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Focus attualità

Nuovo attacco di Boko Haram, alla vigilia di Natale

Maiduguri, studentesse davanti a una mappa e bandiera nigeriana [bmszealand - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 31/12/2020 09:18:50

Non se ne è quasi parlato in Italia, ma il giorno della vigilia di Natale Boko Haram ha attaccato il villaggio a maggioranza cristiana di Pemi, nello stato del Borno, in Nigeria. Sono almeno 11 le vittime, in base a  quanto scrive Avvenire. I miliziani hanno dato fuoco a una chiesa, rapito un sacerdote, e si sono appropriati di forniture mediche e cibo. L’attacco è avvenuto dopo il rapimento di 344 studenti nello stato di Katsina, del quale avevamo scritto nelle scorse settimane, mentre Pemi è a soli venti chilometri da Chibok, il villaggio da cui erano state rapite più di 200 studentesse nel 2014. La CNN ha riportato le parole di diversi testimoni, tra cui quelle di Nkeki Mutah, capo della comunità di Chibok ad Abuja (capitale della Nigeria), che ha detto: «Dal 2018, praticamente ogni due settimane, Boko Haram attacca Chibok, uccidendo e rapendo persone. Vogliono spazzare via Chibok dalla faccia della Terra».

 

Incendio a un campo profughi in Libano

 

Sabato sera è stato dato fuoco a un campo profughi a Bhannine, nel nord del Libano. L’incendio (qui le immagini) pare essere scoppiato dopo una lite e otto persone finora sono state arrestate. A Bhannine vivono da anni 370 profughi siriani e, spiega Riccardo Cristiano, il campo è piccolo e informale «perché Hezbollah, potente alleato libanese di Assad, dal 2011 non ha consentito la costruzione di campi profughi, per evitare che le tendopoli danneggiassero l’immagine del regime amico». Così i campi spesso sorgono su appezzamenti privati di terreno. Nella zona le avvisaglie di nuove tensioni erano presenti da tempo. Il Libano, che conta 3,5 milioni di abitanti, dal 2011 ospita circa 1,5 milioni di siriani, e negli ultimi mesi la crisi economica si è acuita potentemente. Dell’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto non sono ancora stati individuati i responsabili. Al contrario sono stati scoperti diversi contenitori di prodotti tossici abbandonati nel porto da anni, e l’inquinamento delle acque di Beirut continua anche a causa di conflitti di interessi.

 

L’Orient-Le Jour si domanda se questa condizione di degrado socio-economico abbia esacerbato le tensioni tra siriani e libanesi.. Nonostante le diverse dimostrazioni di solidarietà dei libanesi nei confronti dei siriani, è l’assenza dello Stato ad aver fatto precipitare la situazione: «“Il modo in cui il governo affronta la crisi dei rifugiati è purtroppo un riflesso dello stato in cui ci troviamo. Il governo non riesce a elaborare una politica pubblica globale di fronte alle varie crisi che stiamo affrontando. L'approccio è ancora frammentato”, si lamenta [Nasser Yassin, professore all’Università americana di Beirut]. E quindi inefficace».

 

Anche al campo di Lipa, nella Bonia nordoccidentale, è stato appiccato un incendio, a seguito del quale quasi 1.000 migranti (provenienti soprattutto da Pakistan, Turchia, Iraq, Afghanistan, Iran) sono stati lasciati all’addiaccio, nonostante le recenti nevicate. Nei giorni successivi, per la mancanza di un ricollocamento in strutture appropriate, alcuni sono stati costretti a dormire dentro a degli autobus.

 

La sempre più critica situazione in Yemen

 

«È difficile parlare dello Yemen come di uno Stato». Così comincia un articolo di Haaretz che spiega come il governo appena formato non abbia possibilità di sopravvivere. E infatti mercoledì c’è stata un’esplosione all’aeroporto di Aden, quando è atterrato l’aereo che trasportava il nuovo governo yemenita. Al momento si contano venticinque morti e più di cento feriti. Ripercorriamo i principali avvenimenti che hanno portato alla creazione di questo nuovo governo.

 

Ottenuto sotto l’egida di Riad (da dove infatti proveniva l’aereo atterrato ieri ad Aden), l’accordo aveva dato vita a un governo di 24 membri, composto sia da figure vicine al presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, sia ai separatisti che nel 2017 avevano creato il Consiglio di transizione del Sud (CTS). In questo modo, spiega la Croix, viene siglata «la fine di una guerra civile nella guerra civile». L’intento appare quindi quello di creare un fronte anti-houthi, i quali invece mantengono il controllo del nord del Paese e della capitale Sana’a. La guerra civile finora ha fatto più di 200.000 morti e l’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Gli houthi non solo controllano Sana’a, ma anche il porto di Hodeida, dal quale passano due terzi delle importazioni del Paese, che nell’ultimo anno sono calate drasticamente, in particolare quelle di cibo. Così lo Yemen rischia una gravissima carestia per il prossimo anno. 


In una frase

 

Mustapha Aroui, ministro dell’Ambiente tunisino, è stato arrestato per aver tentato di importare rifiuti domestici e ospedalieri dall’Italia (Guardian).

 

Un reportage del Washington Post racconta come è cambiata la vita in Afghanistan negli ultimi anni e cosa invece con i talebani non è cambiato per niente.

 

Il 5 gennaio si terrà a Riad il summit del Gulf Cooperation Council, ma domenica si è svolto un incontro virtuale tra i ministri degli Esteri delle monarchie del Golfo alla ricerca di un quadro di cooperazione che possa mettere fine al blocco del Qatar (Al Jazeera).

 

In Arabia Saudita, Loujain al-Hathloul, l’attivista che si era battuta per il diritto delle donne a guidare, è stata condannata a più di cinque anni di prigione (New York Times). Mentre il nuovo film di Bryan Fogel sull’uccisione di Jamal Khashoggi ha avuto serie difficoltà nel trovare una piattaforma che lo trasmetta (New York Times).

 

In Siria i bambini saltano la scuola per stare in fila per il pane (Washington Post).

 

Secondo un report dell’Associated Press ogni anno in Pakistan in media 1.000 ragazze vengono forzatamente convertite all’Islam. .

 

L’esercito algerino ha affermato di aver recuperato 80.000 euro, parte del riscatto che era stato pagato ai jihadisti nel Sahel a ottobre per liberare quattro ostaggi, tra cui padre Pier Luigi Maccalli (Jeune Afrique).

 

Nel nord dell’Etiopia le forze eritree si sono scagliate contro i rifugiati del Tigrè (New York Times).

 

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