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Cristiani nel mondo musulmano

Siriani all’estero e società civile tutta: rianimate lo spazio negoziale, fermate le armi

In questa intervista a Oasis, padre Paolo Dall’Oglio, fondatore del monastero di Mâr Mûsa, in Siria da oltre trent’anni, esponendosi in prima persona, descrive l’attuale situazione di guerra civile e soprattutto lancia un appello alla società civile tutta per la promozione di negoziati di pace. Prima che sia troppo tardi.

 

 

Tutti guardano con preoccupazione alla situazione in Siria, ma non è chiaro come procedere: intervento militare, intervento umanitario. Lei che cosa propone?

 

Quello che ha chiesto anche Papa Benedetto XVIil 12 febbraio scorso, ma sembra che nessuno lo abbia ascoltato davvero. Io rilancio il suo stesso appello: di fronte all’aggravarsi della guerra civile in Siria, promuoviamo il ruolo della società civile, favoriamo la via negoziale, fermiamo l’uso delle armi. E proprio perché lo spazio per il negoziato in Siria si riduce, promuoviamo dei laboratori tra i siriani che vivono all’estero. Facciamo in modo che si incontrino, si ascoltino e si parlino.

 

 

Perché dovrebbe funzionare all’estero quello che in Siria è fallito?

 

Perché lì i siriani vivono in democrazie e non si stanno sparando addosso. All’estero, in contesti democratici e grazie all’aiuto di mediatori, i siriani possono arrivare a mettere a fuoco dei principi per uscire dall’attuale guerra civile e ricostruire la pace. È importante che si siedano attorno a uno stesso tavolo e si guardino in faccia. Certo tutti sanno perfettamente che ci sono gli interessi e le ambizioni della Turchia, dell’Iran, della Lega araba, della Nato o della Russia, ma alla fine, fatta la tara su tutto questo, che cosa vogliono i siriani? Ammazzarsi fino in fondo? Allora avvisino la comunità internazionale: «chi vuole darci le armi necessarie è benvenuto». È davvero questo quello che desiderano? Io penso di no.

 

 

Si è appena concluso il referendum sul multipartitismo, voluto dal governo. Come lo valuta?

 

In un certo modo il referendum che si è appena concluso significa due cose: la prima è che il regime Baath si è autosciolto, quarant’anni di partito unico sono ufficialmente finiti e questo non è un fatto insignificante; la seconda è che il principio, anche se zoppicante, di una democrazia pluralista viene ormai presentato come un obiettivo nazionale, aspetto che appare come una buona base per il negoziato ufficiale.

 

 

Quanti hanno votato?

 

Le percentuali non contano, su questo siamo ancora al “vecchio stile”. Significativo è l’oggetto del referendum, non la forma che esso ha assunto.

 

 

È passato un mese dall’ampia intervista che ci aveva concesso. Come sono cambiate le cose?

 

Nella direzione prevista, e non è un fatto di cui essere contenti. Rispetto a un mese fa la situazione si è molto aggravata, la violenza è sempre più brutale, mentre la comunità internazionale è bloccata dai veti incrociati. Non sembra si voglia un intervento armato dall’estero, perché diventerebbe di fatto una guerra tra la Nato e la Russia, ma si continuano ad armare da fuori le due parti che qui si combattono. Localmente c’è fede nella lotta armata, dalle due parti. Occorre assolutamente trovare il modo di proteggere le popolazioni civili e far rispettare i diritti umani fondamentali. Il rischio è che, stante l’attuale alleanza tra l’Occidente e la maggioranza sunnita, se l’opzione di armare l’opposizione viene coerentemente perseguita, si arrivi a una perdita dell’unità nazionale. Nel frattempo sul terreno si registra una perdita di sicurezza grave. I cristiani si trovano in mezzo. Cercano rifugio nelle zone più sicure, come Damasco e Aleppo e, appena possono, all’estero. Una tragedia tremenda è in corso.

 

 

Il monastero dove vive non è lontano da Homs, la città in cui si sono avuti gli scontri più violenti.

 

La nostra zona, a metà strada tra Damasco e Homs, è molto sensibile. Di fatto costituisce la vena giugulare della capitale. Qui si prevedono scontri gravi se non si arriva presto a negoziare un cessate il fuoco. Purtroppo lo spazio negoziale si restringe e aumentano quanti abbracciano il partito del tanto peggio tanto meglio. La violenza ha confermato ciascuno nella sua idea. Va anche considerato che è tutta la Siria ad essere usata come un ring in chiave anti-iraniana: occorrerebbe andare a Teheran e Mosca per negoziare una pace. Naturalmente anche il popolo, nelle sue diverse composizioni, ha molto da dire.

 

 

Perché il regime, che è espressione di una minoranza, insiste nella via del confronto militare con la maggioranza? Non è una politica suicida visti i rapporti di forze?

 

Il punto è che il governo ritiene di guidare una cordata di varie forze non minoritarie nel loro complesso. C’è un 30% di siriani che appartiene a una delle varie minoranze. Ma c’è anche un altro 30% (le percentuali sono ovviamente indicative) di sunniti che non desiderano uno Stato islamista. Rappresentare il conflitto come una lotta dei “pochi” contro i “tanti” è una semplificazione. Anche pensare di poter interpretare il conflitto solo su base confessionale è forviante.

 

È anche vero che, più cresce la violenza, più lo spazio civile viene “aspirato” dalle soluzioni estreme, mentre bisogna ridargli respiro, bisogna dare voce alla società civile. A lungo andare la repressione erode il consenso di quel 30% di sunniti non ostili per principio al governo attuale. Ora si è aperta una fase di pluralismo politico e va comunque favorita. D’altro canto, il rischio di presa di potere da parte degli islamisti non deve fermare la tensione verso una reale condivisione politica, un’autentica democrazia consensuale.

 

 

* Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano Il Gazzettino, il 10 marzo 2012, p. 15

 

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