L’intervista concessa dal pontefice al quotidiano al-Ittihād conferma la profondità delle relazioni tra gli Emirati e il Vaticano

Ultimo aggiornamento: 15/03/2024 11:12:10

L’intervista rilasciata da Papa Francesco al quotidiano emiratino al-Ittihād ha suscitato grande interesse per tanti, e differenti, motivi. Il primo è che non era mai capitato che il Pontefice dialogasse con un organo di stampa mediorientale, men che meno con uno governativo. Questa novità conferma che il dialogo interreligioso, specie quello islamo-cristiano, è un aspetto non secondario del Pontificato di Francesco. Marocco, Iraq, Bahrein e proprio Emirati Arabi Uniti (dove nel 2019 il Papa ha celebrato la prima messa pubblica nella Penisola arabica) sono soltanto alcuni dei tredici Paesi a maggioranza musulmana (o con una forte presenza islamica) che il Papa ha visitato durante il suo Pontificato. Le relazioni con la leadership emiratina sono del resto profonde: è nella capitale della Federazione che nel 2019 Francesco ha firmato insieme al Grande Imam di al-Azhar il “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, leitmotiv di tutta l’intervista concessa ad al-Ittihād. Il dialogo con Hamad al-Ka‘bī, direttore del quotidiano emiratino, permette anche di cogliere come la firma del documento, che avrebbe potuto essere un semplice momento cerimoniale, si sia invece rivelata feconda. Ciò testimonia come la condotta di Papa Francesco sia illuminata dalla convinzione che sia necessario «avviare processi» più che «occupare spazi», privilegiando «azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici» (Evangelii Gaudium). Il dialogo pubblicato da al-Ittihād evidenzia che questo è ciò che sta avvenendo: non soltanto perché fa riferimento alle iniziative messe in atto sia dagli Emirati che da altri soggetti in seguito alla firma del documento sulla Fratellanza (si pensi per esempio alla realizzazione della Abrahamic Family House), ma anche al fatto che mentre il dialogo è iniziato soprattutto per via delle sollecitazioni provocate dall’emergenza jihadista, ora gli argomenti di confronto si sono estesi. Si è passati da un dialogo incentrato sulla condanna del terrorismo a un’interlocuzione che, grazie anche a un mutato contesto internazionale, si è allargata ad altri temi: l’educazione dei giovani, la lotta alle ingiustizie, la tutela della salute, la sostenibilità e l’ambiente. Ma anche – il Papa l’ha ribadito anche questa volta – la piena applicazione della libertà religiosa, che ancora fatica ad affermarsi nelle società a maggioranza islamica e che non può essere limitata alla sola libertà di culto, pur importante.

 

L’altro aspetto significativo dell’intervista sono proprio le domande che Hamad al-Ka‘bī ha rivolto al Pontefice. Dopo essersi sincerato delle condizioni di salute del Papa, reduce da un’operazione chirurgica, l’intervistatore ha chiesto infatti: «in che modo vede il ruolo degli Emirati e quello di Sua Altezza lo Shaykh Muhammad bin Zayed Al Nahyan […] in qualità di partner fondamentale nel sostenere gli sforzi di pace e tolleranza?» (traduzione integrale disponibile qui). Inoltre, la scelta del titolo pone l’accento sugli Emirati: «La leadership emiratina è interessata a costruire il futuro e la pace nel mondo», si legge sulla pagina del quotidiano del Golfo. Visto da Abu Dhabi, il soggetto dell’intervista non sono né il Papa né i processi avviati insieme agli amici musulmani, bensì gli Emirati stessi, la loro leadership e il loro status internazionale. Il titolo e il continuo invito a commentare le politiche di Muhammad bin Zayed (MbZ) mostrano come per Abu Dhabi l’interlocuzione con il Vaticano assuma un forte valore simbolico, quasi a legittimarne il modello. Un modello che da un lato non tollera le interferenze religiose, specie quelle islamiste, nella sfera politica, ritenute una minaccia esistenziale per la leadership al governo, ma che dall’altro fa ricorso proprio alla religione come strumento diplomatico di soft power. In quest’ottica, una figura di spicco come l’ambasciatore Youssef al-Otaiba ha affermato che il suo governo crede fermamente nella separazione tra Stato e religione. Il modello emiratino, infatti, ha trasformato la tolleranza effettivamente esistente nel Paese (suggellata dalla presenza di un Ministero della Tolleranza, dalla continua insistenza nei dintorni della Grande Moschea su questo valore e, non ultimo, dallo spazio di cui godono i cristiani) in un marchio da esportare, contrapposto al modello dell’Islam politico. In ultima analisi, dunque, l’insistenza emiratina su valori come fratellanza e tolleranza non porta necessariamente all’emarginazione del ruolo dell’Islam nelle società mediorientali, ma alla neutralizzazione delle sue rivendicazioni politiche. Dallo scoppio delle Primavere arabe nel 2011 è lungo questa faglia che si è diviso il Medio Oriente, con gli Emirati sul versante opposto rispetto ai Paesi vicini alla Fratellanza musulmana, come Turchia e Qatar. Il Papa, quest’intervista lo conferma, ha scelto quali sono i suoi interlocutori.

 

 

L’articolo è apparso sul Riformista il 6 luglio 2023, con il titolo Papa Francesco difende il Corano e la libertà religiosa.

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Oasiscenter
Abbiamo bisogno di te

Dal 2004 lavoriamo per favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani e studiamo il modo in cui essi vivono e interpretano le grandi sfide del mondo contemporaneo.

Chiediamo il contributo di chi, come te, ha a cuore la nostra missione, condivide i nostri valori e cerca approfondimenti seri ma accessibili sul mondo islamico e sui suoi rapporti con l’Occidente.

Il tuo aiuto è prezioso per garantire la continuità, la qualità e l’indipendenza del nostro lavoro. Grazie!

sostienici

Tags