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Medio Oriente e Africa

Palestina, radiografia di un «de-sviluppo»

Nei Territori Occupati si è verificato un processo che non è definibile secondo gli usuali termini "arretratezza" o "povertà", e che ha in realtà impedito la formazione di forze produttive e ha minato il potenziale economico della popolazione.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 5. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 17/06/2019 10:15:38

Le dure condizioni sociali ed economiche dei Territori Occupati sfidano, nello stesso tempo, l'autorità palestinese di recente creazione e i donatori internazionali. L'impatto dell'occupazione israeliana non può essere compreso fino in fondo attraverso un paradigma di modernizzazione o di dipendenza. Le politiche israeliane costituiscono infatti un processo di "de-sviluppo" (de-development), attuato attraverso una serie di provvedimenti che hanno precluso la formazione di forze produttive e hanno cercato di togliere alla popolazione patrimonio politico e potenziale economico. Questo risultato è stato ottenuto in primo luogo attraverso le politiche di esproprio e spoliazione, ivi compreso il tentativo israeliano di esercitare il controllo su acqua, terra e abitazioni; a ciò si sono assommate politiche di finanza e di spesa volte a riscuotere tasse senza incoraggiare, in nessun modo, investimenti produttivi. Un secondo gruppo di provvedimenti potrebbe essere definito "integrazione ed esternalizzazione". Queste politiche hanno accresciuto la dipendenza della Cisgiordania e della striscia di Gaza dal commercio e dal mercato del lavoro israeliano. Nello stesso tempo le norme e restrizioni israeliane hanno minato l'industria manifatturiera locale e il settore delle esportazioni agricole. La "de-istituzionalizzazione" rappresenta la terza e principale politica. Questa voce comprende tentativi di indebolire e frammentare l'educazione, il sistema bancario, l'amministrazione locale e le istituzioni della società civile. Israele esercita vari livelli di controllo legale sui Territori Occupati.

 

 

Pur non avendo una costituzione, Israele possiede una Legge fondamentale che garantisce la libertà di culto e il Governo israeliano rispetta generalmente questo diritto nella pratica nei Territori Occupati. Tuttavia, la politica di blocco ha spesso ridotto la possibilità dei palestinesi di raggiungere i luoghi di culto e praticare le loro religioni. La costruzione del muro di separazione da parte del Governo israeliano, in particolare all'interno e intorno a Gerusalemme Est, ha pesantemente limitato l'accesso a moschee, chiese e altri luoghi santi e ostacola seriamente il lavoro delle comunità religiose che offrono istruzione, assistenza sanitaria e altri servizi sociali e di soccorso umanitario a beneficio dei palestinesi. Tali ostacoli non hanno riguardato soltanto i credenti e le organizzazioni religiose e talora il Governo israeliano ha messo in atto sforzi per ridurre l'impatto di tali disposizioni sulle comunità religiose; ha confiscato della terra (offrendo normalmente un risarcimento limitato, che le chiese si rifiutano di accettare) appartenente a diverse istituzioni religiose, al fine di costruire il muro tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania. Tuttavia, secondo il Governo israeliano, si è cercato, quando possibile, di costruire il muro su terreni pubblici e quando si è dovuto usare terreno privato si sono offerti risarcimenti. Il muro di separazione ha reso difficile ai cristiani della zona di Betlemme raggiungere la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme e parimenti ha reso più complicate per i cristiani palestinesi, che vivono dalla parte israeliana del muro, le visite ai siti cristiani di Betania e Betlemme, frammentando ulteriormente e dividendo questa piccola comunità di minoranza.

 

 

Talora i pellegrini stranieri hanno riscontrato alcune difficoltà per avere accesso ai luoghi santi cristiani in Cisgiordania a causa del muro e delle restrizioni israeliane di movimento. Il muro ed i posti di blocco hanno anche impedito il movimento del clero tra le chiese e i monasteri di Gerusalemme e della Cisgiordania, come pure lo spostamento delle congregazioni religiose dalle loro case ai luoghi di culto. Il 15 novembre 2005 Israele ha aperto un nuovo terminal per passare da Gerusalemme a Betlemme per turisti e non turisti. Dopo alcune proteste iniziali per le lunghe attese, il Governo ha istituito nuove procedure di verifica e ha acconsentito a semplificare l'accesso a Betlemme durante le vacanze di Natale, con facilitazioni dal 24 dicembre al 19 gennaio. Per esempio, l'autorità palestinese ha registrato, per il 24 e 25 dicembre 2005, trenta mila visitatori alla basilica della Natività per diverse celebrazioni natalizie, il maggior afflusso dal 2000. È chiaro che disoccupazione o sottooccupazione su larga scala causano seri danni al tessuto della società palestinese e minacciano la stabilità economica. Nella Cisgiordania e nella striscia di Gaza ogni anno circa venti mila nuove persone si affacciano al mondo del lavoro. Con uno dei tassi di crescita della forza lavoro più alto al mondo (quasi il 4%) e con quasi metà della popolazione sotto i 15 anni d'età, l'economia palestinese non è in grado di assorbire molti degli attuali disoccupati e ben difficilmente potrà trovare, negli anni a venire, un posto per il numero sempre crescente di giovani in cerca di prima occupazione.

 

 

Le pratiche israeliane e le punizioni collettive hanno paralizzato il commercio, l'agricoltura, l'istruzione, i servizi e soprattutto l'industria del turismo, trasformando così la grande maggioranza dei nostri lavoratori in disoccupati. La disoccupazione a Betlemme è schizzata al 60%. Il turismo, un tempo una delle principali fonti di reddito per gli abitanti della regione, è morto e la basilica della Natività, la più antica chiesa al mondo, è deserta. Basti dire che più del 38% degli abitanti di Betlemme vive oggi al di sotto della soglia di povertà, secondo uno studio condotto dalla locale Camera di Commercio. Tutti i risparmi sono stati prosciugati. Il costo degli alimenti essenziali per i bambini come il latte e il pane è al di fuori della portata della maggior parte delle famiglie. Betlemme è definita oggi una città economicamente devastata, secondo un comunicato della Camera di Commercio locale. L'economia di scala è influenzata negativamente dalla situazione politica; il tasso di disoccupazione cresce ogni giorno di più, causando malnutrizione tra i bambini e deterioramento generale della salute; tutto ciò, influenzando la struttura sociale, produce disordini e una crescita della violenza nelle famiglie, traumi e tensioni psicologiche.

 

 

Costi alle Stelle

 

 

Lo sviluppo delle infrastrutture è intimamente connesso allo sviluppo di ogni altro settore economico e sociale. Strade, case, acqua e fognature, elettricità e sistema delle comunicazioni, ospedali e scuole, costituiscono tutti il fondamento per lo sviluppo dell'educazione, della sanità, dell'industria, del commercio e dell'agricoltura. La crescita naturale della popolazione, dovuta agli alti tassi di natalità e ai bassi tassi di mortalità frutto di una migliore consapevolezza sanitaria e di nuove infrastrutture, si sono assommati all'influsso del processo di pace, creando un boom demografico. La crescita della popolazione ha spinto alle stelle il prezzo della terra. Dato che la domanda è alta, il costo è anch'esso elevato. Le restrizioni israeliane rendono estremamente difficile ai palestinesi ottenere permessi di costruire in più del 70% della Cisgiordania, dove i piani urbanistici sono ancora sotto controllo israeliano: il controllo limitato dell'autorità palestinese sull'urbanistica ha fatto crescere la richiesta di terra nel resto della Cisgiordania e della striscia di Gaza, il che si è tradotto in prezzi più alti e costi di costruzione e di affitto più elevati. Con una domanda così alta, i prezzi sono di conseguenza alti. Il metro più usato per confrontare il costo relativo delle abitazioni è il rapporto tra prezzo della casa e reddito; esso è significativamente più elevato nei Territori Occupati che in altri paesi mediorientali con un livello paragonabile di sviluppo. Un comune palestinese guadagna un decimo di un cittadino israeliano, ma paga una casa il doppio in rapporto al reddito. A differenza di altri sistemi scolastici come le scuole delle Nazioni Unite e quelle pubbliche, le scuole del Patriarcato latino e altre istituzioni simili su base religiosa vanno incontro a difficoltà per mantenere servizi educativi di qualità, mentre non esiste alcun fondo governativo in Palestina o Giordania per i costi di gestione; le scuole agiscono in un ambiente economico e sociale negativo per la popolazione che servono; la frammentazione e l'isolamento tra le scuole è in aumento, specie nei territori palestinesi. Senza dimenticare gli altri gruppi che vivono in Terra Santa, la comunità cristiana palestinese, che rappresenta circa l'1,5% della popolazione totale, è parte dell'identità nazionale, sociale e culturale del popolo arabo palestinese. Per scelta e per nascita la comunità cristiana è parte integrante della causa nazionale palestinese e pertanto condivide con il resto della società palestinese il senso di frustrazione e la speranza per un futuro migliore. Tuttavia, dato il particolarismo religioso della comunità cristiana e il fatto che l'emigrazione massiccia ha reso i cristiani un gruppo numericamente in diminuzione, noi siamo più vulnerabili rispetto alle instabilità sociali, politiche ed economiche.

 

 

Sradicamento Prolungato

 

 

Provvedimenti volontariamente inflitti dai governi israeliani negli ultimi 58 anni, compresi blocchi, ostacoli reiterati alla libertà di culto e di espressione religiosa, hanno sradicato la comunità cristiana tradizionale. Per molti giovani, Gerusalemme è quasi un mito, una città mai vista, appartenente al mondo biblico. Roma sembra più vicina. Ora, con il dispiegamento dell'autorità palestinese in alcune aree, sussiste il rischio, benché certamente non voluto, che la comunità cristiana possa avvertirsi ancora di più come una minoranza. Un'eredità di sradicamento prolungato e un senso di essere minoranza impotente non sono un buon compagno di strada per un popolo. Il numero di persone in fila per un visto di immigrazione verso qualsiasi altro Paese non è certo il solo indicatore, né lo è il numero di divorzi all'anno, l'aumentata incidenza della delinquenza tra i giovani, la diffusione delle droghe, la violenza verso bambini e donne, etc. Perdita della fede, perdita di speranza e inattività sono i principali avversari che impediscono di far crescere una comunità attiva, partecipativa e produttiva. Per anni la lotta palestinese per l'equità e la giustizia in Cisgiordania e nella striscia di Gaza ha assunto la forma non solo di una resistenza popolare all'occupazione, ma anche di sforzi collettivi per offrire, spesso gratuitamente, una serie di servizi di assistenza e sviluppo non forniti dal Governo israeliano. Ancor oggi, più di 13 anni dopo l'istituzione di un'autorità palestinese, le organizzazioni non governative palestinesi mettono a disposizione una parte considerevole di servizi. Esse sono gestite da gruppi ecclesiali, organizzazioni caritatevoli, associazioni di volontariato, comitati femminili e indipendenti. La loro diversità porta in sé un elemento forte di pluralismo politico e costituisce un'importante componente per l'emergere di una società civile.

 

 

Fin dalla sua erezione nel 1846, il Patriarcato latino sostiene il benessere della comunità cristiana e della società palestinese nel suo complesso. Sottolineando la necessità di una pace durevole, il Patriarcato, in collaborazione con altre organizzazione come l'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i Cavalieri di Colombo, gruppi ecclesiali, organizzazioni internazionali governative e non-governative, nonché benefattori singoli, è stato in grado di attuare diversi programmi secondo un approccio olistico che tiene insieme sviluppo individuale e comunitario. Vi sono programmi spirituali, educativi, sociali, psicologici ed economici che provvedono e rispondono ai bisogni di alcune comunità mirate. Di fronte a un quadro così oscuro come quello rapidamente evocato, che cosa si può fare? Preghiere per la pace nella regione mediorientale, adozioni a distanza, gemellaggi tra chiese, pellegrinaggi e una maggiore presa di coscienza dei problemi costituiscono valide modalità di intervento a breve termine per alleviare la situazione. D'altro canto, come sforzo a lungo termine, il nostro compito primario è attirare l'attenzione dei leader politici mondiali su questa grave situazione nel momento in cui essi sono alla ricerca di una visione comune per la pace. Questa situazione di fatto che rappresenta una violazione sistematica dei diritti umani fondamentali e delle norme di diritto internazionale sta eliminando gradualmente la speranza e instillando paura e disperazione da entrambe le parti del muro. Entrambe le nazioni soffrono. Noi come Chiesa esortiamo le persone di buona volontà a porre fine a queste violazioni e a ricorrere al diritto internazionale per trovare una giusta soluzione. Solo una giusta soluzione, noi crediamo, può portare pace nella Terra Santa, e riaccendere la speranza nei cuori della gente che la abita.

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