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Religione e società

Sostanza e apparenza di «quello che ci unisce»

I 138 autori musulmani che hanno firmato il recente Messaggio ai leader cristiani hanno trovato «Una Parola Comune» nell'«Unità di Dio, nella necessità di amarLo e nella necessità di amare il prossimo» e vogliono farne «la basedi ogni futuro dialogo interreligioso tra di noi». (1) Una volta preso atto di questo impegno nei confronti dell'amore, ogni differenza teologica può essere discussa con carità e col tempo si possono superare le tensioni politiche. Come tanti cristiani che si sono rallegrati dell'iniziativa voglio sinceramente riflettere su questa sfida. Mi pare che gli autori del Messaggio abbiano individuato un terreno comune sul quale si possa costruire un dialogo, ma il percorso che resta da fare non è facile. La Lettera dei 138 parla d'amore come base del dialogo interreligioso. Dobbiamo prendere atto prima di tutto che sono pochi i credenti, cristiani o musulmani, che sono veramente interessati a tale dialogo. Solo un piccolo numero di intellettuali desidera studiare da teologo o filosofo la questione della verità all'interno della propria tradizione di fede e ancor meno sono quelli che vorrebbero farlo dialogando con dei loro colleghi appartenenti ad altre tradizioni e con presupposti di base talora opposti ai propri. Molti cristiani in Gran Bretagna considerano l'Islam una falsa religione propagata con la violenza che minaccia attualmente di conquistare un Occidente indebolito dal liberalismo. L'odio reciproco tra arabi e israeliani in Palestina e nel Medio Oriente offre poche prospettive per una soluzione pacifica al conflitto e la guerra disastrosa in Iraq e la possibilità che un'altra ne scoppi in Iran sono nei pensieri di tutti. Nel frattempo la persecuzione di cristiani negli stati islamici continua. Certamente queste non sono condizioni che favoriscono un dialogo razionale.

 

 

Anche tra gli intellettuali avviare un dialogo serio è probabilmente difficile. Tanto per cominciare leggere le Sacre Scritture dell'altro è difficile. I musulmani insistono che il Corano non può essere pienamente apprezzato e veramente compreso se non è letto in arabo. Quindi ogni traduzione del Corano non è altro che una semplice interpretazione. Come se questo non bastasse nel momento in cui i musulmani si accostano alla Bibbia (quando sono preparati a farlo), la leggono con circospezione perché hanno appreso dal Corano che le scritture ebraiche e cristiane sono state corrotte (un modo facile per spiegare qualsiasi differenza che esista con il messaggio del profeta). Tale situazione fa pensare che ci sia un bisogno ancora più grande di un dialogo "pre-teologico" su origini, sviluppo e autorità della Scrittura.

 

 

Un'altra obiezione che ho incontrato è che l'apparente intesa in entrambe le tradizioni su che cosa sia l'amore per Dio e per il prossimo affermata da Una Parola Comune nasconda in realtà una profonda differenza nel modo di concepire Dio e l'uomo, cosa che mette in dubbio ogni iniziativa di dialogo. Adrian Pabst della Nottingham University lo ha detto in un recente articolo in cui scrive: «Teologicamente [il messaggio dei 138] sorvola su elementari differenze che esistono tra il Dio cristiano e il Dio musulmano. Il Dio cristiano è un Dio relazionale e incarnato. Inoltre il Nuovo Testamento e i primi testi cristiani parlano di Dio come di una divinità che possiede tre uguali Persone divine: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questo non è soltanto un punto di dottrina, ma ha delle importanti ripercussioni politiche e sociali. L'uguaglianza delle tre persone divine è la base dell'uguaglianza degli uomini - ognuno di noi è stato creato a immagine e somiglianza del Dio che è uno e trino. Quindi il Cristianesimo richiede una società radicalmente ugualitaria che sia al di sopra di ogni divisione di razza o di classe. La promessa d'uguaglianza e di giustizia universali racchiusa in questa concezione di Dio offre ai cristiani un modo per contestare e trasformare non solo le norme del sistema polico imperante ma anche le pratiche sociali (spesso corrotte) della Chiesa.

 

 

All'opposto troviamo il Dio musulmano, incorporeo e assolutamente unico: non c'è Dio se non Dio ed Egli non ha associati. Questo Dio è stato rivelato esclusivamente a Maometto, il messaggero (o profeta), tramite l'arcangelo Gabriele. Come tale il Corano è letteralmente la parola di Dio e l'ultima rivelazione divina che Egli aveva annunciato agli ebrei e poi ai cristiani. Anche in questo caso una tale visione di Dio ha importanti conseguenze per la politica e le relazioni sociali. Non solo l'Islam presuppone un'assoluta divisione tra coloro che si sottomettono al suo credo centrale e quelli che lo negano, ma contiene anche ingiunzioni divine contro gli apostati e i non credenti (anche se protegge i fedeli ebrei e cristiani). Il monoteismo radicale dell'Islam tende per giunta a fondere la sfera religiosa con quella politica, privilegiando un'autorità assoluta unitaria al posto di istituzioni intermedie e valorizzando la conquista e il controllo territoriale sotto il dominio diretto di Dio.

 

 

Queste (e altre) differenze significano che cristiani e musulmani non venerano o non credono nello stesso Dio; ragion per cui nelle due fedi l'amore per Dio e l'amore per il prossimo invariabilmente differiscono. Ignorando queste divergenze fondamentali gli autori della lettera aperta perpetuano miti su cristiani e musulmani che pregherebbero lo stesso Dio in modo differente. Peggio ancora, danno prova di una teologia semplicistica fondata su un monoteismo assoluto e senza mediazioni. Così senza volerlo fanno il gioco degli estremisti religiosi nei due campi che pretendono d'essere in possesso della conoscenza immediata, totale e conclusiva della volontà divina attraverso la sola fede». (2)

 

 

Trinità e Incarnazione

 

 

Ci sono qui vari e importanti errori: è vero che il Dio cristiano è «relazionale e incarnato», ma questo non vuol dire che sia incarnato di natura. I cristiani non sostengono che Dio si sia "necessariamente" incarnato. Come vedremo, si tratta invece di sapere che cosa voglia dire "incarnazione"; inoltre, se l'uguaglianza delle persone nella Trinità può costituire la base per un'uguaglianza universale, lo stesso si può dire dell'insistenza musulmana sull'uguaglianza davanti all'Unico Dio. Sia l'Islam che il Cristianesimo postulano una «società radicalmente ugualitaria che sia al di sopra d'ogni divisione di razza o di classe»; infine, il Dio musulmano sarebbe «stato rivelato esclusivamente a Maometto, il messaggero (o profeta) tramite l'arcangelo Gabriele». In realtà l'Islam non rivendica l'esclusività della rivelazione di Dio, ma insiste su una moltitudine di messaggeri divini di cui Maometto fu solo l'ultimo, il sigillo. Certo questo causa problemi a coloro, come i seguaci del Bab e Baha'u'llah, che credono in un messaggero posteriore, ma non è meno assolutistico dell'insistenza cristiana sul fatto che non c'è alcuna salvezza al di fuori della Chiesa e che Gesù Cristo è il solo mediatore tra cielo e terra. Infine per una religione che «privilegia un'autorità assolutamente unitaria [...] sotto il dominio diretto di Dio», l'Islam è notevolmente eterogeneo e disunito dal punto di vista politico rispetto alla Chiesa Cattolica che rimane fedele al papa. Invece di imporre una teocrazia diretta, l'Islam crede nel dominio della legge divina (Shari'a), una nomocrazia, cosa che autorizza molteplici interpretazioni.

 

 

Un approccio più giusto darebbe per scontato che la parola "Dio" (Allah in arabo) ha gli stessi referenti nelle due religioni. In entrambe le religioni il termine indica l'unico Creatore e Signore dell'universo. Ma come è inteso questo "Dio" e come le differenze che esistono cambiano la nozione di "amore"? Ecco qualcosa di più interessante da discutere. Cominciamo dicendo che qualunque sia il senso che i cristiani danno alla "Trinità" - e qualunque sia l'accusa che i musulmani rivolgono al riguardo - entrambi dovrebbero accettare che Dio è "uno solo" nel senso dato dagli ebrei e dai musulmani. Concettualmente sviluppata dai Cappadoci e da altri Padri della Chiesa e sanzionata nel Credo cristiano, la Trinità non va intesa come una divisione o una moltiplicazione (cosa che il Credo rigetta espressamente) della natura divina, la quale rimane una e indivisa in ciascuna delle Persone.

 

 

La distinzione cruciale è tra la Natura e la Persona perché secondo il Cristianesimo Dio è uno solo rispetto alla prima e tre rispetto alla seconda. La Natura divina non esiste se non come tre Persone e ogni Persona - distinta dalle altre solo da relazioni di origine eterna - è identica alla Natura divina. Questa dottrina cerca di definire un mistero tramite un paradosso. Ciononostante, è una conclusione perfettamente razionale imposta al Cristianesimo dalla rivelazione della divinità di Cristo insieme alla distinzione che egli stesso fece tra la sua persona e quella del Padre e dello Spirito divino. È possibile anche dire che il Corano non nega affatto la Trinità cristiana (se non implicitamente), ma solo la triade divina composta da Dio, Gesù e Maria - un'incomprensione della dottrina cristiana che può essere stata diffusa da antichi eretici. (3) L'Islam sembra aver rigettato la divinità di Gesù per non farne un secondo Dio e senza una terza Persona divina è esattamente quello che sarebbe avvenuto. La Trinità cristiana sarebbe collassata in una falsa Dualità. Non si può affermare la seconda Persona senza affermare la Terza, che è lo Spirito d'Unità.

 

 

Per quanto riguarda l'Incarnazione dalla quale deriva la dottrina della Trinità, i musulmani la negano in base a quello che ai cristiani sembra essere un altro malinteso. In ogni caso l'Islam possiede una cristologia relativamente "alta" rispetto a certe sette protestanti (più alta ancora se si considerano certi commenti sufi sul Corano). Un'utile introduzione è fornita da Mahmoud Ayoub nel suo libro A Muslim View of Christianity. (4) Il profeta Gesù ('Isa) è l'unico Messia senza padre umano essendo stato "insufflato" nel grembo di Maria (che è senza peccati ed è la sola donna il cui nome compare nel Corano) dall'angelo Gabriele inviato da Dio. Gesù è descritto come la "Parola" (qualche volta come lo Spirito) che Egli inviò, insufflò o pose nel grembo verginale di Maria [Cor 4,171; 66,12]. Dopo essere stato trasportato sul trono di Dio alla fine della sua vita terrena, egli ritornerà alla fine del mondo per annunciare il giorno del Giudizio. Naturalmente le divergenze dagli insegnamenti cristiani sono altrettanto rilevanti. Per esempio secondo il Corano gli ebrei«né l'uccisero né lo crocifissero » [Cor 4,157], anche se pensarono di averlo fatto, perché Dio lo innalzò a sé. Solo alcune congetture (il Corano non è più esplicito sul tema) fanno pensare che qualcun altro sarebbe morto sulla croce al posto di Gesù, forse Giuda.

 

 

Un cristiano potrebbe ribadire che la Bibbia non dice che "gli ebrei" crocifissero Gesù, anche se è vero che una folla di ebrei ne chiese la crocifissione e che quest'ultima era una forma di punizione romana che fu per forza imposta dai romani. Ma una tale argomentazione sbaglia completamente bersaglio. A giudicare dai versetti pertinenti del Corano, il motivo per insistere sulla non-crocifissione di Gesù sembra essere stato lo scandalo che un destino così umiliante per il Messia di Dio avrebbe causato, cioè lo stesso motivo che aveva spinto le autorità ebraiche a volere la crocifissione di Gesù - perché pensavano che ciò avrebbe contraddetto le affermazioni di questo rabbino blasfemo - e il motivo per cui la maggior parte dei discepoli lo abbandonarono fino alla sua risurrezione dai morti (un miracolo che il Corano trascura anche se parla dell'ascensione). Ci volle Gesù in persona per spiegare ai suoi discepoli delusi in cammino sulla strada di Emmaus perché «bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria» per mezzo di queste [Lc 24,13-27], presumibilmente secondo le linee che San Paolo e altri esporranno nelle lettere del Nuovo Testamento.

 

 

L'Amore per Dio

 

 

Queste differenze e similarità sono precisamente quel tipo di cose che un vero dialogo teologico cercherebbe di esplorare, come comincia a fare così bene Mahmoud Ayoub nel suo libro citato. Ma come possono esse incidere su come s'intende amore - sia l'amore per Dio che l'amore per il prossimo? Come dice la Parola Comune, sia per i cristiani che per gli ebrei i due comandamenti sono l'amore per Dio e l'amore per il prossimo. Ma per i cristiani, Gesù è nella sua stessa persona Dio e il prossimo in tal modo che i due comandamenti sono unificati: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» [Gv 13,34].

 

 

L'Islam tende a ribadire il contrasto tra Dio e l'uomo anziché l'intimo rapporto tra i due (anche se il Corano - 50,16 - dice che Dio è più vicino all'uomo della sua vena giugulare). D'altra parte i sufi direbbero (nella poesia d'amore la cui eloquenza è pari a quella di ogni altra nella letteratura mondiale) che Dio è la suprema Bellezza e Verità e che non possiamo fare altro che amarlo e lodarlo se pensiamo veramente di conoscerlo. Quanto a Dio, egli è Al-Wadud (l'amorevole, il buono), e si dice che il suo amore per noi è settanta volte più grande che quello di una madre per il proprio figlio.

 

 

Eppure non è del tutto la stessa cosa dire che Dio ama e che Dio "è" amore [1Gv 4,16]. Solo se Dio è tre Persone si può dire che Dio non solo ama le sue creature ma che "è" amore. Non c'è alcun dubbio che l'Islam parla dello stesso Dio ma la vita interiore di questo Dio è stata rivelata attraverso Cristo. È veramente possibile amare con tutto il proprio cuore un impenetrabile Assoluto? L'Incarnazione ci mostra un Dio che può essere amato perché, avendo assunto una natura umana, ha un viso umano. A queste obiezioni un musulmano può ribattere che anche l'Islam dice che bisogna sottomettere i propri cuori a Dio, obbedire per amore e questo certamente sottointende un Viso divino rivolto al mondo al quale si possa rispondere. Il Dio dell'Islam non è completamente senza volto. «Ovunque vi volgiate, ivi è il Volto di Dio, ché Dio è ampio sapiente» [Cor 2,115]. Infatti l'intenso amore dei musulmani per il Corano si spiega in parte col fatto che il Libro è considerato in se stesso una manifestazione particolare dell'amore di Dio, di fatto quasi un'incarnazione. Certamente gli autori della Parola Comune credono nell'amore perché scrivono: «Il richiamo ad essere completamente devoti a Dio anima e corpo, lungi dall'essere un richiamo ad una mera emozione o stato d'animo, è infatti un'ingiunzione che richiede un totale, costante e attivo amore di Dio. Si tratta di un amore a cui il cuore spirituale più intimo e l'intera anima - con la sua intelligenza, volontà e sentimento - partecipano attraverso la devozione».

 

 

In conclusione, reali differenze possono esistere come possono esistere somiglianze nel modo in cui l'amore è compreso e motivato nelle due tradizioni ed esse devono essere discusse. I brevi commenti fatti servono solo a incoraggiare una riflessione. Ma le discussioni teologiche che speriamo di vedere svilupparsi nei prossimi anni non metteranno sicuramente in dubbio la conclusione fondamentale della Parola Comune, cioè che possiamo almeno accettare il dovere di trattare l'altro con il rispetto, la giustizia e il riguardo che gli sono dovuti per il suo essere, al pari di noi, creatura di Dio; possiamo inoltre far nostra la conclusione che il nostro mondo e anche le nostre anime eterne sono «in pericolo se non riusciremo a fare sinceramente uno sforzo per la pace e giungere ad un'armonia condivisa». In fin dei conti dobbiamo sperare assieme agli autori di Una Parola Comune che Dio ci possa dire come affrontare le questioni sulle quali dissentiamo.

 

 

Può essere che col passar del tempo il vero "scontro di civiltà" si riveli non quello tra l'Islam e l'Occidente ma piuttosto quello tra i promotori di una visione teocentrica e transcendentale del mondo e quanti aderiscono a una visione principalmente laica e profana. È più probabile che i cristiani veramente credenti si ritrovino alleati di ebrei, musulmani, induisti ed altri contro un aggressivo materialismo ateo che considera la pratica religiosa come irrazionale e l'educazione religiosa come una forma di indottrinamento che alcuni atei (come il professor Richard Dawkins di Oxford) hanno paragonato alla violenza sui minori. A dispetto delle loro differenze, cristiani e musulmani sono entrambi eredi della civiltà classica, e anche se hanno articolato la ragione filosofica ognuno a suo modo, il loro lungo dialogo - che troppo spesso è degenerato in insulti e polemiche su uno sfondo di violenza politica - dimostra comunque che un importante punto d'incontro esiste. Il recente messaggio ne è la prova per chiunque abbia cominciato a dubitare che un dialogo razionale sia possibile al giorno d'oggi.

 

 


 

 

 

(1) Una Parola Comune tra Noi e Voi, 2007 (http://www. acommonword.com/lib/downloads/CW-Total-Final-Italian.pdf).

 

 

(2) Adrian Pabst, We Need a Real Debate, Not More Dialogue, in «International Herald Tribune», 13 novembre 2007.

 

 

(3) L'intima identificazione di Maria con lo Santo Spirito operata nel cattolicesimo - San Massimiliano Kolbe la definì la "quasi incarnazione" dello Spirito - rende questo errore qualcosa di interessante.

 

 

(4) A Muslim View of Christianity: Essays on Dialogue by Mahmoud Ayoub, diretto da Irfan A. Omar, Orbis Books, Maryknoll, 2007.

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