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Medio Oriente e Africa

Se le guerriere curde ci fanno vergognare

I loro volti, giovani e coraggiosi, hanno richiamato l’attenzione sorpresa dei media globali. Ma le guerriere curde, disposte anche a morire per difendere le loro case dall’avanzata di Isis, sono raccontate con accenti diversi a seconda delle latitudini. Oasis ne presenta alcuni.

Ci siamo abituati a vedere donne in uniforme accanto ai colleghi tra le fila dei contingenti occidentali inviati in missioni di peace-keeping o in teatri di guerra. Ma ciò nonostante la narrativa giornalistica degli ultimi mesi si è soffermata con particolare attenzione, quasi sorpresa, a raccontare la presenza femminile tra le fila dei peshmerga curdi. Qui le donne combattenti svolgono un ruolo di primo piano, per coraggio e audacia, nella crisi scatenata dall’avanzata dello Stato Islamico. Eppure lo stupore non dovrebbe essere così grande: già Saladino volle le combattenti curde tra le sue fila, come sottolineato in alcuni articoli1, e risale al 1996 la formazione del gruppo di guerriere curde con il reclutamento delle prime 11 ragazze nelle fila della Patriotic Union of Kurdistan. Di fronte all’attenzione mediatica suscitata da queste combattenti è interessante notare le sfumature differenti a seconda delle latitudini che caratterizzano i vari racconti, interviste e reportage pubblicati.

 

 

In Italia il Corriere della Sera, il 16 ottobre scorso, ha proposto in prima pagina il volto della comandante Nesrin, una diciannovenne la cui vicenda è stata raccontata nei dettagli da Lorenzo Cremonesi, inviato al confine tra Siria e Turchia. Arin Mahmud Mohammad, questo il vero nome della guerriera, ha lasciato la facoltà di Ingegneria dell’Università di Aleppo per andare a difendere le postazioni dello YPG attaccate dagli uomini dello Stato Islamico. Cremonesi, come anche Molinari su La Stampa, hanno evidenziato il potenziale vantaggio di avere delle donne a fronteggiare i jihadisti, dando voce alla stessa Nesrin: «[Gli uomini del Califfato] dicono che i loro uomini uccisi nella cosiddetta guerra santa dalle donne nemiche non vanno in paradiso». Fatto che avrebbe portato, in alcune occasioni, alla ritirata, per paura di morire “inutilmente”.

 

 

E come guardano al ruolo delle donne in guerra i media arabi? Al Jazeera è diretta nell’affermare che le soldatesse curde «offrono un’immagine alternativa delle donne musulmane» rispetto a quella in voga nella maggior parte dei media. Per una volta anche la saudita Al Arabiya si trova concorde con i colleghi qatarioti: nel dialogo con lo studioso americano Kéchichian si evidenzia come il significato delle guerriere curde vada oltre la necessità militare: starebbero ad indicare che sono membri a pieno titolo della società, mostrando la via per un sunnismo «moderato» e opposto alla «versione estremista di Islam sunnita praticata dai militanti di ISIS». Opinione che sembra condivisa dalle combattenti stesse, che al New York Post hanno dichiarato che è «un onore essere parte di un Paese musulmano moderno, che permette alle donne di difendere la propria patria». Il quotidiano americano, dunque, sottolinea l’appartenenza alla comunità musulmana delle donne guerriere.

 

 

Alcuni media europei (come la BBC e El Mundo) hanno posto in primo piano soprattutto la femminilità che “mantengono” queste ragazze pur impegnate in prima linea: con un certo taglio glamour richiamano il make up, i capelli pettinati e il rossetto sulle labbra a cui non vogliono rinunciare.

 

 

Desidererebbero anche studiare, riporta tra gli altri un articolo del Mundo, ma ora l’emergenza è troppo grave: serve combattere, e se i politici curdi dicono di volere una società in cui si garantisca l’eguaglianza, questo è il momento di dimostrare che l’esercito non può essere un’eccezione. Negli Stati Uniti, la rivista Foreign Policy, è meno prodiga di complimenti e ritiene che si tratta di ragazze radicalizzate, delle quali molte appartenenti a un partito di ispirazione marxista inserito dal governo di Washington nelle liste delle organizzazioni terroristiche: il PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan.

 

 

Non la pensano così al New Yorker, dove si “tifa” per loro: «Combattono anche per noi». Tanto da farci anche «vergognare un poco. Noi qui al riparo […] e loro invece esposte sulle barricate»2.

 

 

[Twitter: @fontana_claudio]

 

 

1Tra cui Al-Arabiya qui.

 

2Lorenzo Cremonesi, Arin, dall’università alle trincee «Noi ragazze curde contro l’ISIS», «Il Corriere della Sera», 16 ottobre 2014, 15.

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