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Medio Oriente e Africa

Quando la guerra irrompe via skype

Una telefonata via Skype da Aleppo assediata ricorda che non si ha a che fare con forze anonime, ma con persone

Ultimo aggiornamento: 06/02/2018 11:49:59

Mentre gli analisti soppesano le forze in campo in Siria, in un conflitto divenuto ormai regionale, il grave rischio è dimenticarsi, tra un dossier e l’altro, che non si ha a che fare con forze anonime, ma con persone. Come l’amico che si è fatto vivo questa mattina via skype per la prima volta dopo mesi.

 

 

È intrappolato ad Aleppo e ha aspettato tutta la notte per poter raccontare. Prima della guerra lavorava in una ditta franco-siriana di esportazione, soprattutto sapone e prodotti tipici orientali. Una casa come altre, in un quartiere abbastanza benestante. Dopo lo scoppio delle ostilità hanno continuato a esportare i prodotti con l’aereo, poi si è bloccato tutto e da sei mesi è senza lavoro. Nel frattempo il cambio dell’euro è passato da 60 a 195 lire siriane, quello del dollaro è quadruplicato, il pane è salito da 5-10 lire a 100.

 

 

Sami – nome di fantasia – è cristiano. Non vuole giudicare di chi sia la responsabilità (comunque non lo farebbe via skype), ma ricorda che la situazione umanitaria è diventata molto pesante, soprattutto ora che si profilano all’orizzonte nuovi scontri nella zona, e chiede esplicitamente aiuto. A livello internazionale, la prova più certa che il conflitto siriano sia entrato in una nuova fase si può trovare nei commenti, a dir poco astiosi, degli Stati del Golfo a seguito dell’ammissione da parte di Hezbollah del proprio coinvolgimento diretto nella battaglia di Qusayr.

 

 

Dopo le sconfitte degli ultimi mesi, le truppe di Asad guadagnano nuovamente terreno, ma lo fanno soprattutto per l’appoggio dei miliziani libanesi sciiti e con il supporto crescente di Iran e Russia. Gli Stati Uniti valutano la fornitura di armi ai ribelli. Su tutto questo, lo spettro delle armi chimiche, mentre la conferenza di pace slitta a dopo giugno. I paralleli con il caso libanese (nel periodo della guerra civile 1975-1990) sono impressionanti.

 

 

Anche in quel caso il coinvolgimento delle forze regionali era andato sempre crescendo, in un gigantesco «gioco distruttivo a somma zero» (l’espressione è di Georges Corm, nel suo libro sulla storia del Libano contemporaneo) che nel suo momento più cruento aveva coinvolto, oltre alle fazioni libanesi e ai palestinesi, Israele, Siria, Stati Uniti e forze multinazionali d’interposizione. Ma se il parallelo è fondato, si può ritenere che l’eventuale allontanamento di Asad non cambierebbe da solo la situazione sul terreno, come non furono gli assassini politici in Libano a determinare la fine del conflitto, ma il graduale esaurimento delle parti coinvolte.

 

 

Il tono di Sami è pacato e gentile (alla fine azzarda un “speriamo che torni la pace per potervi avere ancora nostri ospiti”), ma con la sua semplice testimonianza butta addosso il peso di una guerra civile in carne e ossa, dove si rischia di rimanere intrappolati tra due fuochi, bloccati nel proprio quartiere a guardare il soffitto. Proprio per questo, come ha ricordato Papa Francesco intervenendo a una riunione di coordinamento sulla Siria promossa da Cor Unum, «aiutare la popolazione siriana, al di là delle appartenenze etniche o religiose, è il modo più diretto per offrire un contributo alla pacificazione e alla edificazione di una società aperta a tutte le diverse componenti».

 

 

Intervento del Papa: www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/june/documents/papa-francesco_20130605_corunum-siria_it.html www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/corunum/corunum_it/profilo/aiuto.html

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