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Medio Oriente e Africa

Se la spinta alla normalizzazione con Israele arriva dalla Mecca

Alī ‘Abd al-Rahmān al-Sudays, imam della Grande Moschea di Mecca

L’accordo raggiunto tra Israele, Bahrein ed Emirati scatena la polemica tra esponenti religiosi e intellettuali del mondo arabo. Che, come spesso accade, si dividono secondo faglie geopolitiche

Ultimo aggiornamento: 22/09/2020 14:03:21

L’accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Bahrein da un lato e Israele dall’altro ha scatenato in tutto il mondo arabo una miriade di reazioni. I detrattori dell’accordo accusano di tradimento le autorità arabe, mentre i sostenitori tessono le lodi di una leadership perspicace che negli ultimi anni ha saputo conquistarsi un ruolo geopolitico di primo piano.

 

C’è chi ritiene che la normalizzazione delle relazioni sia semplicemente l’atto conclusivo di un processo iniziato tempo fa, visto che Tel Aviv aveva relazioni diplomatiche e commerciali con gli Emirati e il Bahrein anche prima dell’accordo, e che dunque la vicenda non meriti tutta l’amarezza e lo sdegno espressi da molti detrattori. Altri invece considerano l’accordo un atto di tradimento nei confronti dei palestinesi, che così vedono sfumare il loro diritto a vedersi riconosciuto uno Stato.

 

In generale, le reazioni riflettono la frattura geopolitica che divide i Paesi filo-islamisti da quelli che prediligono altre forme di regime autoritario. Questa dinamica peraltro è messa in luce anche da alcuni intellettuali arabi.

 

Due giorni dopo l’annuncio dell’accordo con gli Emirati, ‘Abd al-Rahmān al-Rāshid – ex capo redattore del quotidiano filo-saudita al-Sharq al-Awsat – scriveva sulla stessa testata che su 193 Paesi che formano le Nazioni Unite ben 163 hanno riconosciuto Israele, notando come «sia sufficiente leggere questi numeri per capire che ciò che è accaduto [l’accordo] non è una questione foriera di pericoli nonostante ciò che si dice». Nel tentativo di ridimensionare la portata dell’evento il giornalista saudita ricorda che l’atto emiratino arriva dopo 27 anni dall’Accordo di Oslo e la “Dichiarazione dei principi”, firmata dall’allora Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e dall’ex leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) Yasser Arafat, e dopo 40 anni dall’arrivo del primo ambasciatore egiziano a Tel Aviv. Considerando inoltre che la storia delle relazioni diplomatiche, commerciali e sportive arabo-ebraiche è ricca e non si è mai interrotta, al-Rāshid ritiene che «gli attacchi e le critiche lanciate dal Qatar e da alcune personalità palestinesi riflettano il disaccordo nelle relazioni intra-arabe e non abbiano nulla a che vedere con la mossa diplomatica con Israele». Il giornalista solleva i Paesi arabi da qualsiasi responsabilità nei confronti della Palestina considerando il conflitto israelo-palestinese una questione di competenza esclusivamente palestinese: «La tutela esercitata dai Paesi arabi sulla causa palestinese è terminata mezzo secolo fa su decisione della Lega araba. Oggi la decisione spetta ai palestinesi, non ai qatarini né ai siriani, né agli iraniani e neppure ai sauditi». L’autore difende la libertà di poter riconoscere o meno Israele quale diritto di ogni Paese sovrano di decidere come impostare i propri rapporti diplomatici nell’interesse ultimo della nazione e senza dover subire l’ingerenza degli altri Stati o le pressioni in nome di uno spirito pan-arabo. Peraltro, è proprio il principio dell’«interesse nazionale» ad aver fatto la differenza nel 1996, quando il Qatar decise di aprire le porte a Israele accogliendo Shimon Peres a Doha. In quel caso la mossa era stata dettata da ragioni di realpolitik, spiega al-Rāshid: tre mesi prima Hamad bin Khalifa aveva deposto il padre prendendo lui stesso le redini del potere. Il motivo dell’avvicinamento a Israele era perciò consolidare la sua leadership. «La verità – minimizza l’autore – è che gli arabi hanno superato la fase dei rapporti con Israele. Ormai non è più uno shock, ma una vecchia e noiosa storia. Gli israeliani sono atterrati in tutti gli aeroporti delle capitali arabe, dove sono stati accolti ufficialmente come diplomatici, atleti, addetti alla sicurezza e ai media».

 

Sempre su al-Sharq al-Awsat, al-Rāshid rivolge una critica ai politici di Ramallah, che «trascorrono i giorni, i mesi e gli anni seduti sul divano a guardare la tv. […] Perché non propongono un progetto di sviluppo alternativo per milioni di palestinesi caduti nell’oblio, dentro e fuori i territori occupati, invece di trascorrere il tempo a lamentarsi e criticare?»

 

Similmente scrive ‘Abdulkhaleq ‘Abdullah, noto politologo emiratino e consigliere del principe ereditario di Abu Dhabi, che in un tweet, commentando il rifiuto della Lega Araba di approvare la risoluzione di condanna dell’accordo tra Emirati e Israele proposta dall’Autorità palestinese, definisce la leadership palestinese «indolente e corrotta, preoccupata soltanto di restare al potere anziché liberare la Palestina».

 

Nel mirino del politologo libanese Nidal Sabeh c’è invece «Hamas, che non può tacere sulla normalizzazione del Qatar nel 1996 e sulla normalizzazione turca del 1949, e oggi critica gli Emirati Arabi Uniti, perché la normalizzazione è la normalizzazione, e non ne esiste una lecita e una illecita. La questione palestinese è più importante dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani, degli interessi e delle alleanze».

 

Il Consiglio degli Emirati per la Fatwa, presieduto dallo shaykh mauritano Bin Bayyah, ha elogiato «lo sforzo e il passo positivo compiuti dalla leadership di Abu Dhabi, che ha portato alla sospensione dell’annessione dei territori palestinesi da parte israeliana». Questo accordo «va ad aggiungersi al lungo elenco di azioni intraprese dallo Stato a sostegno delle cause arabe e islamiche, in primis la causa palestinese, e i suoi sforzi continui per la riconciliazione e la diffusione della pace in tutto il mondo».

 

A inizio settembre, il quotidiano pro-governativo al-Riyadh titolava “Il re a Trump: aspiriamo a una soluzione giusta e duratura alla questione palestinese”. Due giorni dopo la decisione del Bahrein di seguire le orme dei vicini Emirati normalizzando a sua volta i rapporti con Israele, ancora al-Riyadh dà notizia di una lettera di re Hamad bin ‘Isa al-Khalifa a re Salman, recapitata dall’ambasciatore del Bahrein in Arabia Saudita al ministro degli Esteri saudita. L’obbiettivo, si legge, è rafforzare le relazioni bilaterali tra i due Paesi e discutere gli sviluppi regionali e internazionali di interesse comune. In generale, nelle ultime settimane dall’Arabia Saudita sono arrivati segnali contradittori sulla normalizzazione.

 

A fine agosto il principe Turkī al-Faysal – figlio di re Faisal (assassinato nel 1975) e capo dell’Intelligence saudita dal ’79 al 2001 – ha annunciato che la condizione imprescindibile per stipulare un accordo con Israele è la creazione di uno Stato palestinese. È noto, infatti, che una delle questioni prioritarie di re Salman è risolvere in maniera equa il decennale conflitto israelo-palestinese.

 

A destare sorpresa invece è il sermone pronunciato venerdì 4 settembre dall’imam della Grande moschea di Mecca, Alī ‘Abd al-Rahmān al-Sudays. L’imam ha posto l’accendo «sulla mancanza di una corretta comprensione del principio della lealtà e del disconoscimento [la lealtà verso i correligionari e il disconoscimento degli altri, NdR] e sulla confusione che regna a questo proposito tra la fede del cuore e la gestione delle relazioni a livello individuale e internazionale». Il predicatore ha fatto un accenno ad alcuni episodi della vita del Profeta dell’Islam e all’atteggiamento benevolo che quest’ultimo avrebbe mostrato, in più di un’occasione, verso gli ebrei di Medina. I detrattori dell’imam lo accusano di aver citato questo precedente per spianare la strada a un accordo potenziale dell’Arabia Saudita con Israele. Tra le frasi che hanno suscitato il dibattito c’è il riferimento a un hadīth secondo il quale «l’armatura del Profeta fu data in pegno a un ebreo», e l’allusione «agli ebrei di Khaybar, con i quali il Profeta divise le terre da coltivare». I detrattori hanno risposto ad al-Sudays che, dopo aver dato loro le terre, il Profeta distrusse le loro fortezze di Khaybar e lì cacciò da Medina punendoli per il loro tradimento. Arabi21 si interroga perciò se un sermone pronunciato in termini così impegnativi dal pulpito della moschea più importante del mondo arabo non sia in realtà il preludio alla normalizzazione dei rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele.

 

Hākim al-Mutayrī, una delle figure più in vista del panorama salafita del Kuwait, ha accusato di tradimento l’imam della Grande Moschea di Mecca facendo riferimento a due sette nate nei primi secoli dell’Islam: i carmati e i kharigiti: «Dopo mille anni i carmati sono tornati! Dal pulpito della moschea di Mecca al-Sudays pronuncia il sermone tutto solo in assenza di fedeli! E invita alla normalizzazione! E incita a uccidere chi la rifiuta adducendo il pretesto del pensiero kharijita!». Il riferimento è ai seguaci di una setta di sciiti ismailiti (i carmati), spina nel fianco del Califfato abbaside per quasi due secoli e ancor oggi considerati tra i peggiori eretici dell’Islam, e alla prima setta dell’Islam (i kharigiti) che si distinse per la facilità con cui i suoi adepti accusavano di miscredenza e apostasia chi non la pensava come loro.

 

Sulla medesima lunghezza d’onda si colloca Muhammad al-Saghīr, consigliere del ministro degli Affari religiosi egiziano, che accusa al-Sudays di ateismo e di aver sfruttato il pulpito meccano per spianare la strada alla normalizzazione e al tradimento. La sua posizione coincide peraltro con quella dell’Unione mondiale degli Ulema, organizzazione islamista con sede a Doha di cui egli stesso è membro.

 

Muhammad al-Mukhtār al-Shinqītī – un «fratello dei Fratelli musulmani», come si definisce lui stesso, e professore di origini mauritane all’Università Hamad bin Khalifa di Doha – dice: «Il fatto che al-Sudays abbia sfruttato il pulpito della moschea di Mecca per promuovere la normalizzazione e invitare a prestare obbedienza alle autorità assassine, dimostra ulteriormente che il futuro dell’Islam è in pericolo se i due luoghi santi continueranno a rimanere nelle mani di autorità empie e indovini senza coscienza».

 

A pochi giorni di distanza lancia poi un attacco al suo connazionale Bin Bayyah: «Che cosa pensa il muftì degli sciocchi di Abu Dhabi, shaykh Bin Bayyah, sull’obbligo imposto agli hotel di servire cibo e bevande “conformi alla legge ebraica” mentre ai musulmani viene dichiarata guerra e i valori e le norme dell’Islam distrutti? Spiegateci, voi “saggi dei musulmani”!»

 

Per un’ironia della sorte, il 14 agosto alcuni gruppi politici del Bahrein firmavano un comunicato in cui rifiutavano la «normalizzazione con l’entità sionista» e chiedevano al loro Governo di prendere una posizione netta contro l’accordo, in linea con l’opinione popolare bahreinita. Il documento terminava con un elogio dei popoli del Golfo che, storicamente, hanno sempre respinto qualsiasi forma di normalizzazione dei rapporti con Israele. La diplomazia bahreinita però ha seguito un corso diverso da quello auspicato, e a un mese di distanza 17 tra gruppi politici e organizzazioni civili locali hanno firmato un secondo comunicato in cui condannavano «la normalizzazione con questa entità criminale».

 

Resta da vedere se le prossime settimane daranno ragione o smentiranno ‘Abdulkhaleq ‘Abdullah che, commentando l’accordo tra Bahrein e Israele scrive: «Dove vanno gli Emirati, vanno gli altri Paesi della regione».

 

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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