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Medio Oriente e Africa

Sguardo su Piazza Tahrir

Nella notte tra martedì 28 e mercoledì 29 giugno al Cairo si sono registrati confronti violenti e sanguinosi tra le forze di sicurezza e folle rabbiose di manifestanti. Durante la battaglia che si è protratta per tutta la notte e che ha fatto un migliaio circa di feriti, i manifestanti hanno risposto ai gas lacrimogeni e agli spari con pietre e bombe molotov, e persino bastoni e spade. Perché la violenza è ritornata in piazza Tahrir? Insolita è la scintilla che ha fatto scoppiare la rivolta. Essa è divampata durante la festa organizzata da un’associazione benefica in onore delle famiglie dei martiri caduti nella rivoluzione del 25 gennaio, nella sala Salâh Gâhȋn presso il teatro Ballon (nel quartiere di Aguza, nel governatorato di Ghiza, Cairo sud). Quanto alle cause della rivolta, secondo le fonti sono di natura diversa ma basterà elencarne due.

 

 

Secondo quanto reso noto dal quotidiano al-Fajr (n. 311, p. 23), due ragazze che indossavano la kefiah palestinese hanno tentato di farsi ammettere alla festa onorifica spacciandosi per sorelle di due martiri. In quel momento, un gruppo di individui raccolti davanti all’edificio della radio e della televisione (zona Maspero, Cairo) si è diretto verso il teatro e ha smentito la dichiarazione delle due ragazze, ciò che non ha impedito lo scoppio di un violento litigio nella sala. Di questo clima hanno approfittato alcuni agitatori provocando lo scoppio della rivolta. La polizia è arrivata, ha circondato il luogo, bloccato le strade circostanti e fatto irruzione nella sala per identificare gli agitatori e arrestarli. Nel frattempo è corsa voce che all’interno fosse stata arrestata la madre di un martire. Le famiglie dei martiri, insieme ai manifestanti e agli attivisti unitisi loro, hanno deciso di recarsi al Ministero dell’Interno per ottenere il rilascio della madre del martire.

 

 

Sulla via verso il Ministero dell’Interno si sono verificati scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza che tentavano di bloccarli prima che potessero giungere all’edificio del Ministero. L’impiego della forza da parte delle forze di sicurezza, che per disperdere i manifestanti hanno lanciato pietre, ha indotto i manifestanti a rispondere in modo simile. Nel momento in cui le pietre si sono rivelate insufficienti, la polizia si è avvalsa dei gas lacrimogeni a causa dei quali 30 manifestanti sono stati soffocati. Poi, gli agitatori presenti tra le forze di sicurezza hanno preso a colpire quanti si erano riuniti all’interno del giardino centrale in piazza Tahrir. Così la situazione è esplosa.

 

 

Il quotidiano al-Masrȋ al-Youm (n. 2573, p. 7) ha riportato che a mezz’ora dall’inizio della celebrazione è stato annunciato l’arrivo di tre autobus sui quali viaggiavano circa 100 persone che, entrando nella sala, hanno dichiarato di essere famigliari dei martiri. La direzione, dubitando della loro identità, ha impedito loro di entrare. Le due parti si sono scontrate, le famiglie dei “martiri” hanno frantumato la vetrina della sala e si sono impadroniti di un computer e degli strumenti musicali. Diciannove persone di ambo le parti sono state ferite e trasportate in ospedale. Immediatamente l’apparato di sicurezza e le forze armate si sono dirette verso il teatro Ballon, hanno formato un cordone di sicurezza e catturato otto persone nel teatro. Sono corse voci secondo le quali alcune persone catturate sarebbero state portate al Ministero dell’Interno che avrebbe decretato il loro arresto. Anche i feriti sarebbero stati portati al Ministero dell’Interno che avrebbe rifiutato di trasportarli all’ospedale per le cure. Non è difficile immaginare le conseguenze che queste dicerie hanno avuto sulla folla arrabbiata.

 

 

A questo punto, il lettore non può che essere stupito dal contrasto tra la banalità della scintilla che ha fatto scoppiare la rivolta e la gravità delle conseguenze, ciò che rende necessaria un’analisi per tentare di comprendere. In primo luogo è necessario ammettere che esiste un clima di tensione e ansia che spingono agli eccessi e a credere alle dicerie che, in quest’atmosfera carica di tensioni, trovano terreno fertile. A mio personale avviso, questa tensione è dovuta al ritardo nel trarre tutte le conseguenze della rivoluzione; il tempo passa e non sono ancora state realizzate tutte le riforme con la velocità richiesta. La tensione è dovuta soprattutto al fastidio crescente delle famiglie dei martiri per la lentezza con la quale vengono giudicati quanti hanno assassinato i loro giovani figli e figlie, talvolta con ferocia e sangue freddo. In particolare, la situazione creatasi nel teatro Ballon ha destato la sorpresa delle famiglie dei martiri: «Chi ha organizzato la celebrazione in loro onore al teatro Ballon? Noi siamo le famiglie dei martiri e delle vittime. Il diritto dei nostri figli che hanno sacrificato la loro vita per il paese non è stato rispettato. Il processo alle persone accusate di omicidio è stato posticipato di oltre un mese mentre alcuni dei nostri figli sono tuttora ricoverati in ospedale».

 

 

In secondo luogo si registra una protesta incontenibile del popolo che si traduce in richieste di miglioramento delle condizioni della vita quotidiana, di lotta alla corruzione, alla disoccupazione e all’analfabetismo. Si chiede che i salari vengano aumentati, che si freni l’incremento dei prezzi e che i servizi siano migliorati. In terzo luogo, c’è il rammarico per le gravi perdite che l’Egitto sta subendo soprattutto a livello di relazioni internazionali. Se le visite dell’ex presidente in Francia sono state oltre 50, l’ex regime aveva voltato completamente le spalle ai paesi dell’Africa, in particolare quelli da cui origina il Nilo, proprio nel momento in cui molti prevedevano che la prossima guerra nel Medio Oriente sarebbe scoppiata a causa dell’acqua.

 

 

Inoltre alcuni vedono nella decisione amministrava di sciogliere i consigli locali la causa principale della rivolta poiché ha danneggiato più di 55 mila impiegati.

 

Non si può dimenticare il ruolo di quella che è stato definito il fenomeno degli agitatori di professione (baltaghiyya in Egitto, balâthiga in Yemen e shabîha in Siria). Si tratta di componenti criminali variamente armate, truppe mercenarie che sottostanno agli ordini di chi le paga e le arruola, siano essi gli apparati statali o i singoli individui. Più di una volta questi agitatori hanno trasformato una manifestazione pacifica civile in un massacro, com’è avvenuto durante quella che è stata definita la “battaglia del cammello” in piazza Tahrir. Quante volte hanno istigato le parti provocando confronti sanguinosi che non erano destinati necessariamente a raggiungere una tale intensità! Talvolta le autorità ufficiali si nascondono nelle vesti civili degli agitatori e fanno ciò che temerebbero di fare ufficialmente. È vero che prima della rivoluzione del 25 gennaio alcuni partiti in Egitto erano soliti assoldare agitatori al fine di conseguire determinati risultati elettorali. La situazione si è complicata ulteriormente dopo la rivoluzione, quando i criminali sono evasi dalla maggior parte delle prigioni e hanno offerto i loro servizi a una società che non era ancora riuscita, con le sue forze ufficiali, a consolidare l’ordine pubblico.

 

 

Per restare in tema di sicurezza, bisogna dire che gli ufficiali e i militari del Ministero dell’Interno si sentono umiliati dopo che molte sedi della polizia e abitazioni degli ufficiali sono state incendiate e si è arrivati talvolta addirittura a picchiarli e ad ucciderli. Le vittime così facendo volevano punire la condotta della polizia che non conosce i diritti dell’uomo. Si sono verificati più casi in cui la polizia non solo ha torturato i prigionieri ma li ha uccisi, com’è accaduto con il ragazzo di Alessandria, Khâlid Sa‘ȋd, la cui morte è considerata da alcuni la vera scintilla che ha fatto scoppiare la rivoluzione del 25 gennaio. Si comprende allora come la polizia, soprattutto nel periodo dell’ex Ministro dell’Interno Habib el-Adly si sia inimicata il popolo piuttosto di essere al suo servizio. È vero che la strada egiziana ora vive nel caos a causa dell’assenza della polizia ma è anche vero che è necessario un po’ di tempo prima che la polizia riacquisti il suo ruolo, senza il quale non è possibile pensare a una collaborazione con i cittadini. A nessuno è sfuggita la data in cui è scoppiata la rivoluzione, il 25 gennaio, giorno della festa della Polizia, scelto appositamente come regalo dal sapore particolare per chi vuole capire.

 

 

Per concludere, vi è l’assenza-presenza delle forze islamiste estremiste che si sono infastidite per le parole del Primo Ministro il quale non ha obiezione alcuna ad anteporre le modifiche costituzionali alle elezioni (parlamentari e presidenziali), mentre le forze in questione desidererebbero indire prima le elezioni poiché, in questo caso sarebbero i loro rappresentanti a redigere la nuova versione della Costituzione e ad applicarla. Questo però non è ciò che vogliono gli altri partiti, la maggior parte dei quali sono nuovi sulla piazza politica e non hanno ancora avuto il tempo necessario per stilare i loro programmi, formare le liste, farsi conoscere e acquisire membri. Attualmente, nella società egiziana, è in corso una vera battaglia per definire le priorità: redigere la nuova Costituzione o iniziare con le elezioni. Nel contesto di questa battaglia alcuni islamisti criticano il Primo Ministro esprimendo pubblicamente il loro dissenso. Non sono forse loro che, operando dietro il sipario, hanno spinto le cose fino allo scontro e alle uccisioni, a un’escalation violenta, peraltro dopo aver annunciato ufficialmente che non avrebbero partecipato alle manifestazioni?

 

 

Non si può affermare che questi elementi di riflessione, da soli, bastino a spiegare l’accaduto e questo resta soltanto un tentativo di comprendere. Perché sboccino i fiori di un’autentica primavera è forse necessario che piazza Tahrir sia nuovamente bagnata di lacrime e sangue?

 

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