Gli anni trascorsi in Algeria, la testimonianza di Fratel Charles, una nuova idea di missione. Una conversazione con padre Silvano Zoccarato

Ultimo aggiornamento: 06/06/2022 09:50:19

Missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), padre Silvano Zoccarato ha conosciuto Charles De Foucauld non solo attraverso i suoi testi, ma anche attraverso le persone che si sono ispirate alla sua opera, in particolare le Piccole Sorelle di Gesù. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.  

 

Lei ha iniziato la missione del PIME a Touggourt, in Algeria. Ci può raccontare quell’esperienza?

 

Era l’alba del terzo millennio e ai superiori del PIME arrivò una lettera dall’Algeria; il “vescovo del deserto” monsignor Michel Gagnon, responsabile della diocesi di Laghouat-Gardaya – una delle più vaste del mondo per superficie – chiedeva una comunità composta da un missionario di 70 anni, uno di 50 e uno di 30 per iniziare una piccola presenza nel Sahara. Quando la lessi, sentì che era per me: aprirsi al mondo arabo! Era il 2006. Avevo appunto 70 anni e, leggendo che si cercava anzitutto qualcuno con una certa esperienza, sentii forte l’invito e mi resi subito disponibile. Erano anche gli anni dell’esortazione di Giovanni Paolo II, che invitava: «Carissimi missionari, nella Chiesa per grazia di Dio si aprono ogni giorno nuovi cantieri di evangelizzazione e di impegno. Sappiate ascoltare lo Spirito che vi interpella e rispondergli con generosità, accogliendo le sfide dell’ora attuale...». 

 

Vissi 10 anni a Touggourt, un’oasi nel deserto divenuta una città e abitavo in una vecchia casa lasciata dai Padri Bianchi. La chiesa era stata affidata a un’associazione musulmana.  Non era possibile catechizzare o battezzare come ero stato abituato a fare nei miei trent’anni di Camerun. Dovevo semplicemente essere lì e vivere in amicizia, incoraggiare e pregare. Mi ha aiutato la facilità con le lingue. Sono riuscito presto a celebrare la messa in arabo con le Piccole Sorelle seguaci di Charles de Foucauld e ho potuto aiutare dei giovani musulmani con l’italiano e il francese. In Camerun ho anche sviluppato l’attitudine a una certa riflessione culturale, ascoltando e raccogliendo le storie, i miti, i proverbi dell’etnia Tupurì. Ho sempre cercato di cogliere nella vita quotidiana le piccole occasioni di incontro, bevendo a volte il tè con amici sul marciapiede, e di raccontarle poi agli amici in Italia in brevi “cartoline”. Per l’evangelizzazione si trattava di fare ciò che ha fatto Gesù: coinvolgere e lasciarsi coinvolgere, mantenendo viva la propria identità. Ancora oggi continuiamo a sentirci vicini tramite Facebook.

 

Ho avuto il grande dono di condividere ogni giorno l’Eucaristia e lasciarmi formare presso le Piccole Sorelle di Gesù, il cui programma di vita è quello voluto dalla loro fondatrice Magdeleine Hutin: «Poter restare piccole sorelle di niente… che possano vivere, abitare, viaggiare come i più piccoli… come Gesù, che non perdette nulla della sua dignità divina, facendosi un povero artigiano. Avere il diritto d’essere povere… d’offrire la vita a immolazione per i fratelli dell’islam. Vivere intimamente mescolate alla massa umana, come il lievito nella pasta. Umane e cristiane, senza nessuna distinzione, con una formazione di vita interiore molto profonda».

 

Da Touggourt mi son trovato poi spesso nei luoghi di Charles De Foucauld e ho vissuto a Beni Abbes e a Tamanrasset nei suoi eremi.

 

Che cosa ha significato mettersi sulle orme di Charles De Foucauld? Che cosa le hanno insegnato la vita e lo stile di fratel Charles?

 

Risponderò ripercorrendo alcuni momenti della sua vita e ricordandolo attraverso le sue parole. Il 9 giugno 1901 a Viviers Charles chiede l’ordinazione sacerdotale come massima adesione al ministero salvifico di Cristo per donarsi di più. Quattro mesi dopo, va ad abitare a Beni Abbès, nel Sahara dell’Algeria. Vi resta in attesa di poter entrare in Marocco, le cui frontiere erano chiuse, e vi rimane fino all’agosto 1905. Della sua vita nell’eremo di Beni Abbès scrive: «Tutti i giorni, ospiti, a cena, a dormire, a colazione; non c’è mai stato vuoto; ce ne sono stati 11, una notte, senza contare un vecchio infermo che ormai s’è stabilito qui. Ho dalle 60 alle 100 visite al giorno: questa fraternità è un alveare».

 

La prima angoscia che attanaglia la sua anima è la grande tragedia degli schiavi. Vuole passare subito all’azione. Il 9 gennaio 1902 riscatta uno schiavo: il primo di vari altri. Poi c’è la sua vocazione alla fraternità. Lui stesso scrive di voler «abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei e adoratori di idoli, a guardarmi come loro fratello, il fratello universale». Sono queste persone a chiamare la casa di Charles “Khawa” la “Fraternità”. Charles commenta che questo gli piace moltissimo, vuole «che si sappia ovunque in giro che la Fraternità è la casa di Dio, dove ogni povero, ogni ospite, ogni malato, è sempre invitato, chiamato, desiderato, accolto con vera gioia e gratitudine da fratelli che lo amano, gli vogliono bene e considerano il suo ingresso sotto il loro tetto come l’arrivo di un tesoro.

 

Quando ho vissuto per dieci giorni nella casa di Charles de Foucauld a Beni Abbès, non l’ho sentito come un santo, ma come l’uomo che si apriva. In quell’ambiente lo ripensavo accogliente verso gli schiavi e i visitatori, orante e celebrante davanti al Sacro Cuore, e appassionato della natura. I disegni ancora lì nel suo quaderno lo mostrano contemplativo del deserto, sui monti. I proverbi tuareg, i racconti e le prime parole che scriveva nel dizionario tuareg risuonano e incantano.

 

Quello di Fratel Charles è stato un apostolato della bontà, come ha detto lui stesso: «Vedendomi, si deve dire: “Poiché quest’uomo è buono, la sua religione deve essere buona…”. Vorrei essere buono abbastanza perché dicano: “Se tale è il servo, come deve essere il maestro!?”

 

Aggiungeva però una notazione importante: «Ma prima bisogna passare per il deserto, e restarvi, per ricevere la grazia di Dio. È là che ci si svuota, che si caccia da sé tutto ciò che non è Dio, si libera completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare posto a lui solo. Ci vuole silenzio, raccoglimento, vuoto, perché Dio si stabilisca e crei lo spirito interiore. Senza questa vita interiore anche lo zelo, le buone intenzioni, il lavoro intenso non produrranno nessun frutto. Si tratterebbe di una sorgente che vuol dare la santità agli altri, ma inutilmente, perché non ce l’ha. Dio si dà totalmente all’anima che gli si dona totalmente. E dunque impossibile voler amare Dio senza amare gli uomini. Più si ama Dio, più si amiamo gli uomini».

 

Charles è innanzitutto innamorato di Gesù, che riconosce nel Sacramento dell’altare ma anche nel sacramento degli uomini, nei poveri, come ha osservato anche Papa Francesco. Credo che questa sia una grande lezione per ogni missionario.

 

Dopo tanti anni, spesi in diversi Paesi, è cambiata la sua visione della missione?

 

Nei miei trent’anni in Camerun vivevo per la gente, ma ero anche staccato, fisso nelle mie posizioni di missionario. A Touggourt in Algeria invece è stato come dice Papa Francesco nella Laudato Si’: «Il buon vivere e convivere con tutti e ognuno». Insieme alle Piccole Sorelle di Touggourt, nelle relazioni con la gente ho potuto sentire l’anima delle persone e sentire verso di loro una vicinanza interiore. È qualcosa che sento vivo dentro di me e che vorrei continuare a conservare.

 

Ho cambiato stile di missione: dal dialogo su Gesù in Camerun, ho vissuto il dialogo del Gesù della vita, aiutato anche dal vescovo emerito di Laghouat-Ghardaïa, Claude Rault, che ha scritto il libro Il deserto è la mia cattedrale. La missione può aprirsi coinvolgendo ogni uomo coerente coi valori umani più autentici e di fede.

 

Ora credo che Dio continui a parlare, a salvare e a unire l’umanità tramite persone fedeli alle loro religioni, che convivono e dialogano con gente di culture e religioni differenti. Vivendo con i musulmani, ero fortemente impressionato quando mi raccontavano come sentono Dio e come Dio si fa sentire a loro. Mi dicevano che l’uomo non può vivere senza Dio, che la preghiera è la cosa più bella della vita. Il venerdì camminavo in mezzo alla gente e – alla voce del muezzin che invita alla preghiera – il quartiere si fermava all’improvviso, tutti si mettevano in ginocchio. «Cosa faccio qui?», mi chiedevo allora, ed ero spinto ad approfondire il mio essere cristiano, a rendermi conto di ciò che ci unisce già, anche se resta velato, prudente, in attesa.

 

Il mio era semmai un “apostolato da marciapiede”, nel senso che si svolgeva camminando, durante le mie passeggiate per andare dalle Sorelle o qualche volta a mangiare un pasto da operaio per pochi dinari in una mensa pubblica. Vivendo 10 anni a Touggourt, la gente mi salutava col saluto musulmano o chiedeva di pregare per loro.

 

Aveva ragione l’arcivescovo di Algeri Tessier: «Non basta amare la Chiesa d’Algeria, ma è l’Algeria che va amata. Quindi gli algerini. Si ama l’Algeria nelle persone che incontriamo. Questo è prioritario: partire dall’amicizia e mirare all’amicizia inserendosi nel tessuto della vita. Ciò comporta uno sguardo che sappia capire l’islam e rispettarlo come religione dei popoli ai quali siamo inviati».

 

Ma poi tutto questo necessitava di un accostamento, un’impresa non semplice. Parlerei di testimonianza, annuncio, accoglienza, accompagnamento. Tutto si sviluppa dentro il “vento di Dio” che chiama alla conversione di chi annuncia e di chi accoglie. Più che di cambiamento si può parlare di fedeltà e sviluppo della fede che vivi, come cristiano e come musulmano o altro. Dio continuerà a condurre verso una comunione sempre più vera con Lui.

 

Se ci si limita ai numeri, Charles De Foucauld ha fallito. Lui stesso constatava di non aver convertito nessuno. Madeleine Delbrel diceva che De Foucauld ci ricorda la legge del Regno di Dio, cioè che dalla croce in poi ogni vittoria inizia con un fallimento. Quali sono i frutti del “fallimento” di Charles?

 

Charles de Foucauld fu colpito il primo dicembre 1916 a Tamanrasset, e morì solo. Un giorno mi trovai a Tamanrasset, seduto proprio accanto alla porta della casa di fratel Charles e al buco fatto dal proiettile che l’aveva colpito. Il piccolo fratello Antoine Chatelard mi disse: «Charles morì senza aver concluso il suo cammino di fraternità». Oggi 25 confraternite (Khawa) vivono nel mondo col suo spirito, tante persone hanno nel cuore la loro Khawa con Jesus Caritas. Tra le prime di questa famiglia ci sono le Piccole Sorelle di Gesù di Magdeleine Hutin, con le quali ho vissuto dieci anni a Touggourt. Le confraternite costituiscono una vera rivoluzione della vita religiosa: piccoli gruppi contemplativi che vivono nel mondo e praticano un lavoro; ecco qualcosa di molto diverso da ciò che era la vita religiosa tradizionale. Fraternità non solo come passione missionaria ma condivisione della stessa identità naturale dell’uomo e del cristiano. Mi colpisce che sia stato Ali Merad, algerino musulmano, specialista del pensiero islamico moderno, a scrivere queste righe: «Charles de Foucauld forse non convertì neppure un musulmano, ma prese un cammino evangelico che non avrebbe preso senza l’islam e senza il deserto e contribuì a trasformare di non poco l’attitudine della Chiesa cattolica, 50 anni dopo la sua morte, col Concilio Vaticano II, rispetto alle altre religioni e culture dentro la comunità umana». 

 

Che cosa ha da dire Charles de Foucauld oggi, sia rispetto al rapporto con i musulmani che alla vita della Chiesa in generale?

 

Ogni santo porta una novità. Gesù è venuto per essere immagine del Padre. Il cristiano diventa immagine viva di Gesù, che vive il suo “oggi” nei santi. Questa volta però il nostro santo è un po’ scomodo.  Scomodo per la società, per la Chiesa e per ogni credente. De Foucauld lascia la sua società borghese, occupata a contare i propri soldi e i propri terreni e a difendere il proprio io. Vive in una Chiesa povera, sulla strada, eucaristica nel cuore e nell’incontro. Ci fa incontrare con tutti per quello che siamo, anche se diversi per razza, cultura, religione. La canonizzazione di Charles De Foucauld, definitosi Fratello Universale, aprirà la Chiesa, e speriamo anche il mondo intero, a una ulteriore fraternità, la stessa che Papa Francesco, all’inizio dell’enciclica Fratelli Tutti, vede in san Francesco d’Assisi e in chiusura indica proprio in Charles de Foucauld.

 

Per secoli, in Occidente si è concepito “l’altro” unicamente attraverso categorie peggiorative: l’eretico, l’indemoniato, l’immorale, la strega, l’ebreo, il feroce Saladino... Oggi papa Francesco dice a tutti gli uomini: «Fratello». Uno dei tratti caratteristici dell’ispirazione di de Foucauld è stato rendere Cristo presente anticipatamente tra i musulmani per mezzo dell’Eucaristia. Un’indicazione attuale e profetica al tempo stesso, anche perché il Papa si rivolge non solo ai cattolici, ma a tutti coloro che vogliono percorrere un cammino di comunione e di fraternità universale.

 

Fraternità, non come parola astratta, ma come vita vera, come dono di Dio all’umanità. L’avventura missionaria di Charles de Foucauld è all’origine dell’apertura realizzata per la Chiesa da papa Giovanni XXIII e continuata nel Concilio Vaticano II: un nuovo modo di leggere e di vivere il Vangelo e di incontrare l’Altro. La fraternità diventa una chiamata, una vocazione a vivere un’esistenza nuova, aperta, donata. È voluta come educazione per il mondo d’oggi e comunione tra tutte le religioni, fino ad amarci tra noi, tutti con l’amore di Dio. Come ha scritto Teilhard de Chardin, «È proprio dell’amore suscitare amore e alimentare processi unitivi. Amare è unire». Gli fa eco san Massimiliano Kolbe: «Solo l’amore crea!».

 

Con la prossima canonizzazione di Charles de Foucauld, lo Spirito Santo aiuterà la Chiesa ad aprirsi. È ancora il messaggio di Papa Giovanni quando aveva aperto al mondo il volto materno della Chiesa e oggi quello di Papa Francesco quando parla di “Chiesa in uscita”.

 

Uscendo dalla pandemia, vedremo persone provate e rinnovate dalla sofferenza e lo saremo anche noi. Incontreremo anche persone mai viste prima nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei viaggi. Questi incontri potrebbero essere non solo la ripresa, ma l’inizio di una vita nuova. Ma se non si fa attenzione, si può cadere nella dispersione della babele attuale di pensiero, di valori. E forse in un senso di apatia e di smarrimento. Non solo le nostre persone stanno attraversando un periodo difficile, ma anche le nostre società, la Chiesa stessa.

 

Si tratta allora di vedere che le diversità sociali, religiose, culturali delle persone che incontriamo non sono ostacoli, ma valori, ricchezze per tutti. È quello che ha vissuto il santo Giovanni Paolo II, quando dopo aver pregato ad Assisi accanto ai responsabili di alcune religioni mondiali disse che «In ogni preghiera autentica, prega lo Spirito Santo». Anche Papa Francesco crede nell’importanza della preghiera che unifica. La sua preghiera innalzata l’anno scorso nella Piana di Ur in Iraq, può essere colta come sintesi di un viaggio di pace e fraternità nella comune radice nel Dio della promessa: «Ti chiediamo, Dio di nostro padre Abramo e Dio nostro, di concederci una fede forte, operosa nel bene, una fede che apra i nostri cuori a Te e a tutti i nostri fratelli e sorelle; e una speranza insopprimibile, capace di scorgere ovunque la fedeltà delle tue promesse».

 

Il Vangelo vuole arrivare ai confini del mondo e resta in cammino, affidato continuamente a nuovi discepoli, con nel cuore la presenza dello Spirito del Risorto. Potessimo vivere quanto c’era nel cuore di Charles de Foucauld: Iesus Caritas, il senso vivo della presenza di Gesù Cristo amore che lo spingeva sempre oltre. Coinvolti nello stesso progetto di amore di Dio che vuole i suoi figli uniti. Lo Spirito farà vivere nuove relazioni in cui il desiderio di verità si completa con la visione delle saggezze altrui e con un’attitudine amorosa per il prossimo che sola può pretendere di avvicinarci (pur senza mai raggiungerlo) al mistero.

 

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