close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Medio Oriente e Africa

Siria, la necessaria mediazione

L’appello per la pace in Siria che Papa Francesco ha rivolto all’angelus del 1° settembre e la giornata di digiuno e preghiera che ne è seguita hanno ridato slancio alla via diplomatica in un momento in cui l’attacco militare sembrava già deciso. Ma anche dopo l’accordo tra Russia e Stati Uniti una soluzione diplomatica è davvero praticabile? I principi di rifiuto della violenza e ricerca del dialogo possono essere applicati al conflitto siriano?

 

 

Dal 2 al 9 settembre, Oasis ha potuto incontrare molte persone in Giordania e Libano: cristiani e musulmani, politici e gente comune, intellettuali e profughi. Sono state conversazioni diversissime tra loro, a volte disorientanti. Ma alla fine questa domanda rispuntava sempre, esplicita o implicita, come un filo rosso che ci ha accompagnato lungo tutto il viaggio.

 

Prima di cercare di rispondere, è opportuno fare una semplice premessa, per quanto ovvia: la questione della guerra, della differenza tra legittima difesa e aggressione, dell’azione non violenta e dei suoi limiti, assume uno spessore molto diverso quando, invece di ragionare in astratto, incontri un professore siriano che non può tornare dalla sua famiglia perché la zona da cui proviene è sotto la minaccia dei ribelli o quando ascolti i racconti della distruzione di intere città. Quando si vive, come in Libano, sotto il pericolo delle autobombe o come in Giordania si deve fare i conti con un campo profughi che è diventato nel giro di due anni la quarta città del Paese. Tolti i deserti, il Vicino Oriente è molto piccolo. Dalla Giordania settentrionale puoi sentire la radio di Damasco che trasmette canti patriottici e nel Libano meridionale soltanto un sottile muro di cemento vigilato dai caschi blu separa Hezbollah da Israele. Il conflitto lo tocchi con mano anche se i primi a cercare di dimenticarlo sono spesso i locali.

 

 

In questo contesto, i pareri locali sono divisi. Il ventaglio di opzioni va dal sostegno incondizionato al regime di Damasco fino all’appoggio al suo rovesciamento militare, passando appunto per la via del negoziato a oltranza o dell’intervento internazionale, ma anche più cinicamente sostenendo un attacco-show, limitato negli effetti e magari con qualche bomba sganciata “per errore” sulle postazioni dei ribelli qaedisti. A sostenere l’intervento armato americano non sono soltanto guerrafondai incalliti, ma anche persone pacifiche, che portano argomenti razionali. Ad esempio che il regime siriano da anni utilizza la diplomazia del ricatto, che è stato il primo a spingere la rivolta verso un’involuzione violenza e confessionale. Vedere Assad lamentarsi dei terroristi ha qualcosa di paradossale: durante la guerra in Iraq era lui a finanziarli. Ancora, per le minoranze non ha molto senso appellarsi a un regime che protegge unicamente se stesso e i suoi, soprattutto con un rapporto demografico così sfavorevole.

 

 

Poi c’è il discorso sul casus belli, le armi chimiche che colpiscono indiscriminatamente, senza possibilità per i civili di cercare scampo. A livello di principio tutti le condannano, ma subito entra in gioco la categoria della “congiura”, per cui nulla è mai quello che sembra. Vedi le foto raccapriccianti dei bimbi morti a causa delle armi chimiche e ti dicono che potrebbero essere stati i ribelli a simulare l’attacco. Vedi le croci abbattute di Ma’lula, città simbolo del Cristianesimo locale, e ti dicono che potrebbe essere stato il governo di Damasco a inscenare l’attacco. La verità sembra evaporare, i fatti sbiadiscono di fronte alle interpretazioni partigiane.

 

 

Eppure qualche realtà certa rimane. La prima è che la Siria è distrutta e in preda al caos, questo lo ammettono tutti. La seconda è che ci sono armi dappertutto, locali e importate, e che nessuno si fa scrupolo a usarle. La terza è che la questione della democrazia non è più all’ordine del giorno. Il tema è se abbattere o meno Assad, ma anche chi è favorevole al suo rovesciamento deve riconoscere che il tessuto politico, a causa di cinquant’anni di regime, è quasi inesistente e la presenza jihadista è una realtà sinistra. Infine il conflitto siriano è un cancro che divora il Medio Oriente e il pericolo di estensione del conflitto è tutt’altro che remoto. In Libano, che è il Paese più esposto, anche su questo come sul resto le opinioni divergono. Per alcuni Hezbollah non potrebbe non reagire a un attacco americano e questo innescherebbe fatalmente la risposta israeliana. Per altri invece i rapporti di forza suggerirebbero al Partito di Dio di astenersi da una reazione troppo decisa. Ma il fatto che molti leaders a Beirut valutino l’eventuale intervento americano in Siria in funzione unicamente dei guadagni politici che ne trarrebbero – una tremenda illusione che 15 anni di guerra civile non sono riusciti a cancellare – non lascia presagire nulla di buono. L’estensione del conflitto appare perciò una conseguenza altamente probabile di un intervento unilaterale e puramente militare.

 

 

E allora sì, in una situazione del genere, dopo aver ascoltato i pro e i contro, la via diplomatica appare realmente la più sensata. Sostenere militarmente una parte contro l’altra significa infatti chiudere gli occhi di fronte all’evidenza, come fa chi parla di Assad come di un campione della laicità o chi continua a dipingere i ribelli come attivisti democratici incompresi. Ma anche lasciar precipitare la situazione, oltre a essere moralmente inaccettabile, è politicamente sbagliato, perché l’incendio sta già lambendo pericolosamente i Paesi vicini. Per cui alle grandi potenze non resta che abbandonare la logica del “patronato” e della guerra per procura e cercare di contenere le fiamme invece di continuare ad alimentarle. Ma con un nota bene fondamentale: il negoziato possibile oggi è quello tra le potenze regionali coinvolte, mentre in questo momento un accordo tra le diverse sigle che compongono il variegato fronte dei ribelli e il regime appare pressoché impossibile.

 

 

E perciò, se occorre riconoscere con realismo che in Siria non sembrano esserci per ora le condizioni per l’avvio di un processo di riconciliazione, è invece possibile un accordo internazionale per smettere di rifornire le forze in campo, accordo di cui l’accordo sulle armi chimiche potrebbe costituire il primo atto. In questo modo il conflitto diminuirebbe d’intensità e distruttività, a beneficio dei civili e della loro martoriata terra. Solo a questo punto, quando i siriani smetteranno di sperare negli Stati Uniti o nella Russia, nella Turchia, nell’Iran o nell’Arabia Saudita e nelle loro generose forniture di armi, si potrà sperare di riaprire anche il tavolo del negoziato interno.

 

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale