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Islam

Quelle insopportabili moschee

La pesante crisi economica e politica, esito di una storia travagliata, si è trasformata nell'ultimo anno in un conflitto che né lo Stato né la comunità internazionale sembrano capaci di arginare. Mentre l'odio si abbatte anche su un patrimonio d'architettura e arte islamica, sotto attacco da parte di gruppi islamisti violenti.

Il Mali, immenso Paese situato nel cuore dell’Africa Occidentale, vive dall’inizio del 2012 la dura prova di una pesante crisi politica e umanitaria innescata dall’ennesima ribellione Tuareg nella regione settentrionale dell’Azawad. L’intrusione di gruppi islamisti ha trasformato questa semplice insurrezione per l’ottenimento dell’autonomia dell’Azawad in un conflitto incontrollabile che, fino a questo momento, non ha potuto essere arginato né dalle autorità del Mali né dalle istituzioni internazionali. Le città di Timbuctu e Gao, che figurano nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO, sono state le prime a essere toccate da una crisi le cui conseguenze, innanzitutto umanitarie e poi culturali, sono disastrose. Prima di parlare delle minacce alle quali sono oggi esposte le popolazioni e il patrimonio delle città del Mali settentrionale, ripercorriamo, per comprendere le circostanze attuali, le fasi salienti della storia del Paese.

 

 

Il Mali ha una storia ricca e antica, che ci è giunta prima attraverso la tradizione orale e poi, dall’XI secolo, ci è stata riferita dai racconti dei viaggiatori arabi come il marocchino Ibn Battuta, Hasan al-Wazzân al-Zayyâtî, detto Leone l’Africano (1488-1548) e, nel periodo moderno, dagli esploratori europei come Alexander Gordon Laing (1793-1826) e René Caillé (1799-1838). Tre sono i principali imperi che si sono succeduti in questa regione compresa tra il Sahara a sud del Maghreb, l’attuale Senegal, il lago Chad e l’ansa del Niger.

 

 

Antichi Imperi

 

 

Fondato molto probabilmente verso l’anno 300, l’Impero del Ghana si estendeva dal nord e dal nord-ovest dell’alto Niger fino alla via dell’oro, la regione dell’attuale Timbuctu, a sud. La capitale era Koumbi Saleh che oggi si trova in Mauritania.

 

 

Questo impero si arricchì molto rapidamente grazie alle sue risorse aurifere, sviluppando così relazioni commerciali con gli Imperi stranieri e in particolare con gli Imperi dell’Africa del Nord sin dal nono secolo, fino a creare un vero e proprio asse commerciale tra il nord e il sud. Sono sempre viaggiatori e cronisti arabi a riferirci delle ricchezze di questo Impero, della costituzione delle sue popolazioni e della sua cultura. Ibn Hawkal, primo cronista ad aver visitato la città carovaniera di Awdaghost, situata nell’attuale Mauritania, intorno al 970 descrive la città come il polo attorno al quale è organizzato il commercio della regione, e che rende questo impero «il più ricco del mondo grazie all’oro».

 

 

A partire dal 1039 le tribù musulmane berbere del sud del Sahara, sotto l’autorità del capo dei Sanhaja, Jodola Yahyà Ibn Ibrâhîm, e del faqîh marocchino ‘Abdallâh Ibn Yâsîn, lanciarono il jihâd nell’Africa occidentale seguendo gli assi del commercio transahariano. A partire dal 1076 esse assunsero il controllo della parte settentrionale dell’antico regno del Ghana, incorporata all’Impero della nuova dinastia almoravide che si estendeva dal Sahara occidentale alla parte occidentale del Maghreb e inglobava anche una parte della penisola iberica. Ciò causò il progressivo declino del Ghana e la nascita di un nuovo Impero che avrebbe affascinato per molti secoli le potenze straniere: l’Impero del Mali.

 

 

Un re di nome Sun Dyata Keita (ca. 1217-ca.1255), a cui sono collegati una moltitudine di fatti leggendari, fondò infatti nel primo quarto del XIII secolo l’Impero del Mali, un regno potente che avrebbe raggiunto il suo apogeo nel XIV secolo, inglobando i territori degli attuali Senegal, Gambia, nord della Guinea, sud della Mauritania e la quasi totalità del Mali. Furono essenzialmente l’esportazione dell’oro ma anche dell’avorio, di schiavi o di piume di struzzo ad assicurare la prosperità dell’Impero. L’Islam sunnita, esportato dalla conquista almoravide, penetrò gradualmente nell’Impero attraverso la conversione di numerosi imperatori, ma fu anche facilitato dal commercio e dagli spostamenti continui delle popolazioni magrebine e africane. Tuttavia, nelle masse popolari, le tradizioni locali animiste si mischiarono a questo Islam maghrebino dando vita, contrariamente all’Islam purificato dell’élite, a una forma composita che persiste fino ai nostri giorni. La città di Timbuctu svolse un ruolo importante nella penetrazione dell’Islam nell’Africa occidentale perché fu la prima ad essere islamizzata nel XII secolo a causa della sua posizione geografica, crocevia delle vie commerciali e delle ricchezze che possedeva.

 

 

Tuttavia fu soltanto nel XV e XVI secolo, con l’avvento dell’Impero Songhai e sotto la dinastia degli Askia (1493-1591) che la città assurse a polo economico, culturale e religioso dell’Africa occidentale. Nella sua Descrizione dell’Africa, il viaggiatore Leone l’Africano, che l’aveva visitata nel 1513, ne fa l’elogio e riferisce della ricchezza della popolazione, della prosperità del commercio e del suo prestigio culturale, scientifico e religioso. Furono infatti edificate molte moschee, le più importanti delle quali erano quella di Djingareyber (1325), quella di Sankoré (XIV secolo) e quella di Sidi Yahia (1400), che attiravano eruditi, studiosi e pellegrini da tutta l’Africa del Nord. La moschea di Sankoré, dotata di una scuola, divenne rapidamente un luogo d’insegnamento prestigioso, mentre venivano costruite altre circa 180 scuole che contribuirono a fare di Timbuctu un grande centro scientifico dell’Islam.

 

 

Questi monumenti erano costruiti in mattoni crudi ricoperti di terra, chiamati banco, sostenuti da un’impalcatura in legno. L’architettura religiosa tipica dell’Africa occidentale era allora caratterizzata da tetti piatti poco elevati e da minareti a base quadrata che si restringono verso la sommità. Oltre alle moschee furono edificati numerosi mausolei nei quali erano inumati i santi più importanti della città che, secondo le credenze popolari, proteggevano la popolazione dai pericoli. Ciò valse a Timbuctu il titolo di “città dei 333 santi”.

 

 

Sempre nel XV secolo conobbe il suo apogeo la città di Gao, diventata la capitale amministrativa dell’Impero di Songhai. L’Islam vi fu adottato come religione ufficiale dopo il ritorno di uno degli imperatori, Askia Mohamed (1443-1528), dal pellegrinaggio a Mecca. Fu questo stesso imperatore a edificare nel 1495 un ampio complesso costituito da una moschea e alcune necropoli sulle quali ritorneremo in seguito. Questo Impero declinò a causa delle lotte di successione e soprattutto della conquista da parte degli eserciti saadiani provenienti dal Marocco, che marciarono su Gao nell’aprile del 1591.

 

Seguirono altri regni di minore importanza fino alla penetrazione coloniale francese, iniziata alla fine del XIX secolo, che fece del territorio il Sudan francese, il quale sarebbe poi diventato il Mali con l’indipedenza del 1960.

 

 

Alle origini del conflitto attuale

 

 

Gli avvenimenti che si sono prodotti a partire da gennaio 2012 traggono origine da un conflitto che dura dalla metà del XX secolo e che vede contrapposti i Tuareg – i quali aspirano all’autonomia – e le autorità del Mali. I Tuareg sono berberi e contano una popolazione di circa 1,5 milioni suddivisa tra Libia, Algeria, Niger, Burkina Faso e Mali. Circa 550.000 tuareg risiederebbero in Mali, concentrati principalmente nell’Azawad, un territorio desertico situato nel nord del Paese le cui città principali sono Timbuctu, Gao e Kidal.

 

 

All’indomani del ritiro dei francesi dall’Africa occidentale nel 1960, si pose per i Tuareg la questione della loro autonomia. I ribelli, che formarono il Movimento Popolare dell’Azawad, condussero una serie di rivolte, la più significativa delle quali rimane quella dei primi anni ’90. In un primo tempo essa fu duramente repressa dall’esercito del Mali, causando 300 morti. In seguito, tra il 1991 e il 1996, furono sottoscritti molti accordi di pace tra i rappresentanti dei fronti armati dell’Azawad e il governo, senza però che si riuscisse a impedire altre insurrezioni che tra il 1990 e il 1994 causarono circa un migliaio di morti. Tuttavia, nel marzo del 1996 fu sottoscritto un accordo di pace a Timbuctu in occasione del quale fu organizzata una cerimonia simbolica chiamata la “Fiamma della pace”. Quindici anni dopo, nell’ottobre 2011, gruppi Tuareg precedentemente separati si uniscono e formano una nuova organizzazione politica e militare, il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) che non avrebbe tardato a riprendere la lotta.

 

 

La svolta violenta del 2012

 

 

Il conflitto scoppiato nel 2012 s’inscrive dunque in questa serie d’insurrezioni e segna l’inizio di un nuovo capitolo di disordini nel Paese. I Tuareg locali, raggiunti da altri Tuareg tornati in Mali dalla Libia in seguito alla caduta di Muammar Gheddafi, a partire dal 18 gennaio lanciano una contro-offensiva contro i campi militari nel nord e nell’est del Paese.

 

 

Ma questa volta si aggiunge alla lotta un nuovo gruppo, dagli obiettivi differenti, portando alla paralisi del conflitto. Si tratta del gruppo armato Ansâr el-Dîn (“Difensori della religione”) creato nel dicembre del 2011 e diretto da ‘Iyad Ag Ghaly, un ex combattente Tuareg delle rivolte degli anni ’90 la cui ambizione principale è imporre la sharî‘a in tutto il Paese.

 

 

Di fronte all’incapacità del Presidente Amadou Toumani Touré di arginare quest’insurrezione, il 22 marzo 2012 l’esercito decide di destituirlo aprendo un periodo d’instabilità nel Paese a tutto vantaggio dei gruppi armati. Questi ultimi assumono progressivamente il controllo delle città del nord, Timbuctu, Kidal e Gao e il 6 aprile 2012 proclamano l’indipendenza. Tuttavia nelle città in questione la situazione assume risvolti più complessi, perché all’insurrezione si uniscono altri gruppi islamisti – al-Qaida del Maghreb islamico (AQMI) e il Movimento per l’Unicità e il Jihâd nell’Africa occidentale (MUJAO) – dalle tendenze religiose radicali e violente. Essi s’imporranno molto velocemente sul MNLA, confiscando in questo modo la rivolta Tuareg per imporre un Islam rigorista.

 

 

Da quando sono cadute nelle mani dei ribelli e degli islamisti, le città del Mali settentrionale stanno vivendo una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi cinquanta anni. Secondo il rapporto dell’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), l’instabilità e l’insicurezza legati agli scontri avrebbero causato l’esodo di circa 435.000 persone. La città di Gao, per esempio, abbandonata dalle forze armate, a partire dal 31 marzo è stata gravemente saccheggiata e razziata e soffre per la carenza d’acqua, di cibo e di elettricità.

 

Il rischio è ancora più grave per la comunità cristiana che ha visto distruggere la chiesa della città e la sede della missione Caritas e ha dovuto fuggire in massa dalla città.

 

 

Le popolazioni che non hanno potuto altrettanto si sono ritrovate intrappolate tra gli islamisti che rifiutavano gli aiuti umanitari e i responsabili di Bamako che non hanno saputo soccorrere gli abitanti terrorizzati dalla presenza degli islamisti. La situazione è simile a Timbuctu e Kidal dove l’approvvigionamento di acqua potabile è fortemente perturbato mentre le popolazioni sono fuggite in massa dall’insicurezza dilagante.

 

 

Il patrimonio minacciato

 

 

Oltre alla crisi umanitaria provocata da questo conflitto, il patrimonio materiale del nord del Paese ha subito danni rilevanti, in particolare nella città di Timbuctu. Dal 23 maggio 2012 gli islamisti di Ansâr al-Dîn e di AQMI hanno avviato la distruzione di numerosi monumenti che testimoniavano il passato medievale della città. Le azioni intraprese dai salafiti di Ansâr al-Dîn trovano spiegazione nella loro interpretazione fondamentalista dell’Islam. Infatti la via religiosa adottata da questi gruppi islamisti s’inscrive nella tradizione della corrente wahabita, nata in Arabia Saudita alla fine del XVIII secolo. Tra i principi di questo movimento, vi è la proibizione di manifestare qualunque forma di devozione che non sia esclusivamente rivolta a Dio e che può essere considerata una forma di associazionismo (shirk). Nel 1925 i wahhabiti avevano messo in atto la distruzione delle tombe dei membri della famiglia del Profeta Muhammad che, fino a quel momento, venivano visitate dai fedeli durante il pellegrinaggio annuale a Mecca e Medina, rendendole oggetto di un vero e proprio culto.

 

 

Per le stesse ragioni, sette dei sedici mausolei di santi venerati a Timbuctu, che erano meta di pellegrinaggio dei fedeli, hanno subito nel corso del 2012 la stessa sorte. Il 4 maggio il mausoleo di uno dei massimi eruditi della città, Shaykh Sid Mahmoud Ben Ammar (1463-1548), è stato profanato dai membri di Ansâr el-Dîn.

 

 

L’UNESCO, pur incapace d’intervenire, il 29 giugno ha tuttavia inserito Timbuctu nella lista delle città il cui patrimonio si trova in pericolo. Questa decisione non ha fermato gli islamisti che, non riconoscendo il valore religioso e storico di questi monumenti, hanno continuato a distruggere i mausolei in maniera frenetica. La tomba di Shaykh Sid Mahmou Ben Ammar è stata totalmente distrutta il 30 giugno e altri sei mausolei hanno subito la stessa sorte tra l’1 e il 2 luglio.

 

 

Il 2 luglio una delle porte della moschea di Sidi Yahia, che fa parte insieme alle moschee di Sankoré e di Djingareyber della lista del patrimonio dell’UNESCO, è stata distrutta a colpi di ascia. Questa moschea era stata edificata nel 1400 dal marabutto al-Mokhtar Hamallah per accogliere un santo il cui arrivo gli era stato annunciato in sogno. Quarant’anni più tardi, Sidi Yahya al-Andalusi attraversò il deserto e arrivò nella città, diventando il primo imam della moschea che da quel momento portò il suo nome. Essa fu dotata di una madrasa (scuola religiosa) e in seguito divenne luogo d’inumazione di diversi imam. Secondo alcune credenze locali, l’apertura di questa porta sacra, chiusa da molti anni, annuncerebbe anni di disgrazie. Questo spiega l’indignazione degli abitanti di Timbuctu.

 

 

Allo stesso modo, due mausolei annessi alla parte occidentale del muro esterno della moschea di Djingareyber sono stati distrutti integralmente il 10 luglio, mentre i combattenti di al-Ansâr el-Dîn promettono di distruggere tutti gli altri mausolei della regione, suscitando ancora una volta la disperazione dei fedeli.

 

 

A Gao, anch’essa inserita nella lista del patrimonio mondiale in pericolo dell’UNESCO, sono forti le preoccupazioni. C’è infatti il rischio che una delle vestigia più importanti della città, la tomba degli Askia, subisca a sua volta dei danni. Edificata nel 1495 dall’imperatore del Songhai, Askia Mohamed, quando Gao era diventata la capitale dell’Impero, questa tomba comprende un’alta struttura piramidale, due moschee, delle necropoli e un’ampia spianata di pietra bianca. Questi monumenti rappresentano al meglio lo stile architettonico islamico sudano-saheliano, con l’utilizzo del mattone crudo, del rivestimento di terra e delle impalcature in legno, al quale si mescolano le influenze architettoniche provenienti dall’Africa del Nord.

 

 

Il patrimonio architettonico non è l’unico a subire le gravi conseguenze di questo conflitto. Anche i manoscritti si trovano a dover affrontare la minaccia islamista. Come abbiamo accennato precedentemente, Timbuctu è stata un rinomato centro d’insegnamento fino alla fine del XVI secolo. Nel 1973 il governo del Mali, con l’aiuto dell’UNESCO e il finanziamento del Kuwait, ha fondato una biblioteca pubblica, il Centro di Alti Studi e Ricerche Islamiche Ahmed Baba (dal nome di un dotto di Timbuctu nato nel 1556 e morto nel 1627) la cui missione sarebbe la raccolta, la catalogazione, la digitalizzazione, la conservazione e il restauro dei manoscritti del Mali in lingua araba e nelle lingue africane, mettendoli in questo modo a disposizione dei ricercatori. Esso riunisce oltre 40.000 manoscritti, la maggior parte dei quali provenienti da collezioni private diffuse in tutto il territorio del Mali. Queste opere coprono un periodo che va dal XII secolo all’inizio del XX e trattano di varie discipline quali la religione (Corano, hadîth, tafsîr, manuali sulle pratiche di devozione…), le scienze (matematiche, l’astronomia…), la storia, la letteratura o la poesia.

 

Dal momento in cui si sono presentate le minacce di distruzione del patrimonio di Timbuctu, gli impiegati dell’Istituto, temendo il furto di queste preziose copie, ne hanno trasferite molte in un posto sicuro con l’aiuto di semplici cittadini.

 

 

Tuttavia, secondo Saadou Traoré, ricercatore maliano dell’Istituto Ahmed Baba, i manoscritti sono in grave pericolo e rischiano molto probabilmente di essere distrutti dagli islamisti, in particolare i manoscritti che questi ultimi considerano eretici, come quelli sul dhikr (“formula devozionale”) in onore del Profeta, i testi dal contenuto magico o le opere scientifiche che allontanerebbero i fedeli dal Testo sacro. Le preoccupazioni di Saadou Traoré, egli stesso fuggito dalla città, sono del tutto giustificate dato che il Centro è ormai controllato dai ribelli che minacciano ogni giorno di distruggere le opere che esso conserva.

 

 

Né i tentativi delle autorità del Mali ancora indebolite dal colpo di Stato del marzo 2012 né quelli della Corte penale internazionale hanno potuto convincere le forze jihadiste a cessare la loro lotta pericolosa e devastatrice non solo per le popolazioni del Mali del Nord ma anche per il patrimonio ancestrale che testimonia la storia antica del Paese.

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