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Cristiani nel mondo musulmano

Sradicare l'albero del terrorismo

«I copti tra due fuochi»: così P. Rafiq Greiche, Direttore dell’Ufficio Stampa della Chiesa cattolica in Egitto, descriveva a Oasis la situazione della minoranza cristiana poco prima di Natale. L’attentato alla Chiesa dei Santi ad Alessandria ha purtroppo dimostrato che non esagerava.

 

 

Il primo fuoco – continuava – è costituito dal governo, o meglio dall’apparato burocratico, che senza grande clamore mette spesso in atto politiche discriminatorie: difficile avere il permesso di costruire nuove Chiese, quasi impossibile per un cristiano accedere agli alti gradi dell’amministrazione, dell’esercito e dell’insegnamento universitario, impossibile veder registrata sulla propria carta d’identità un’eventuale conversione dall’Islam al Cristianesimo. Ed è appunto sul governo che si sono appuntate le pressioni internazionali, oltre che la rabbia dei manifestanti copti.

 

Si può confidare che le proteste determineranno qualche mutamento. Tuttavia appare ingenuo pensare che ciò basterà ad arrestare il terrorismo, il secondo fuoco indicato da P. Rafiq; una realtà che si estende ben oltre i confini egiziani.

 

 

Dopo l’attentato di Alessandria, come in altri casi analoghi, c’è chi piange e c’è certamente anche chi esulta. Ma sono minoranze. La vera battaglia si gioca a livello della maggioranza silenziosa. Un domenicano iracheno intervistato da Oasis dopo l’attentato alla cattedrale siro-cattolica di Baghdad spiegava: «Ci sono persone molto solidali con noi. Questo atteggiamento si è visto in particolare a Bagdad. Ci sono molti giovani musulmani e donne musulmane che vengono a pregare per i martiri caduti nella chiesa. Altri sono indifferenti, non vedono, non se ne interessano, e io ho un po’ paura di questa gente [...] Capita persino che ci prendano in giro». Negli ultimi fatti però entra in scena un fattore sinora inedito: l’immediatezza dei nuovi media. Le immagini dell’attentato, addirittura i profili Facebook di una delle vittime, le manifestazioni successive, tutto è facilmente reperibile su Internet. Nessuno sa veramente come reagiranno le coscienze. Saranno di più gli egiziani che si chiudono occhi e orecchi o quelli che si mostrano solidali con le vittime? I terroristi, nella loro rincorsa alla spettacolarizzazione dell’omicidio, nello strano impasto di modernità reazionaria che li contraddistingue, hanno fatto una scommessa: saranno di più i conniventi. Ma esiste la possibilità di un effetto boomerang. Perché, nonostante le mille interpretazioni possibili, rimane il fatto: più di 20 persone sono state fatte saltare in aria mentre si trovavano in preghiera. Impossibile non chiedersi: «Che cosa hanno fatto di male?».

 

 

Sull’evidenza della verità scommette con decisione Benedetto XVI dall’inizio del suo Pontificato. Ma con una fondamentale aggiunta: bisogna indicare con chiarezza anche la ragione per cui è sbagliato uccidere in nome di Dio. Da qui nasce l’invito a ripetere il gesto di Assisi, nella convinzione che non basta condannare i frutti amari del terrorismo, ma bisogna sradicarne l’albero. Che l’Islam contemporaneo abbia un problema con la violenza è sotto gli occhi di tutti, prima di tutto sotto gli occhi dei musulmani stessi, che continuano a pagare il maggiore tributo di sangue nella lunga guerra scatenata dai terroristi (basterà pensare alle centinaia di migliaia di caduti in Algeria o al recentissimo caso del governatore del Punjab in Pakistan). Avviare una riflessione seria su questo tema è in prospettiva il miglior mezzo per arrestare la spirale di odio.

 

 

* Questo articolo è stato pubblicato su Avvenire del venerdì 7 gennaio 2011, a pagina 2.

 

 

 

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