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Religione e società

Quella strana alleanza degli opposti

Fondamentalismo e modernità, nemici su molti fronti, hanno in comune la necessità di tagliare le radici vitali che ci legano al passato e alla storia. Da un lato c’è l’ipersemplificazione della rivelazione, dall’altro la sua sostituzione con un sistema di pure informazioni. Una questione che riguarda sia il Cristianesimo sia l’Islam.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 10. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 14:39:49

Era opinione dello storico inglese Christopher Dawson che ogni civiltà fosse espressione di una tradizione sacra, consegnata, sviluppata e dispiegata di generazione in generazione. La civiltà è la fede che si fa cultura, è il manifestarsi della fede [1]. La nostra stessa civiltà europea è storicamente un meticciato, il prodotto dell’incrocio di diverse tradizioni, benché le stesse tradizioni rimangano distinte e oppongano resistenza a ogni tentativo di sintesi, proprio perché ognuna si concepisce come fondata sulla verità. Lo “spirito della tradizione” è lo spirito con cui questa trasmissione culturale ha luogo. Esso permette d’introdurre le varie generazioni alla “verità” che le lega insieme. La ricettività propria dell’amore rende possibile la trasmissione della tradizione da una generazione alla successiva. E quando è presente quello spirito, la tradizione non è mai percepita come un peso morto che grava sul presente. Solo una tradizione che abbia perso il suo spirito può diventare una forza di morte [2]. Tradizione è dono che dà vita. Ma c’è anche uno spirito anti-tradizionale che impedisce la trasmissione del dono: proprio questo spirito è emerso e si è sviluppato in Europa dal XIV secolo in poi, diventando sempre più virulento, fino ad assumere alla fine del XX secolo la forma di un consumismo tecnologico radicalmente secolarizzato. Questo sviluppo è il dramma della nostra epoca perché ci sta portando a una fine che possiamo solo immaginare. Lo spirito anti-tradizionale rifiuta ogni riferimento al trascendente e centra ogni essere umano su di sé rendendo l’amore pressoché impossibile [3]. La “svolta soggettivistica” tanto celebrata dal pensiero contemporaneo è troppo spesso un allontanamento dall’amore, dal culto e da una legittima obbedienza. La tecnologia moderna contribuisce all’eliminazione della tradizione, di un vivere nel tempo veramente umano. Nelle società tradizionali il passato è assunto come parte viva del presente, continuamente ripreso, celebrato e interpretato attraverso il rituale e la storia. La tradizione unisce le generazioni in una comunità che trascende il tempo attraverso l’anamnesi. Ma se la memoria umana e la conoscenza vengono evacuate nel cyberspazio da Google, il passato diventa qualcosa a noi esterno, qualcosa che è altro da noi, che possiamo sederci a osservare passivi. Il Sé si contrae allora in un punto e cessa di abitare nel mondo come estensione nel tempo. Non è più pienamente incarnato. Diventa un osservatore distaccato della rete di conoscenze, una sorta di consumatore insaziabile perso in uno sterminato supermercato dell’informazione. Il consumismo tecnologico minaccia di diventare il perfetto rovesciamento della tradizione. Mentre la tradizione richiede l’introduzione della persona a un mondo ricevuto come dono e che esige gratitudine, l’anti-tradizione trasforma il mondo in una serie di informazioni che possono essere istantaneamente trasferite da una mente o da un computer all’altro, semplicemente in cambio di denaro. Lo scopo della tradizione è servire la crescita personale e lo sviluppo dell’uomo. Ma lo scopo dell’ordine meccanico è che l’uomo sia posto al servizio della crescita e dell’evoluzione della macchina. Romano Guardini offre un’analisi più esaustiva di tutto il processo nel suo La fine dell’epoca moderna [4]. Egli ritiene che i medievali fossero preoccupati non tanto dall’indagine razionale o empirica della natura (questa è un’ossessione successiva), quanto dalla costruzione di un cosmo simbolico sulla base della Rivelazione e dell’autorità degli antichi. Si credeva che il cosmo fornisse la necessaria mediazione immaginativa tra il mondo che ci circonda così come esso viene sperimentato attraverso i sensi, e il mondo delle vere idee e delle essenze, il mondo dell’intelletto contemplativo. Sotto l’impatto del progresso tecnologico la nostra conoscenza della Natura diventa sempre più indiretta, non più mediata da un’immaginazione simbolica interessata alle essenze, ma dall’immaginazione scientifica, da meri modelli matematici (pensati per “salvare le apparenze”), quantità vuote di qualità, fatti separati dai valori. Rivelazione Semplificata Né la modernità né la postmodernità sono riuscite a eliminare le tradizioni religiose o le civiltà religiose. Tuttavia i credenti delle religioni fanno parte della storia e le forze storiche li condizionano in molti modi. Quello che conosciamo ormai come “fondamentalismo religioso” è un ibrido tra lo spirito moderno e quello religioso. È un’incursione dello spirito anti-tradizionale nel mondo della fede religiosa, una radicale distorsione della tradizione. Naturalmente si trova sia nel Cristianesimo sia nell’Islam. I fondamentalisti, che siano biblici o coranici, vedono la società secolare moderna, fondata sull’autonomia dell’individuo e sul razionalismo critico, come il nemico della vera religione. Tentano di contrastare il nemico con l’autorità di un Libro, i cui insegnamenti vengono considerati auto-evidenti e inequivocabili. I fondamentalisti cercano certezze in una versione semplificata della rivelazione, che oppongono all’incertezza e al relativismo della vita moderna. Questa semplificazione della rivelazione è un fenomeno profondamente moderno. In apparenza sembra solo un rifiuto della razionalità nel nome dell’autorità religiosa e dell’indagine critica nel nome dell’obbedienza alla tradizione. Si fonda, tuttavia, non sul rifiuto della ragione discorsiva, ma su quello dell’intelligenza contemplativa, ed è proprio questo rifiuto a rendere possibile il modernismo. Nei suoi aspetti negativi la modernità si è costruita sull’eliminazione sistematica del cosmo simbolico, così come del metodo allegorico d’interpretazione e dell’analogia dell’essere. Doveva rifiutare queste cose per concentrare le sue energie sul metodo scientifico, che divenne il paradigma dominante di tutta la conoscenza umana. L’iper-semplificazione della tradizione e l’eliminazione dell’ambiguità sono tratti fondamentalisti. I fondamentalisti sono stati perciò privati di un’intera dimensione della loro religione, quella stessa dimensione che la modernità non riesce a comprendere e che ha scartato ormai da molto tempo. Senza quella dimensione (nella quale certamente mistici e sufi si trovano molto più a loro agio di giuristi e moralisti) ciò che rimane è essenzialmente la religione come “ideologia”: una serie di dottrine a cui aderire e da imporre alla società con la forza se la persuasione non basta. Naturalmente ci sono stati “fondamentalisti” in ogni epoca, ben prima che essi emergessero nella forma che Gilles Kepel ha studiato in La Revanche de Dieu per i Fratelli Musulmani in Egitto o Sayyed Hossein Nasr in The Heart of Islam per i wahabiti o ancora David Lawrence in Defenders of God per gli evangelicals americani. Ci sono sempre stati credenti ai quali la conoscenza o l’esperienza della contemplazione facevano difetto. Ma è nella modernità o nella post-modernità che ci si deve più logicamente aspettare la presenza di gruppi di credenti definiti da questa caratteristica. Essi hanno poi assunto un’importanza politica sproporzionata nel contesto di un mondo che è allo stesso tempo dipendente dal petrolio e capace di operare distruzioni di massa con il ricorso a strumenti di terrore. Per portare lo sguardo oltre il problema del fondamentalismo dobbiamo considerare da capo la natura della tradizione e capire in che misura musulmani e cristiani possano cooperare in sua difesa. Ho avanzato l’ipotesi che entrambe le nostre tradizioni siano state minacciate dallo spirito anti-contemplativo della modernità. Una risposta adeguata a questa sfida deve assumere la forma di un tentativo di risuscitare lo spirito contemplativo sia nel Cristianesimo sia nell’Islam. Ma dobbiamo ricordare che anche una risposta di questo tipo potrà essere contaminata dalla modernità se non sarà abbastanza radicale. Una concentrazione sulla “vita interiore” di preghiera vista attraverso il prisma dell’individualismo può portare a una falsificazione della nostra tradizione tanto seria quanto quella del fondamentalismo. L’amor proprio, o anche l’amore di Dio, staccato dall’amore del prossimo è una falsificazione. Ogni genuina e radicale fedeltà alla tradizione manterrà unite queste cose. La preghiera e l’azione possono e devono essere integrate sia nel Cristianesimo sia nell’Islam, ed è la tradizione a garantire questa unità. Ecco perché l’iniziativa A Common Word rappresenta un significativo sviluppo [5]. Differenze e Somiglianze Profonde La tradizione islamica purificata dal fondamentalismo consiste non solo nella Sunna o hadîth ma anche nel Corano; insieme essi costituiscono la sharî’a [6]. È questo il nucleo sostanziale di quello che viene dato o trasmesso di generazione in generazione per formare un popolo musulmano. (Allo stesso modo, i cattolici oppongono talvolta scrittura e tradizione, ma possono anche parlare di “tradizione” in un senso più ampio che le comprende entrambe). La sharî’a è definita come il corpo della legge islamica fondata sul Libro e sull’Insegnamento del Profeta. È interessante notare che la parola significa “strada verso una sorgente d’acqua”, in riferimento all’acqua celeste che purifica l’anima (secondo la sura 8,11). Per i musulmani, la sharî’a non è niente di meno che la legge divina rivelata sulla terra, una legge che nel suo archetipo celeste governa il movimento di tutte le cose visibili e invisibili. Come tale essa è analoga al concetto di Dharma in India o di Torah nell’Ebraismo – e anche al Logos del Cristianesimo. Anche le piante e gli animali avrebbero la loro sharî’a, eseguita in obbedienza. Nel caso dell’uomo, corrispondere alla legge eterna tramite il corretto uso del libero arbitrio significa diventare retti, o santi, o saggi; significa, in termini islamici, rendere a Dio il giusto culto “facendo ciò che è bello” (ihsân, che significa anche “agire come se uno stesse  vedendo Dio”). Questo stato di rettitudine o di bellezza spirituale è precisamente ciò che i cristiani ritengono impossibile da raggiungere per gli esseri umani senza l’assistenza della grazia divina. Ma in risposta i musulmani potrebbero dire che l’intera tradizione islamica è una grazia. L’essenza della tradizione viene interpretata in un modo un po’ diverso nel Cristianesimo. I cristiani credono che la Legge, il Logos, si è fatta uomo. La tradizione si radica in Cristo, e in un certo modo è Cristo, la Via al Padre. La Chiesa è l’organismo soprannaturale o il soggetto comunitario nel quale il dono di Cristo viene ricevuto e trasmesso [7]. Questa identificazione di Gesù di Nazareth con il Logos o il Verbo di Dio sta alla radice di molte delle differenze tra il Cristianesimo e l’Islam e cambia anche il modo in cui interpretiamo l’unità di Dio che entrambi affermiamo. Come cristiani rifiutiamo di credere che la Legge fornisca una via di salvezza indipendente da Cristo. Ma questo avviene perché crediamo che la Legge eterna, che la sharî’a è supposta mediare, è identificabile con l’uomo Gesù di Nazareth. Pertanto le “acque celesti” alle quali la sharî’a ultimamente conduce possono essere interpretate dai cristiani come le acque del Battesimo. Le differenze, così come le somiglianze, tra le due tradizioni sono profonde. Ma il Cristianesimo e l’Islam condividono qualcosa che la modernità non può comprendere. Non si tratta solo del fatto che riconosciamo entrambi l’autorità di una “tradizione”. Condividiamo anche lo spirito con il quale riconosciamo quell’autorità, che è allo stesso tempo amore per una verità che ci trascende e che in una certa misura ci conferisce la nostra identità. Ciascuno dei due può ritenere che l’altro erri nella sua particolare adesione, ma la nostra disposizione a sottometterci alla verità rivelata e a crescere in quella verità ci rende uomini e donne di tradizione. “Il fondamentalismo” inizia quando quello spirito si perde, quando, invece di appartenere a una tradizione, iniziamo e considerarcene proprietari e controllori. Abbiamo bisogno d’incoraggiarci reciprocamente a rivivificare lo spirito della tradizione; così facendo troveremo il solo terreno comune sul quale porci, dibattere e collaborare gli uni con gli altri. Cristiani e musulmani condividono un’interpretazione religiosa della vita umana e del destino, accompagnata da una comprensione religiosa della natura. Il mondo moderno mina la comprensione religiosa anche tra i credenti, la cui fede, alla deriva in un universo secolare, finisce per assomigliare a un’ideologia politica, con conseguenze disastrose. È proprio tale concezione di un universo puramente secolare che dobbiamo sfidare in maniera intelligente, perché i presupposti da cui parte sono falsi. Anche la natura infatti è una rivelazione di Dio, è la “tradizione primordiale”, come sostiene, tra gli altri, anche Nasr [8]. Tocca ai credenti dimostrare che i doni di Dio, non solo la tradizione ma anche la natura stessa, non possono essere compresi senza amore, senza contemplazione e senza gratitudine.

 

 


 

 [1] «È l’impulso religioso a fornire la coesione che unifica una società e una cultura. Le grandi civiltà del mondo non producono le grandi religioni come una sorta di prodotto derivato; le grandi religioni sono in ogni senso le fondamenta su cui posano le grandi civiltà. Una società che abbia perso la sua religione diventerà presto o tardi una società che ha perso la sua cultura»: Christopher Dawson, Progress and Religion, Sheed & Ward, Lanham (MD) 1936, 232-3 (ed. italiana Progresso e Religione, Comunità, Milano 1948). Inoltre «l’istinto religioso trova la sua più compiuta e concreta soddisfazione nella storia, attraverso la fede di una persona storica, una comunità storica e una tradizione storica. (ibid., 244). [2] In tutte queste riflessioni trovo sostegno nell’eccellente saggio del filosofo Joseph Pieper, Tradition: Concept and Claim, ISI Books, Wilmington (Delaware) 2008. Pieper sottolinea il fatto che dalla tradizione non ci si aspetta che cambi o progredisca nel tempo. Per sua natura è qualcosa che deve essere consegnato fedelmente e integro. A ciò aggiungerei che “lo sviluppo” (nel senso esplorato da John Henry Newman) nella tradizione di fatto accade e deve accadere, ma solo organicamente, così che l’essenza della tradizione rimanga intatta. E, come scrive Hans Urs von Balthasar, «onorare la tradizione non esime dal dovere di cominciare tutto e sempre da capo»: Abbattere i bastioni, Borla, Torino 1966, 46. [3] Il trascendente è inteso qui come “ciò che sta oltre”, oltre il Sé consapevolmente controllato, oltre ciò che è esaustivamente conosciuto, oltre il finito. Il Sé umano è considerato come una creatura limitata, scaturita da una Fonte che, essendo infinita, contiene anche il finito. Il fine o l’obiettivo del Sé può essere raggiunto solo tornando a questa Fonte trascendente o partecipandovi cooperando alla Grazia. La forma che questa partecipazione prende è l’amore di Dio e del prossimo. La persona umana è perciò naturalmente/ sovrannaturalmente centrata non su di sé (ciò che le negherebbe l’accesso all’infinito), ma sull’“altro”, o su ciò che sta oltre il Sé e perciò, allo stesso modo, nel suo intimo. [4] Romano Guardini, La fine dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana, Brescia 1993. [5] Sito web ufficiale: www.acommonword.com. [6] Il termine compare nel Corano (45,18). [7] È interessante notare che la parola tradizione è in stretta relazione con la parola tradimento. Nel tradimento di Gesù da parte di Giuda Iscariota nel giardino del Getsemani abbiamo un’illustrazione della tradizione invertita, proprio come nella Vergine Maria abbiamo un’immagine della tradizione nella sua perfezione. Maria riceve il dono; Giuda lo rifiuta. Giuda consegna Gesù ai suoi nemici. Consegna la Tradizione a coloro che vogliono distruggerla. Lo fa con un bacio che è un segno d’amore (o di preteso amore). La sua motivazione è il denaro e riceve trenta denari d’argento per la sua azione. Così la tradizione è sempre stata tradita da quanti pretendono di amarla mentre cercano solo il proprio vantaggio e tornaconto [8] Cfr. ad esempio Seyyed Hossein Nasr, Religion and the Order of Nature, Oxford University Press, New York 1996. Di fatto Joseph Pieper, nel saggio al quale abbiamo fatto riferimento più in alto,ha in mente primariamente la tradizione cristiana e non lascia molto spazio all’Islam. Ma, pur senza accettare tutti gli aspetti della teoria di Nasr sulla Tradizione, penso sia utile considerare il suo punto di vista riguardo all’Islam, che cioè esso sia in qualche modo, almeno nella propria autocomprensione, una restaurazione della “tradizione primordiale” della quale anche Pieper parla.

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