha taciuto alcuni nodi particolarmente problematici. Per esempio ha ribadito che la libertà religiosa «non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della mia stessa umanità che Dio lascia libero e che pertanto nessuna istituzione umana può forzare, nemmeno in nome suo». Inoltre, riferendosi nello specifico ad alcuni fronti – Yemen, Siria, Iraq e Libia – su cui è impegnata la “Piccola Sparta del Golfo” (così sono noti gli Emirati), ha affermato che la fratellanza umana esige il «dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra».

 

Dopo l’entusiasmo per la riuscita dell’evento, inizia il tempo più impegnativo della ricezione. La dichiarazione firmata da Francesco e da al-Tayyeb chiede esplicitamente che il «documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi» e invita intellettuali, artisti e uomini di cultura a fare la loro parte.

 

Gli ostacoli non sono pochi, a partire dalle fratture interne al mondo sunnita, che durante il viaggio del Papa si sono manifestate nella forma di una nota critica dell’Unione mondiale degli Ulema musulmani e che attraversano anche la realtà dei musulmani europei. Inoltre, nonostante il prestigio della carica che ricopre, l’imam al-Tayyeb non dispone di una vera e propria autorità magisteriale. Il suo coinvolgimento politico nell’ascesa del generale al-Sisi e la sua presa di posizione a favore dell’isolamento del Qatar ne fanno peraltro una figura divisiva, mentre la portata del suo sforzo di rinnovamento è dibattuta anche in patria.

 

Allargando lo sguardo non si può tuttavia non notare una significativa evoluzione: nel 1978, la moschea dell’Azhar aveva elaborato una Costituzione islamica pensata «per qualsiasi Paese che avesse voluto conformarsi alla sharī‘a islamica». Oggi invoca la cittadinanza paritaria tra cristiani e musulmani. Intanto la dichiarazione di Abu Dhabi è già stata rilanciata da Sawt al-Azhar, la rivista settimanale della moschea. Se questo impegno sarà confermato, anche altri soggetti potrebbero essere spinti a intraprendere la stessa strada. Non a caso, un membro di quell’Unione mondiale degli Ulema che ha contestato l’opportunità del viaggio papale ad Abu Dhabi, oggi ha invitato il pontefice ad aprire un “dialogo internazionale tra civiltà”.

 

Lo stesso Papa Francesco ha messo in conto reazioni negative anche all’interno del mondo cattolico: «se uno si sente male, io lo capisco, non è una cosa di tutti giorni…ma è un passo avanti», ha detto durante la conferenza stampa sul volo di ritorno.

 

Tuttavia, le ragioni per scommettere con convinzione sul percorso avviato ad Abu Dhabi sono solide e le ha indicate ancora una volta il Papa nel suo intervento: «Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace».

 

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