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Medio Oriente e Africa

Siria: un patrimonio millenario vittima di guerra

Tra i danni causati da bombardamenti e attacchi, ma anche da furti e scavi clandestini, figurano anche le distruzioni che hanno colpito i siti o i monumenti più importanti nel Paese. Nel caos generale le comunità locali tentano di difendere il loro passato, ma anche il loro avvenire economico con il turismo.

Dieci millenni di storia, antica, cristiana, musulmana, memoria dell’umanità, si sbriciolano ogni giorno sotto le bombe, i furti, gli scavi clandestini, i traffici d’opere d’arte. Quello siriano è un patrimonio unico al mondo (10.000 siti ed opere censiti, 8 siti UNESCO di cui 5 colpiti) eroso quotidianamente nell’oblio generale. Paolo Matthiae, l’archeologo che scoprì la città di Ebla e le migliaia di tavolette cuneiformi, ha lanciato da Roma una campagna internazionale con Francesco Rutelli per tentare di salvarlo: «Si tratta di un patrimonio davvero universale. Nella Siria sono nati i primi villaggi agricoli sulle rive dell’Eufrate, 10.000 anni prima di Cristo. È lì che l’umanità ha sperimentato i primi modelli di città lontano dalle valli fluviali, intorno al terzo millennio, lì che si è inventato il primo alfabeto, verso il 1300 a.C., in cui ogni segno corrisponde a un suono, e che rivoluzionò la scrittura. Provincia importante per Roma, tanto che Apollodoro di Damasco costruisce il Foro di Traiano, terra del primo Cristianesimo nascente, erede di Bisanzio, sede del califfato degli Ommayadi, la Siria è rimasta per secoli un ponte tra l’Oriente musulmano e l’Occidente cristiano sotto il segno della tolleranza. Ed era uno dei paesi più aperti per gli archeologhi: c’erano 70 missioni estere, senza distinzioni politiche. Ci fu anche una missione di ricercatori americani, ebrei, che fu accolta senza problemi».

 

 

Quali sono i danni più ingenti?

 

 

Le distruzioni che hanno colpito i siti o i monumenti più importanti, simbolici: il minareto della moschea degli Omayyadi e la città medievale ad Aleppo, il Krak dei Cavalieri del XII sec. vicino a Homs, i danni ai mosaici della grande moschea degli Omayyadi a Damasco, a Maaloula, il villaggio cristiano dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Cristo, danni di cui si sa e si parla. Ma ci sono anche devastazioni che si vedono meno, ma sono altrettanto gravi: la moltiplicazione esponenziale degli scavi clandestini, basti citare Apamea, bucherellata all’infinito, la grande città antica di Mari, il sito di Doura Europos. E poi i furti, soprattutto nei musei regionali, a volte opera di bande armate. I traffici clandestini prosperano. C’è un rischio più grave: che gli scavi clandestini, finora generalmente operati a livello individuale, prendano una dimensione industriale, con l’utilizzo di mezzi meccanici pesanti che distruggono tutto, come in Iraq e in Afghanistan. Dal maggio scorso, l’UNESCO ha allertato i paesi confinanti: si è potuto bloccare alla frontiera libanese un carico d’antichità. Ma si sa quanto le frontiere siano lunghe, desertiche e porose.

 

 

Cosa si può fare concretamente?

 

 

La campagna lanciata da Francesco Rutelli prevede, oltre alla mostra e al premio, iniziative di sostegno alla sorveglianza dei siti e dei musei, con guardiani permanenti pagati. Alcuni siti sono abbandonati, i locali di missioni saccheggiati con perdita di documentazione. Ad Ebla, ci sono stati alcuni scavi clandestini sporadici, ma sono stati bloccati subito dalla reazione degli abitanti. Ed è, questo, un punto importante : nel caos generale, le popolazioni locali tentano di assicurare un minimo di autodifesa: hanno capito che si tratta di difendere il loro passato, la loro identità, ma anche il loro avvenire economico con il turismo. Bisogna organizzare fin da adesso una collaborazione internazionale, penso soprattutto ai paesi europei, per prepararsi a coordinare gli interventi di restauro e ripristino appena la situazione politica lo permetterà. Può sembrare non attuale, ma bisogna preparare già da adesso la rinascita del patrimonio siriano.

 

 

Come si muovono le autorità siriane ?

 

 

La Direzione generale delle antichità e monumenti ha lanciato appelli a tutte le parti: non utilizzare i siti storici per usi militari, per evitare che siano bombardati. Cerca inoltre di mantenere contatti con i suoi funzionari anche nelle zone occupate dai ribelli. Pare che nella regione di Raqqa un mosaico antico sia stato fatto saltare in aria. Finora, le distruzioni erano la conseguenza della guerra, mentre ora rischiano di diventare un obiettivo da parte di gruppi religiosi intolleranti, a volte stranieri, come fu il caso dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan.

 

 

Per saperne di più : www.prioritacultura.it

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