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Medio Oriente e Africa

Siria: l’ultimo tassello di una primavera tradita

La rivoluzione, il ruolo dell’Occidente, i jihadisti. Il sequestro e il mestiere di giornalista: intervista a Domenico Quirico, inviato de La stampa, a cura di Claudio Fontana.

 

Viaggiando dalle colline astigiane al lago di Lecco, passando per il traffico delle tangenziali milanesi nell’ora di punta, c’è tempo per qualche battuta («si stava meglio in ostaggio in Siria piuttosto che bloccato in coda in tangenziale»), ma anche per un lungo dialogo. Sulla Siria, certo, ma non solo. Racconta di sé: un giornalista laureato in giurisprudenza con la passione per la storia che «s’illude di fare un po’ anche lo storico, perché il giornalismo fatto seriamente racconta la storia quotidiana». E che spera che un giorno qualche storico di professione attinga anche «per un’infinitesima parte alle vicende dei paesi che ho raccontato». Domenico Quirico, inviato di guerra, è stato in situazioni pericolose in tutto il mondo, con una spiccata preferenza per l’Africa: «Mi interessano gli africani, perché credo che in nessun altro luogo del mondo l’uomo sia così sottoposto all’usura della storia e debba avere un simile coraggio, un eroismo del quotidiano, come nell’Africa di oggi». Poi, inevitabilmente, si passa a parlare di Siria.

 

 

Crede che ci sia qualcosa di specifico nel popolo siriano e nella situazione siriana, che la differenzia da tutti gli altri stati investiti dalle Primavere Arabe?

 

 

È una domanda molto complessa, che presuppone una conoscenza della Siria che io non ho. Sono andato in Siria per la prima volta allo scoppio della rivoluzione. Ma fino a quel momento la Siria rimaneva un paese periferico rispetto alle mie solite destinazioni.

 

Quindi sono arrivato in Siria completamente libero da qualsiasi pregiudizio. Certo sapevo che paese è, cos’è il regime di Assad, però non avevo una conoscenza così specifica del popolo siriano. Una cosa posso dirla, però, dopo cinque viaggi nel Paese e molti altri in Libia, Tunisia, Egitto. Credo che rispetto alle altre Primavere Arabe il problema sia la presenza della Russia. Per la Russia la Siria è l’ultimo brandello del suo status di potenza mondiale. Se i russi si ritirano dalla Siria, la Russia rientra nei suoi confini ridotti, perde il suo status imperiale. La Russia non lascerà mai la Siria, a meno che non vi sia costretta. Questo elemento ha reso più debole la rivoluzione. In Libia la Russia c’entrava, ma solo perifericamente.

 

Il regime di Bashar ha largamente profittato di questa condizione di alleato necessario dei russi e questo gli ha permesso di opporre alla rivoluzione una resistenza determinata. Ci sono, inoltre, elementi di debolezza intrinsechi alla rivoluzione siriana e che sono anche colpa dell’Occidente: il campo degli oppositori è estremamente composito e nel momento in cui, all’inizio, la rivoluzione più ci assomigliava e più avremmo dovuto aiutarla, l’abbiamo lasciata sola. Ma da sola non aveva le forze sufficienti per battere il regime di Asad fortemente sostenuto da russi, cinesi e iraniani.

 

 

L’Occidente, dunque, ha perso un’occasione?

 

 

Direi di sì. Ha perso un’occasione dal punto di vista politico, nel senso che della Siria basta guardare le frontiere per accorgersi che è il paese centrale di una zona nevralgica del mondo. Ma direi soprattutto che ha perso un’occasione dal punto di vista etico, nel senso che il rifiuto, la viltà, la meschina e miope considerazione dell’interesse momentaneo ha spinto l’Occidente a non aiutare i siriani, perché questo sarebbe potuto costare parecchio. Prima che geopolitico il peccato è etico. La Siria, se davvero diventerà il primo stato territoriale del jihadismo internazionale, sarà in grado di provocare danni oltre i confini del Medio Oriente.

 

 

Come il rapimento ha influito, se ha influito, sul suo modo di valutare le Primavere arabe?

 

 

Le Primavere arabe erano sfiorite e morte già prima del mio sequestro. Io sono andato in Siria all’inizio di aprile quando la situazione in Egitto era già largamente compromessa dal patto infernale e innaturale tra l’Esercito e i Fratelli Musulmani, che strangolava la rivoluzione di piazza Tahrir. La Tunisia era già in agonia, con an-Nahda al potere e i salafiti scatenati. La Libia era nel caos. Certo all’inizio ho creduto che la Primavera araba, per l’energia intrinseca che ha sviluppato nelle strade, negli scontri anche generazionali potesse determinare dei cambiamenti molto più profondi e importanti delle involuzioni alle quali invece adesso assistiamo, nonostante fossero chiari gli elementi di debolezza legati all’assenza di élite e alla mancanza di un progetto politico che non fosse quello islamista (gli islamisti ce l’hanno, gli altri hanno delle speranze, dei sogni ma nessun progetto politico). Però quella era una storia già vecchia nel momento in cui io sono stato sequestrato. La Siria è semplicemente l’ultimo tassello di una delusione precedente.

 

 

Ritiene possibile che i ribelli cosiddetti “moderati” possano avere la meglio all’interno dell’opposizione e poi nei confronti di Asad? C’è qualcuno che sostiene questa fazione della rivoluzione?

 

 

No. Nei cinque viaggi che ho fatto in Siria, dallo scoppio della rivoluzione al momento in cui sono stato sequestrato, ho visto con una rapidità impressionante il rarefarsi e lo scomparire dell’Armata Siriana Libera, cioè della prima rivoluzione, e la sua sostituzione con le bandiere e le forze militari dei terroristi radicali, jihadisti. A questi si aggiungono i nuovi gruppi che si camuffano da rivoluzionari, ma che in realtà sono dei banditi che utilizzano la rivoluzione per i loro scopi di arricchimento, di controllo e di sfruttamento di certe parti di territorio.

 

I “moderati” non hanno avuto l’aiuto dell’Occidente, ma non hanno nemmeno l’aiuto finanziario dell’Arabia Saudita e del Qatar, i grandi sponsor invece dei movimenti jihadisti, e quindi si ritrovano stritolati in una morsa... Addirittura, ho conosciuto molti giovani che prima erano in katibe [reparti] dell’Armata Siriana Libera e poi, vedendo come questi fossero privi di mezzi e non fossero in grado di battersi alla pari con le forze dell’esercito o con Hezbollah, sono passati, pur non essendo dei fanatici islamisti, a formazioni come Jabhat al-Nusra. Questo perché sono meglio armati, più organizzati, perché c’è una catena di comando, perché non sono banditi, perché hanno un progetto politico che gli altri non hanno più o non riescono a realizzare.

 

 

Dopo essere stato liberato ha affermato che al-Nusra l’ha trattata da uomo, a differenza dei banditi con cui è stato per la maggior parte del tempo…

 

 

Nei dieci giorni con al-Nusra sono stato trattato con grande dignità, ho mangiato quello che mangiavano loro, non sono stato picchiato, sono stato trattato come un essere umano. Gli altri mi hanno trattato come una bestia. Perché? Molto semplice: perché gli altri non hanno un onore, mentre quelli di al-Nusra, seppur spietati e legati ad un progetto politico estremamente determinato di cui noi saremo i prossimi bersagli e avversari, hanno una loro “dignità”, cioè si comportano secondo un principio corretto: l’altro essere umano è un nemico, ma è un essere umano. I banditi invece hanno semplicemente lo scopo di riempirsi le tasche di denaro, di saccheggiare la popolazione. Devo precisare una cosa però: anche all’interno delle fazioni come al-Nusra o dello Islamic State of Iraq and the Levant (che è ancora più radicale di al-Nusra) ci sono differenti brigate. Se lei incontra una brigata di al-Nusra fatta di siriani, c’è buona possibilità che sia trattato bene, ma se trova una brigata fatta da ceceni, da iracheni, kirghisi, mauritani, allora c’è seriamente il rischio che la ammazzino solo per l’idea che l’occidentale deve essere ucciso.

 

 

Durante il sequestro aveva dei libri e al suo ritorno ha sottolineato l’importanza di averli avuti con sé. Perché?

 

 

Il libro è la mia vita, ho passato la vita a leggere. Viaggio sempre con dei libri, lascio a casa le mutande piuttosto, ma dei libri li prendo, perché è come viaggiare con delle altre persone e infatti in questi 152 giorni i libri mi hanno parlato, come mi avevano parlato anche le altre volte – erano libri che avevo già letto. Ma in quella situazione per esempio un libro che si intitola La via del ritorno le lascio immaginare facilmente che cosa poteva dirmi. Una delle cose che mi rende più triste è che ho dovuto lasciarli in ostaggio in Siria e non ho potuto portali indietro con me, liberi anche loro, e rileggerli in Italia dopo quell’esperienza, ancora una volta, per la decima volta. Ma non ci sono mai due volte in cui un libro possa essere uguale a se stesso, il libro è un altro: lo legge oggi e domani mattina le dirà un’altra cosa. È la vita che passa attraverso le parole: io campo con le parole, sono un arnese che so maneggiare, il mio strumento per comunicare con la realtà, con gli altri, con me stesso. Segni neri sui fogli bianchi… non leggerò mai un e-book!

 

 

Durante il periodo trascorso in ostaggio ha raccontato di aver avuto la possibilità di uccidere i suoi carcerieri per scappare. Ma non lo ha fatto.

 

 

Per una sorta di beneficio del destino alla fine siamo riusciti a scappare senza il bisogno di uccidere i nostri sequestratori, che poi ci hanno ripreso dopo qualche tempo. Ma il punto è che non so se sarei stato in grado di ucciderli. Tecnicamente è facile, lanci una granata e sbricioli quattro vite umane. Il problema è se puoi convivere poi con il fatto di aver ammazzato quattro persone. Onestamente non saprei rispondere. Imparare a uccidere, diventare Caino, contrariamente a quanto si creda, non è semplice. Anche al di là dell’essere cristiano, del divieto di uccidere, è proprio difficile guardare un’altra persona e dire «tra cinque minuti sarai a brandelli perché l’ho fatto io». Scatta qualche cosa, che io credo sia il profondo di noi stessi, che ti ferma. C’è qualcosa in te stesso, come uomo nei confronti di un altro uomo, che ti trattiene. Il mio problema era di essere tagliato fuori dalle persone che amo e a cui tengo, e questo mi spingeva disperatamente a cercare di scappare. Perché sennò, razionalmente, potevo dire per certo che qualcuno stava lavorando per farmi uscire da lì e forse era più intelligente starsene tranquilli e aspettare. Ma quell’istinto mi diceva: «No! Esci! Riprenditi la vita, la gioia di correre, di respirare l’aria della campagna!». Era questo che mi spingeva a tentare di fuggire!

 

 

E’ stata una grande prova anche per sua moglie e per le sue figlie ...

 

 

Parlo per quello che mi riguarda, senza rispondere al loro posto. Sono andato in un sacco di posti tremendi, anche peggio della Siria, come Somalia, Ruanda, Liberia, Mozambico, Cecenia, ma per la prima volta mi chiedo (e non ho ancora trovato una risposta onesta) se ho il diritto, per la mia vanità di scrivere, di raccontare delle cose, di imporre ad altre persone la paura, il dolore la sofferenza, l’attesa. Tutte cose che io accetto volontariamente, ma a cui loro sono costrette. Ho questo diritto? È chiaro che la risposta presuppone che se rispondo no, devo smettere di fare questo mestiere…

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