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Cristiani nel mondo musulmano

Pluralismo assoluto e imperfetto

Istruzione e identità nazionale nel Libano/1. La Costituzione ha garantito sviluppo ed espansione all’azione educativa delle scuole cattoliche e missionarie cui si sono nel tempo affiancate quelle musulmane. Ma nel Paese meglio istruito del Medio Oriente non mancano i problemi

Questo articolo è pubblicato in Oasis 13. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 10:41:06

Un aneddoto riferito da uno storico gesuita, il Padre M. Jullien, nel suo libro Les Jésuites en Syrie, 1831-1931, racconta che un ministro di culto protestante, in viaggio verso Sidone alla fine dell’Ottocento, viene interrogato da un amico sullo scopo del viaggio. Risponde: «Vado ad aprire due scuole». «Come due?» «Sì, due. Appena avrò fondato la mia, i gesuiti verranno a fondare la loro». Anche se non è la guerra di religione, peraltro ormai remota, tra protestanti e missionari latini a dover attirare la nostra attenzione, è vero che, quando parliamo dell’educazione in Libano, e in particolare dell’istruzione scolastica, dobbiamo sempre sottolinearne la complessa diversificazione, riflesso a sua volta della diversificazione sociale e religiosa. Il Sinodo libanese della Chiesa maronita, che nel 1736 riunì attorno al delegato della Santa Sede, Joseph Assemani, l’intera gerarchia e alcuni laici, aveva stabilito tre misure: l’istruzione obbligatoria dei bambini della comunità maronita, un programma che univa l’insegnamento della lingua araba, della lingua siriaca e delle materie profane e la gratuità dell’istruzione. Questa serie di misure trovò un’eco notevole tra il clero e i monaci maroniti, che s’impegnarono nell’educazione “sotto le querce”. Ed è così che tanto i missionari latini, i gesuiti e altri ancora, per ragioni differenti, quanto le Chiese locali investirono ampiamente le loro risorse umane e materiali nell’istruzione; a loro volta anche le comunità musulmane fondarono le loro istituzioni formative, avvertendone l’importanza cruciale: le Makassed islamiche a partire dal 1878, le Amlieh dagli anni Venti del secolo successivo. Se concentriamo la nostra attenzione sul passato, è perché esso si presenta sotto il segno di una volontà di fare dell’educazione un motore di sviluppo e di cambiamento nella fase storica segnata dalla Nahda [Rinascimento] araba. Possiamo sottolineare che fonte dell’impegno nel campo scolastico fu, nelle comunità religiose costitutive della società libanese, il desiderio di educare i bambini e i giovani. Su questa base furono fondate decine di scuole finalizzate all’istruzione dei ragazzi ma anche delle ragazze, come nel caso delle scuole degli ordini religiosi femminili: Figlie di Nazareth, Suore di San Giuseppe dell’Apparizione e Congregazione locale delle Suore dei Sacri Cuori. Nel 1881 i greci ortodossi costruirono la scuola Zahrat al-Ihsân (il fiore della carità), «opera di donne per le ragazze della comunità». Questo desiderio delle comunità aveva le sue radici, già nel Seicento, nella percezione dei primi sentori di modernità, e dei fenomeni di evoluzione storica che contrassegnavano le diverse società occidentali. Il rapporto dei maroniti con Roma diede luogo alla creazione del Collegio maronita romano alla fine del Cinquecento. Quel desiderio nasceva dalla preoccupazione di non restare al traino della storia, di attrezzare intellettualmente e culturalmente i giovani per prepararli a difendere la Città di Dio grazie a un insegnamento religioso adeguato così da partecipare positivamente alla costruzione della città umana aprendosi al sapere in tutte le sue componenti. Le comunità sono state concordi circa la necessità di fondare le scuole per conservare i propri fedeli e anche nell’apertura, inizialmente forse non voluta, di un lungo dialogo tra la religione e la cultura umanista, letteraria e scientifica. Dal desiderio d’istruire all’emulazione tra le diverse comunità il passo è breve. E non fu una cosa negativa. Il desiderio comunitario di formare intellettualmente i propri fedeli trova appoggio, ormai quasi da un secolo, nella libertà d’insegnamento concessa dall’articolo 10 della Costituzione, proclamata il 23 maggio 1926. Esso dichiara che «L’insegnamento è libero finché non contrasta l’ordine pubblico e i buoni costumi e non è lesivo della dignità delle confessioni religiose. Non si pregiudicherà in alcun modo il diritto delle comunità ad avere le proprie scuole, fatte salve le prescrizioni generali sulla pubblica istruzione emanate dallo Stato». Di fatto questo articolo è il proseguimento dell’articolo 9 della medesima Costituzione il quale dichiara che «la libertà di coscienza è assoluta» e che «lo Stato, rendendo omaggio all’Altissimo, garantisce in pari misura alle popolazioni, a qualunque rito appartengano, il rispetto del loro statuto personale e dei loro interessi religiosi». È questo articolo ad aver garantito sviluppo ed espansione all’azione educativa delle missioni estere e delle scuole missionarie cattoliche e protestanti nel corso del XX secolo. A differenza di quanto affermato dalla teoria libanese tradizionale, l’articolo 10 va oltre la concezione del libero insegnamento, in quanto tratta di una libertà legata alla struttura federale e personale del sistema costituzionale libanese. In questo articolo troviamo il riconoscimento dell’esistenza di organismi religiosi e del loro diritto a fondare e gestire le scuole private: è questa realtà a costituire parte integrante e fondamentale della struttura costituzionale. Tale tipo di libertà è limitata perché la stessa Costituzione assegna all’autorità centrale diritti di ingerenza o d’intervento negli affari delle scuole che dipendono dalle autorità religiose; essi si esercitano nei casi di turbativa dell’ordine pubblico, comportamenti contro i buoni costumi, attentato alla dignità di una delle religioni o confessioni e rifiuto di ottemperare alle prescrizioni generali emanate dallo Stato in materia di pubblica istruzione. Di fatto, ciò che la Costituzione accorda in termini di libertà di insegnamento e di fondazione di scuole o di autonomia di gestione si basa su un’esperienza storica che Edmond Rabbath qualificava come «preziosa eredità» e che già gli ottomani avevano accordato alle comunità religiose. L’autonomia concessa alle comunità è ormai parte della configurazione identitaria libanese, ciò che introduce nel cuore stesso della nozione d’identità l’elemento della pluralità in materia di educazione, normalmente prerogativa esclusiva dello Stato-Nazione. Situazione caleidosopica Attualmente, accanto agli istituti formativi secolari, oltre una quindicina di reti scolastiche dominano la scena educativa libanese: la rete delle scuole cattoliche, costituita sotto l’egida del Segretariato delle scuole cattoliche, raggruppa cinquantacinque plessi scolastici diocesani che interessano circa 200.000 studenti; le scuole della comunità ortodossa (10.000 studenti) e protestante (circa 35.000 studenti); le scuole musulmane, sunnite, sciite e druse, che si sono moltiplicate, soprattutto dopo il 1990, venendo a formare una rete di istituti raggruppati in una quindicina di plessi scolastici che accolgono oltre 60 mila studenti. Da notare che il 23% degli allievi delle scuole cristiane sono musulmani. Aggiungiamo alla lista le scuole private laiche, come la Missione Laica Francese, o a colorazione religiosa cristiana o musulmana, che formano un raggruppamento molto eterogeneo di circa trecento istituti scolastici, e le scuole pubbliche direttamente gestite dal Ministero dell’Istruzione. Nonostante la loro denominazione, anche queste ultime sono diversificate a seconda del loro posizionamento geografico e sociale. Tutte queste reti accolgono attualmente, nei loro istituti classici e tecnici, circa 950 mila allievi: di essi, il 30% circa frequenta la scuola pubblica. L’insegnamento tecnico e professionale, pubblico e privato, interessa circa 100 mila allievi, due terzi dei quali nel settore pubblico. Ne deriva che il Libano è, tra i Paesi in via di sviluppo, uno di quelli che possono esibire risultati assolutamente soddisfacenti quanto a scolarizzazione della gioventù tanto per le ragazze quanto per i ragazzi, con un tasso netto di scolarizzazione dell’89,9% per quanto riguarda la scolarizzazione di primo livello e del 77,4% per quanto riguarda il secondo livello. Tuttavia circa il 20% degli allievi, a causa del fallimento scolastico prima della fine del secondo ciclo, non riesce ad acquisire un bagaglio culturale e intellettuale adeguato per affrontare le difficoltà della vita. Per ciò che riguarda l’insegnamento superiore, gli ultimi due decenni hanno visto un’esplosione dell’offerta universitaria. Si è passati da una decina di atenei, le cosiddette Università tradizionali, nel 1990, ai 44 atenei odierni, che accolgono più di 150 mila studenti di ogni provenienza. Si tratta in massima parte di istituti a carattere confessionale, collegati ad associazioni a matrice religiosa, a congregazioni o a comunità cristiane o musulmane. Tuttavia è possibile considerare il sistema educativo libanese secondo un altro punto di vista: come precisa un rapporto dell’UNESCO pubblicato nel 2002, relativo al piano educativo strategico “Libano 2015”, il Paese è dominato da due tipi di istituzioni formative; il primo tipo è costituito da scuole che rispecchiano situazioni di deprivazione, nelle quali l’allievo arriva a stento a conseguire un diploma, senza acquisire una formazione di livello accettabile. Per lo più si tratta di un allievo della scuola pubblica, la quale, nel quadro dell’istruzione libanese, continua ad essere il parente povero, il luogo nel quale le famiglie che non possono permettersi la scuola privata inviano i loro figli. Ritroviamo poi questo tipo d’allievo in scuole private svantaggiate o molto commerciali. Il secondo tipo di struttura formativa per lo più è privata e solo raramente è un istituto pubblico. Si presenta come un’isola di qualità o di eccellenza, capace di realizzare una triplice missione educativa: istruire, qualificare e socializzare. Queste isole di qualità, che si contano a decine, attente a non restare prigioniere del sistema scolastico libanese, continuano a innovare i loro programmi educativi, sia che adottino esclusivamente i programmi libanesi sia che s’ispirino ai modelli accademici francesi o anglosassoni, allo scopo di mantenere i livelli di eccellenza e di adeguamento alle novità metodologiche e di contenuto che le caratterizzano. In particolare alcuni istituti, come quelli della Mission laïque o del Collectif des institutions homologées catholiques, danno ampio spazio ai programmi e ai metodi di insegnamento francesi. Se è vero che la situazione “caleidoscopica” dell’istruzione in Libano garantisce alle comunità il diritto di aprire scuole e ai genitori di scegliere la scuola per i figli, tuttavia i problemi, talvolta pesanti, non mancano. Padronanza delle lingue L’istruzione in Libano è bilingue o multilingue, nel senso che le materie scientifiche, e spesso anche altre materie, vengono insegnate in inglese o in francese (le scuole secondarie francofone rappresentano il 65% delle scuole secondarie libanesi). Un tentativo di arabizzazione della lingua nell’insegnamento è stato condotto in alcune scuole, ma ha vinto il realismo, dato che gli studi scientifici e anche umanistici nelle università si svolgono in lingua straniera, fatto che restringe i margini di penetrazione della lingua araba. In pratica, il plurilinguismo costituisce un contributo inestimabile al successo dei libanesi in Libano e all’estero. La perfetta padronanza delle lingue, la conoscenza della cultura orientale e occidentale rende più facile l’adattamento. Tuttavia questo sistema esige un grande sforzo e molta fatica da parte dei genitori e dei ragazzi, in quanto la lingua non costituisce più un fattore di coesione nazionale. Che si tratti dell’arabo o di un’altra lingua, il loro uso è determinato da considerazioni utilitarie ed economiche. In genere, nelle classi superiori il programma introduce una seconda lingua straniera, l’inglese o il francese. In sostanza, un bambino libanese ha perciò a che fare in partenza con quattro lingue e due alfabeti, poiché la gente parla in un dialetto libanese, mentre l’arabo letterario si impara a scuola. In Svizzera le lingue ufficiali sono quattro, ma l’istruzione non è multilingue, poiché in ogni cantone una sola è la lingua principale. In Libano invece solo l’arabo è lingua ufficiale, ma poiché si studiano varie lingue, come scrive un autore svizzero, «i libanesi sono dei veri poliglotti. Il patrimonio di conoscenze linguistiche è una forza per il futuro». Non si deve credere però che tutti i libanesi siano poliglotti e capaci di parlare con facilità una lingua che non sia l’arabo. Comunque, la questione del plurilinguismo e della capacità libanese di adattarsi sempre e dappertutto pone il problema dell’emigrazione dei giovani laureati, a volte i migliori; si calcola che un terzo dei laureati nelle università libanesi lasci il Paese per altre destinazioni dove possono guadagnare meglio e trovare un mercato del lavoro più capace di soddisfare le loro aspettative. Molto spesso si sente ripetere che «le università libanesi formano laureati per l’esportazione, privi di legami forti con il proprio Paese». E per finire, la formazione multilingue causa anche problemi relativi all’identità culturale, un fattore cruciale in un Paese come il Libano. I giovani libanesi in generale parlano correttamente le lingue. Tuttavia gli stranieri osservano che sono privi di conoscenze culturali e letterarie relative alle lingue che hanno appreso. In una situazione in cui la molteplicità è la regola, gli istituti scolastici e universitari non hanno un progetto educativo comune capace di enunciare convinzioni, principi e obiettivi generali o almeno una base comune ufficiale che serva da punto di riferimento per progetti educativi che si prefiggano obiettivi comuni. Anche nel caso in cui identiche parole siano utilizzate in differenti progetti educativi, esse non hanno il medesimo significato. In questo contesto la riforma dell’istruzione e dei programmi scolastici del 1997, denominata “ricostruzione del sistema educativo in Libano”, non ha dato i risultati sperati soprattutto a livello dell’istruzione pubblica, né dal punto di vista dei contenuti né da quello dei metodi d’insegnamento. Occorre peraltro sottolineare che il progetto educativo comune enunciato in questa riforma e adottato ufficialmente dallo Stato libanese per tutte le scuole del Libano non è stato accolto positivamente dai responsabili delle reti degli istituti scolastici. Qui si apre il problema del rapporto tra le nostre scuole e ciò che chiamiamo l’ordine pubblico: il concetto di ordine pubblico nel quadro dell’insegnamento privato si rifà all’articolo 10 della Costituzione libanese, in base al quale una scuola può essere chiusa e la licenza di funzionamento revocata nel caso che detta scuola si dedichi ad attività contrarie alla morale e all’interesse nazionale. Quel che è certo è che occorrerà definire che cosa sia l’interesse nazionale e come ogni governo in carica possa imporre il rispetto di tale interesse. Formazione civica Un’altra questione problematica è quella del testo unico di storia del Libano. L’idea dell’unificazione del testo di storia e di educazione civica è ormai parte integrante della legge di riforma scolastica del 1994; ogni scuola che introduca manuali di storia o di educazione civica diversi da quelli decisi dal Ministero può essere chiusa fino a un anno. Ma se i testi di educazione civica hanno visto la luce grazie alla tenacia dei loro autori, provenienti da varie comunità, il testo di storia resta lettera morta e non è stato pubblicato perché manca l’accordo politico necessario ad avallare un contenuto problematico capace di narrare una sola storia del Libano e di proporre una lettura unica soprattutto degli avvenimenti recenti, oggetto di interpretazioni diverse. E così il Libano è da vent’anni senza storia, o piuttosto senza un libro di storia, benché continui a vivere molte storie. Questa problematica solleva domande cruciali sull’educazione: quale profilo di cittadino devono proporre le istituzioni formative? Come gestire le diversità che caratterizzano il Libano nella direzione della loro complementarietà e della coesione, invece che in quella dell’esclusione? Durante una conferenza-dibattito alla presenza di Monsignor Sabbah, Patriarca emerito di Gerusalemme, in occasione dei lavori preparatori al Sinodo dei Patriarchi e dei Vescovi del Medio Oriente, che si è tenuto a Roma nell’ottobre del 2010, è stata evocata la questione dell’educazione in Libano e il suo ruolo determinante nella costruzione di una società giusta e capace di convivenza. Il Patriarca rifletteva: «Le istituzioni scolastiche sono responsabili della guerra in Libano perché hanno educato i loro allievi al confessionalismo e all’esclusione dell’altro». La missione delle istituzioni formative, cristiane e non, non può limitarsi all’istruzione accademica, ma deve comprendere la formazione civica dello studente. Tale compito non può realizzarsi senza una migliore comunicazione su punti fondamentali, come la promozione della convivialità e della cittadinanza tra gli stessi operatori delle scuole e delle università per porre le basi di un progetto educativo complessivo che privilegi la formazione di una gioventù libanese aperta all’altro e desiderosa di costruire con l’altro il mondo di domani. Sono già in corso attività in questo senso, come alcuni scambi e progetti comuni tra allievi di istituti scolastici musulmani e cristiani per la promozione della convivialità e del desiderio di vivere insieme. L’istituzione dell’unione delle scuole private comunitarie, confessionali e non confessionali, e la pubblicazione di opuscoli redatti in comune sulla convivialità islamo-cristiana sono altrettante piste di lavoro per costruire una società libanese più solidale e più giusta.

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