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Medio Oriente e Africa

Se l’«infelicità» araba scuote l’Europa e l’America

Scenari geopolitici. Le insurrezioni arabe, con la loro inedita domanda politica di libertà, incalzano l’Occidente ad assumere una nuova posizione verso i Paesi a Sud del Mediterraneo. Sembra infatti che dopo decenni i destini delle due sponde siano tornati a convergere.  

Gli eventi che nell’ultimo anno hanno scosso il mondo arabo sono senza dubbio straordinari. Si potrebbe parlare di un “risveglio”, se il termine non fosse stato fin troppo abusato proprio con riferimento al mondo arabo e islamico, venendo spesso associato a fenomeni di rinascita culturale e di fermento politico tesi a marcare la differenza rispetto all’Occidente. Ma se c’è una cosa che colpisce è la novità nella posizione rispetto all’“altro” che questi eventi fanno registrare. L’Occidente è stato per molti aspetti estraneo alla prospettiva delle piazze arabe, come ispiratore o alleato, ma anche come bersaglio polemico. La grande rivolta araba del 2011 è innanzitutto una rivolta contro i propri governanti, contro i propri regimi, contro i propri despoti, riconosciuti come la fonte primaria di quell’“infelicità araba” tanto amaramente e magistralmente descritta dal compianto Samir Kassir.

 

 

L’Occidente è dunque stato per lunghissimo tempo semplicemente assente. Assente nella prospettiva di chi sapeva di non poter aspettarsi nulla da parte occidentale. Ma assente anche per la paralisi che ha colto i governi occidentali, indecisi se continuare ad appoggiare il fragile e precario ordine del passato o accettare che quest’ordine potesse andare in frantumi traendone le debite conseguenze. Inutile farsi ingannare dai discorsi ben educati e politicamente corretti. La reazione immediata dei governi occidentali ha rispecchiato quella delle opinioni pubbliche, sintetizzabile in una semplice domanda: «Che cosa succederà a noi in conseguenza delle loro rivoluzioni?».

 

 

La spinta delle rivolte arabe ha cioè, in un primo, lungo momento, accentuato l’idea di separatezza di destino, di cultura tra le due sponde del Mediterraneo, esasperando quel gioco a somma zero che viene ancora impiegato come chiave di lettura privilegiata del fenomeno migratorio. La rivoluzione egiziana ha rappresentato lo spartiacque tra un atteggiamento di attonita sorpresa e quello finalmente reattivo che ha caratterizzato le politiche occidentali. Sicuramente si ricorderà come l’ammi¬ni¬strazione americana si sia trovata a dover rielaborare in corsa non la propria strategia ma, molto più banalmente, il proprio giudizio sugli eventi di cui era testimone. Nel suo Discorso sullo stato dell’Unione, il presidente Barack Obama rendeva pubblico onore ai «combattenti tunisini per la libertà», ma non menzionava gli egiziani che da settimane manifestavano pacificamente al Cairo contro il potere del presidente Mubarak. Sarebbe stato un imbarazzato portavoce della Casa Bianca a dover emendare il discorso del suo Presidente, precisando che il sostegno degli USA andava anche ai dimostranti egiziani. In poche settimane, l’amministrazione americana era passata dal «pieno sostegno al presidente egiziano», all’invito «a non eccedere nell’uso della forza nei confronti dei manifestanti», all’«auspicio che si aprisse un dialogo e si inaugurasse una stagione di riforme», all’invito esplicito a Mubarak «a farsi da parte».

 

 

La rapida evoluzione della posizione americana rispetto al suo principale alleato nel mondo arabo – secondo per importanza nella regione solo a Israele, e secondo a Israele anche nella classifica assoluta dei ricettori di aiuti economici americani, con 60 bilioni di dollari nell’ultimo anno – segnalava anche un altro fatto, che avrebbe assunto maggior rilevanza di lì a poco, con lo scoppiare della crisi libica: ovvero il passaggio graduale da una politica orientata all’impiego del soft power (la comunicazione, l’invito al dialogo) a una più imperniata sull’hard power (la minaccia di sospendere gli aiuti economici se l’esercito non avesse provveduto a convincere Mubarak a farsi da parte). Più in generale, proprio in terra egiziana, l’amministrazione americana doveva fare in poco più di un anno un vero e proprio bagno di umiltà, passando dai toni ispirati del Discorso del Cairo alla più tradizionale e brutale forma di pressione sulla leadership militare.

 

 

Da un punto di vista americano – e più in generale occidentale – la preoccupazione di vedere venir meno il regime che ha garantito la tenuta della fragile tregua arabo-israeliana è ovvia. Guardando le cose in prospettiva storica, occorre considerare che il provvisorio ordine mediorientale (di fatto risalente agli anni ’20 del secolo scorso) ha dimostrato una cronica instabilità e contemporaneamente una pervicace collosità. Entropia e omeostasi sono state le sue due caratteristiche peculiari: la qualità del suo ordine è andata via via peggiorando nel corso dei decenni, ma allo stesso tempo esso ha dimostrato una capacità di riassestarsi dopo ogni crisi, sia pure sempre grazie all’intervento di grandi potenze esterne alla regione. In quest’ottica l’Egitto ha rappresentato uno dei punti di appoggio dell’egemonia americana nella regione, insieme a Israele e in sostituzione di quell’Iran che fino al 1978 era l’altro alleato americano per antonomasia. Non solo. L’Egitto costituisce anche il Paese la cui classe dirigente decise, nel 1978 con gli accordi di Camp David, di affermare la propria leadership nel mondo arabo non più attraverso la guerra contro Israele, ma attraverso la ricerca della pace. La coraggiosa scelta dell’allora presidente Sadat (scelta che pagò con la vita) collocava l’Egitto ai margini della comunità araba fintantoché una pace giusta e complessiva non fosse stata raggiunta, anche con la creazione di uno Stato palestinese. Come tutti sappiamo, le cose non sono andate in questa direzione e, in termini di riaffermazione della leadership egiziana sul mondo arabo, l’investimento non ha ancora pagato.

 

 

Come Cambia la Domanda Politica

 

 

Al di là degli esiti immediati, tuttavia, la richiesta di libertà che si affaccia dai Paesi arabi è il primo segnale positivo che giunge dalla regione negli ultimi vent’anni. Esso ribalta una tendenza alla divergenza tra Nord e Sud del Mediterraneo che aveva rappresentato l’elemento costante degli ultimi due decenni. I semi che queste rivoluzioni spargono nell’area sono destinati a mettere radici e a germogliare, sia pure non necessariamente in un tempo rapido, e hanno già cambiato la struttura della domanda politica. Questa domanda si articola in richieste di libertà, dignità, eguaglianza nelle opportunità economiche e fine della corruzione: tutte richieste che si ispirano a valori compatibili con quelli della domanda politica del Nord, ancorata a valori non antagonisti o programmaticamente divergenti rispetto a quelli della modernità politica che caratterizza l’Occidente.

 

 

L’assenza di manifestazioni antioccidentali suggerisce proprio che la domanda politica cerchi interlocutori e anche bersagli interni e rifugga dal ricorrente uso strumentale del nemico esterno come comodo paravento rispetto alle responsabilità delle élite politiche autoctone. Evidentemente la possibilità che la protesta sia dirottata verso (o saldata con) altri più cronici motivi dell’infelicità araba (il conflitto arabo-israeliano, il rancore verso l’Occidente colonialista e neocolonialista) esiste sempre, tanto più se l’atteggiamento dei governi occidentali sarà orientato a rimarcare la separatezza (noi/loro) tra i due mondi che si affacciano sul Mediterraneo. Ma è importante sottolineare come al momento questa operazione, che pure alcuni attori stanno tentando di attuare (la Siria, l’Iran), non sembra incontrare successo.

 

 

Occorre infine precisare che alle importanti novità che si possono riscontrare sul versante della domanda politica – posta in essere da decine di milioni di soggetti nei cui confronti il lungo tentativo occidentale di esercitare una qualche forma di influenza attraverso gli strumenti del soft power era risultato fallimentare – non ha fatto finora riscontro un’adeguata risposta in termini di offerta politica. Le transizioni di regime in corso, per non parlare dei casi di resistenza violenta e repressione attuata da alcuni di essi, sono ancora alla loro fase iniziale e potrebbero non sfociare nell’instaurazione e nel successivo consolidamento di effettive democrazie.

 

 

A partire dalla presa d’atto di questa inversione di tendenza – dalla divergenza alla convergenza – credo sia possibile comprendere meglio la decisione occidentale d’intervenire a sostegno della rivoluzione libica.Si è trattato, com’è del tutto evidente, di una scelta carica di conseguenze drammatiche. Fortemente patrocinata dalla Francia e dalla Gran Bretagna, sostenuta poi dagli Stati Uniti e infine da molti altri Paesi europei, tra cui l’Italia, l’iniziativa militare alleata in Libia ha costituito la misura più evidente del nuovo protagonismo occidentale dopo lunghi mesi di stallo e incertezza. Giova ricordare che questa missione ha preso avvio dopo un passo formale in tal senso da parte della Lega araba e dopo l’approvazione della Risoluzione 1973 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La richiesta dell’instaurazione di una no-fly zone autorizzava l’uso della forza, fino al limite invalicabile dell’occupazione (ma non di un’eventuale azione di terra), per impedire che il colonnello Gheddafi impiegasse il proprio arsenale bellico a danno della popolazione civile in rivolta, soprattutto nella Cirenaica e solo in parte nel Fezzan e in Tripolitania. La conduzione delle operazioni aeree, dopo una prima partecipazione degli Stati Uniti e non senza significative frizioni tra gli alleati, ha visto il progressivo passaggio della regia in ambito NATO, con il sostanziale defilarsi americano in quanto a impegno militare diretto.

 

 

L’intervento militare può essere spiegato alla luce del desiderio occidentale di non far passare l’idea che ciò che avviene a Sud del Mediterraneo debba essere giudicato con standard opposti a quelli riservati a quanto accade sulla sponda settentrionale. La preoccupazione più importante che ha mosso gli alleati (accanto ad altre diverse da Paese a Paese e non tutte necessariamente “nobili”) è stata quella di non accreditare l’idea che mentre il massacro indiscriminato di civili in Europa (Kosovo, Bosnia) provoca l’indignazione delle opinioni pubbliche e costringe a un intervento militare (seppur tardivo), ciò che riguarda gli arabi non ha la medesima rilevanza e non provoca le stesse reazioni. Restare con le mani in mano avrebbe significato rifiutare di cogliere l’opportunità offerta dalla “convergenza nella domanda politica araba”, ovvero ribadire che un comune spazio politico mediterraneo non esiste e non deve neppure essere costruito.

 

 

un Solo Spazio Politico Mediterraneo

 

 

La realtà è molto diversa. Come attestano proprio le impennate nei flussi migratori successive alle rivoluzioni in Tunisia e Libia, quello del Mediterraneo è già uno spazio politico comune, fatto di interdipendenze diffuse, benché caratterizzato da vulnerabilità e sensibilità asimmetriche. In questa fase, per quanto doloroso possa apparire, l’intervento militare ha significato il riconoscimento dell’esistenza di questo spazio comune, e il rifiuto di voltare la testa dall’altra parte. In termini di sicurezza collettiva ha voluto indicare che l’utilizzo della forza per far valere le proprie “ragioni” contro quelle del proprio popolo non paga, a maggior ragione quando la forza è impiegata con tanta sregolatezza. Dal punto di vista del calcolo politico a lungo termine ha implicato la volontà di togliere legna al fuoco fondamentalista e alla sua retorica, evitando di avallare l’idea secondo la quale per gli occidentali le vite degli arabi e i loro diritti non valgono come quelli degli altri. Questo complesso di ragioni ha fatto sì che tra la possibilità di non intervenire e lasciare che Gheddafi completasse la repressione della rivolta o intervenire per impedire militarmente il successo del colonnello, si sia scelta la seconda opzione. Con tutta evidenza, una volta venute meno le ragioni di emergenza che hanno costretto a scegliere la via delle armi, l’Occidente dovrà saper mantenere aperto e unito il comune spazio politico mediterraneo attraverso politiche diverse da quelle militari.

 

 

Si tratta di un enorme sforzo volto a cercare di istituzionalizzare lo spazio politico mediterraneo, tanto più che proprio le sue carenze istituzionali sono state spesso prese a pretesto per negarne l’esistenza. Invece, l’interdipendenza politica, economica, sociale, culturale e umana esiste, a prescindere dall’incapacità di realizzare istituzioni che consentano la gestione dei problemi comuni. Non sfugge che il Nord e il Sud del Mediterraneo presentano differenze estremamente significative. L’Europa è una delle regioni politicamente ed economicamente più integrate e più ricche di istituzioni consolidate, dove la violenza è espunta dal circuito politico. Il mondo arabo invece presenta ancora un livello molto basso di integrazione regionale, una scarsa solidità istituzionale e una violenza politica ancora molto elevata. Si tratta di caratteristiche il cui perdurare è stato favorito dal carattere neo-patrimoniale assunto da molti Stati della regione, e dalla dimensione autoritaria e non democratica dei loro regimi.

 

 

Al di là delle differenti vesti istituzionali assunte dai diversi Stati, infatti, essi sono tutti accomunati da una caratteristica: l’accesso in condizioni di eguaglianza al circuito economico è possibile solo a condizione di avere accesso in condizioni privilegiate al circuito politico. Ragion per cui, per poter aprire una bancarella al mercato occorre pagare il pizzo al poliziotto. In maniera molto semplice possiamo dire che in simili regimi, chi governa il Paese “possiede” il Paese. Questa distorsione perversa della logica del mercato ha fatto sì che le tensioni sociali venissero costrette con la forza in un contenitore a pressione privo di valvole di sfogo che non fossero quelle dell’emigrazione clandestina. Non è un caso che le liberalizzazioni fittizie degli ultimi anni (che hanno reso molto più difficili le politiche di sostentamento sussidiato dei consumi essenziali per le fasce più povere della popolazione) unite alla maggior efficacia delle politiche anti-immigrazione degli Stati europei abbiano contribuito a portare la tensione a un livello di guardia. Il punto è che qualunque spostamento verso una possibile democratizzazione e liberalizzazione di queste realtà politiche rappresenta la premessa necessaria affinché un’istituzionalizzazione comune dello spazio politico mediterraneo possa essere tentata con successo.

 

 

l’Europa in Ritardo

 

 

Paradossalmente, della rilevanza strategica di un simile passaggio sono apparsi finora più consapevoli gli Stati Uniti che l’Europa, all’interno della quale il ritardo della Germania appare estremamente preoccupante e forse decisivo per far naufragare ancora una volta una politica europea per il Mediterraneo di ampio respiro. La Germania della Cancelliera Merkel sembra infatti ancora incline a ritenere che l’Unione sia una costruzione politica paragonabile a una casa senza affacci sul Mar Mediterraneo. Quello che preoccupa nell’astensione tedesca sulla Risoluzione 1973 non è la nota ritrosia di Berlino a partecipare a missioni militari internazionali che prevedano d’impiegare attivamente la forza, quanto il rifiuto politico di prendere atto che le sfide maggiori per la sicurezza e per lo sviluppo europeo vengono sempre più dal Mediterraneo e dal Medio Oriente. Per cui un’Unione che sappia solo guardare a Est (la Russia, la Cina) o a Ovest (gli USA), ma non a Sud, un’Unione cioè priva di una visione e di un disegno strategico per il Mediterraneo è destinata a fare poca strada, se non ad arretrare.

 

 

D’altra parte è stato questo il rischio che l’Unione ha corso nella brutta vicenda dell’immigrazione legata alle rivolte arabe. Uno spettacolo per nulla decoroso dal punto di vista umano, ma addirittura autolesionistico in termini politici, con i Paesi europei pronti a sospendere la validità di Schengen o a inventare improbabili escamotage pur di scaricare l’uno sull’altro “il fardello” rappresentato da un’umanità dolente e bisognosa di aiuto. È preoccupante constatare come al crescere del peso economico della Germania nel continente e a fronte del suo attivismo commerciale senza precedenti (si vedano le iniziative tedesche in Russia, Cina e Sudafrica) corrisponda un atteggiamento quasi neoisolazionista rispetto al Mediterraneo, tanto più che il governo di Berlino continua a rivendicare un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

 

 

L’iniziativa di una sorta di “Piano Marshall per il mondo arabo” lanciata durante l’ultimo G8 dal Presidente americano, secondo una logica premiale tesa a favorire la transizione democratica nei Paesi interessati dalle rivoluzioni del 2011, costituisce un elemento importante del nuovo attivismo americano di fronte al mondo arabo. In tempi in cui all’interno dello stesso Occidente si riaffacciano ansie e timori che talvolta assumono i toni della xenofobia, l’America di Obama sembra volerci ricordare che l’apertura, la ricerca di condivisione e l’abbandono di ogni pretesa e insostenibile superiorità sul mondo è ciò che ha permesso all’Occidente di costruire quell’insieme di regole, istituzioni e principi all’interno dei quali altri Paesi hanno potuto crescere e svilupparsi.

 

 

Guardando alla straordinaria primavera araba, non è allora sufficiente renderle un omaggio di maniera o farsi imprigionare dai rischi che essa pure comporta(e sui quali deve essere esercitata la più attenta osservazione), ma occorre almeno provare a considerare che, magari attraverso un percorso destinato a durare decenni, tra alti e bassi, essa getta le premesse per un reale cambiamento. C’è davvero qualcosa di epocale in questa Grande Rivolta araba del 2011, che la avvicina alle rivoluzioni all’origine della libertà politica occidentale del 1688, del 1776 e del 1789, perché ci rammenta che l’aspirazione alla libertà e alla dignità è un afflato comune a ogni essere umano e presente in ogni cultura. Ed è precisa responsabilità dell’Occidente, per il ruolo di leadership che ancora mantiene nel sistema internazionale, contribuire alla protezione dei semi di libertà che le rivoluzioni arabe stanno spandendo, affinché possano diventare germogli di un mondo migliore perché più libero.

 

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