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Asia

Solženicyn e la rimozione del passato sovietico

Bandiera sovietica issata sul Reichstag

Un brano del grande scrittore aiuta a capire come sia stato possibile che il mito della vittoria staliniana nella guerra contro il nazismo abbia ripreso forza in un “mondo russo” che è ancora per molti aspetti sovietico

Ultimo aggiornamento: 28/04/2022 13:20:41

Come è potuto accadere che la Russia attaccasse l’Ucraina provocando una guerra fratricida? Una delle risposte più terribili si trova nei primi capitoli di Arcipelago Gulag, il vastissimo “saggio di indagine letteraria” che Aleksandr Solženicyn scrisse clandestinamente negli anni ’60, dopo aver compreso che la stagione del breve “disgelo” che seguì la morte di Stalin e finì con la deposizione di Chruščёv – in realtà un periodo di liberalizzazioni imposte via via dall’alto e subito revocate – era tramontata senza che i colpevoli dei crimini compiuti lungo un cinquantennio venissero condannati. Nell’Unione Sovietica non ebbe mai luogo un processo di Norimberga, neppure in seguito, negli anni di Gorbačёv, quando le liberalizzazioni imposte dall’alto presero il nome di perestrojka (allora divenne tra l’altro possibile la pubblicazione di Arcipelago), né nei trent’anni successivi (quando Solženicyn entrò nei programmi scolastici). Così il mito della grande vittoria staliniana nella guerra contro il nazismo ha ripreso forza in un “mondo russo” che è ancora per molti aspetti sovietico.

 

Ma dalla mattina del 24 febbraio, nelle pagine online dei media russi e poi negli appelli contro la guerra che si sono succeduti (degli scienziati, dei sacerdoti, di singole personalità della cultura…) e sono stati presto oscurati dal Roskomnadzor (l’organo federale di controllo delle comunicazioni), è risuonata dolorosamente la parola “styd” (vergogna) – testimonianza della vitalità di quella che Solženicyn nello stesso capitolo chiama “la grande tradizione del pentimento russo”.

 

A. Solženicyn, Arcipelago Gulag, parte I, cap. IV, Oscar Mondadori, Milano 2013, p. 134-135

 

Nella Germania Occidentale fino al 1966 sono stati condannati ottantaseimila criminali nazisti*, e noi gongoliamo, non risparmiamo pagine di quotidiani e ore di radio, ci fermiamo ai comizi anche dopo il lavoro e votiamo: non basta! Neppure ottantaseimila bastano! e sono pochi vent’anni di processi, bisogna continuare!

 

Da noi invece (secondo quanto è stato pubblicato) sono state condannate circa trenta persone.

 

Quello che succede di là dall’Oder e dal Reno ci preoccupa. Ma quello che avviene dietro alle staccionate verdi dei dintorni di Mosca e di Soči, il fatto che gli assassini dei nostri mariti e dei nostri padri viaggino per le nostre vie e noi lasciamo loro la strada, questo no, non ci tocca, non ci preoccupa, è “rivangare il passato”.

 

Frattanto, se dovessimo rapportare gli ottantaseimila della Germania Occidentale al nostro paese, farebbe un quarto di milione!

Ma anche in un quarto di secolo non abbiamo trovato nessuno, non uno di loro è stato chiamato in giudizio, abbiamo paura di riaprire le loro ferite. […]

È un enigma che noi contemporanei non possiamo risolvere: perché alla Germania è dato di punire i suoi malvagi e alla Russia no? Quale funesta via percorreremo se non ci sarà dato di purificarci della sozzura che marcisce dentro il nostro corpo? Che cosa potrà insegnare al mondo la Russia? [….]

 

Un paese che per ben ottantaseimila volte abbia condannato il vizio dal banco del giudice (e lo abbia condannato in modo irreversibile nella sua letteratura e fra la sua gioventù), se ne purifica di anno in anno, gradino dopo gradino. [….]

 

Certamente coloro che hanno girato la manovella del tritacarne, mettiamo nel ’37, non sono più giovani, hanno dai cinquanta agli ottanta anni, hanno passato i loro anni migliori nel benessere, satolli e circondati di agi, ed è ormai troppo tardi per una nemesi equa, che non potrà più colpirli.

 

Ebbene, facciamo pure i magnanimi, non li fucileremo, non li gonfieremo di acqua salata, non li riempiremo di cimici, non li legheremo “a rondine”, non li terremo in piedi senza farli dormire per una settimana, e nemmeno li prenderemo a calci con gli stivali, non li picchieremo con i randelli di gomma, non stringeremo loro il cranio con cerchi di ferro, non li spingeremo come valigie in una cella per farli stare uno sopra l’altro: non faremo loro nulla di quanto hanno fatto a noi! Ma di fronte al nostro paese e ai nostri figli abbiamo il dovere di trovarli tutti e processarli tutti! Processare non tanto loro quanto i loro delitti. Ottenere che ciascuno di loro almeno dica ad alta voce: «Sì, sono stato un boia e un assassino».

 

Se queste parole venissero pronunciate nel nostro paese soltanto un quarto di milione di volte (per non essere da meno della Germania Occidentale, in proporzione), non basterebbe forse?

Non si può, nel ventesimo secolo, continuare per decenni a non distinguere cosa sia l’efferatezza che va processata e cosa sia il “passato” che non bisogna “rivangare”!

 

Dobbiamo condannare pubblicamente l’idea stessa della repressione compiuta da singoli individui sui loro simili! Tacendo sul vizio, ricacciandolo nel corpo perché non si riaffacci, noi lo seminiamo, e in futuro germinerà moltiplicato per mille. Non punendo, non biasimando neppure i malvagi, non ci limitiamo a proteggere la loro sterile vecchiaia, ma strappiamo dalle nuove generazioni ogni fondamento di giustizia. Ecco perché esse crescono “indifferenti”, non è colpa del “lavoro insufficiente degli educatori”. I giovani imparano che la bassezza non viene mai punita sulla terra, anzi porta sempre il benessere. Non sarà accogliente un tale paese, farà paura viverci!

 

*In quella Orientale non se ne sente parlare, dunque sono stati riferrati, vengono apprezzati come funzionari statali.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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