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Cristiani nel mondo musulmano

Una nuova stagione per la Chiesa d'Algeria

Il monastero di Tibhirine

La Chiesa d'Algeria si fonda sulla diaconia e sulle iniziative culturali, strumenti per testimoniare la fede cristiana

Ultimo aggiornamento: 06/12/2018 09:24:33

La Chiesa d'Algeria è insignificante in numero: qualche migliaio di cristiani in un popolo di trenta milioni di musulmani. Ma, in questo popolo musulmano essa costituisce comunque un segno. Molti algerini, pur restando musulmani, ci dicono: «Voi siete la nostra Chiesa». Ecco ciò che vorremmo essere: non la Chiesa in Algeria, ma la Chiesa d'Algeria. Ed è così che ad esempio alcuni musulmani algerini ci dicevano, in occasione dell'elezione del nuovo Papa: «Perché la nostra Chiesa non è rappresentata a Roma nel momento in cui si sceglie il nuovo Papa?». Discorsi di questo tenore, naturalmente, non si tengono dappertutto, poiché siamo presenti soltanto attraverso 110 preti, 162 religiose e meno di diecimila battezzati. Tuttavia la nostra diffusione è relativamente capillare, poiché le nostre comunità, pur molto piccole, sono ripartite in un centinaio di luoghi sul territorio nazionale, il che comunque è poca cosa in un paese grande quattro volte la Francia.

 

 

Ma il segno dell'esistenza dei cristiani è dato non solo in quei luoghi in cui viviamo fisicamente, ma anche e più largamente attraverso la stampa ed i media audiovisivi che della Chiesa riferiscono ad un gran numero di persone, in questo vasto territorio dalla frontiera marocchina a quella tunisina e dal Mediterraneo fino allo Hoggar ed ai confini con il Mali ed il Niger.

 

 

Il segno principale rimane tuttavia l'esistenza delle nostre piccole comunità cristiane, talora estremamente esigue, ridotte alla misura di una comunità di petits frères nell'Assekrem[1] o una comunità di religiose sugli altopiani o in un quartiere popolare. Molti in Algeria, benché musulmani, sono fieri d'avere così "la loro Chiesa" o, in ogni caso, d'avere presso di loro qualche cristiano o una comunità di religiose.

 

 

Come minoranza cristiana in una società musulmana, per noi il discorso viene al secondo posto perché le apologetiche e polemiche del passato hanno per molto tempo chiuso le porte al dialogo. è necessario cominciare ponendo atti di testimonianza. 

 

 

È la diaconia, il servizio al prossimo, a costituire la dimensione della prima relazione. In Algeria oggi essa passa attraverso questi canali: cura degli handicappati, attraverso cui si vive il rispetto della dignità umana ed il reinserimento nella società d'una categoria di esseri umani particolarmente sfavoriti; azioni a vantaggio delle giovani e delle donne, che raggiungono un'altra categoria di persone spesso sfavorite nel paese (artigianato, formazione femminile, rivista El Hayat, etc.); formazione di giovani per compensare i deficit dell'ambiente familiare; sostegno per la scuola e l'università (5mila studenti in medicina iscritti nella sola Università di Algeri); aiuto agli anziani, con il sostegno della stessa popolazione musulmana.

 

 

Un altro ambito privilegiato di questa testimonianza tramite i fatti è rappresentato dalle iniziative culturali: conferenze, traduzioni, sviluppo di relazioni oltre le differenze linguistiche. Ad esse s'aggiunge anche, in qualche gruppo, la condivisione spirituale.

 

 

Un solo esempio basterà per evocare questi aspetti molteplici della diaconia. Si tratta di una donna impegnata da quarant'anni in attività educative nel suo quartiere. Uno dei suoi ex-allievi scrive: «...Partecipa ancora a questa associazione di reciproco aiuto popolare e familiare che muove piccoli passi nel paese, sempre cercando di strappare qualche locale, qualche minima cosa da responsabili insensibili. Quella donna è puramente e semplicemente oro. Per i nostri monelli di Leveilley, Oued Ouchaïda e di tanti quartieri popolari è stata la nostra prima maestra. E quando la si incontra oggi e la si trova, ancora attenta, impegnata a servire i più poveri tra i poveri, ci si rende conto che non smetterà mai d'essere la nostra maestra» [2].

 

 

 

 

 

ll Messaggio di Giovanni Paolo II

 

 

La nostra Chiesa d'Algeria, certamente, nutre in primo luogo la fede dei suoi fedeli. Ma diviene sempre più, al pari di Giovanni Paolo II, un segno per tutto il popolo algerino, o per lo meno per quanti ci conoscono. è l'applicazione di quella sacramentalità della Chiesa di cui parla il Concilio Vaticano II. Ciò che è stato detto in maniera generale sul segno che la vita del Papa ha rappresentato, si è dimostrato particolarmente vero nella nostra società algerina nel momento in cui i media hanno annunciato la notizia della malattia del Papa, poi della sua morte. In un paese in cui i giornalisti sono musulmani e scrivono per musulmani, tutti i giornali hanno largamente illustrato il senso della vita e del messaggio di Giovanni Paolo II.

 

 

Il Presidente della Repubblica algerina, Abdelaziz Bouteflika, ha così scritto: «Un ardente difensore delle giuste cause ed un simbolo della saggezza è venuto a mancare dopo un lungo percorso che gli è valso l'ammirazione ed il rispetto non solo di tutti i popoli monoteisti del mondo, ma dell'insieme della comunità internazionale. Desidero rendergli omaggio perché ha saputo difendere, a prezzo della sua salute ed a rischio della vita, i principi ai quali era profondamente legato e da cui non si è mai allontanato, ergendosi coraggiosamente contro le atrocità della guerra e della violenza e raccomandando ovunque la pace, la fratellanza e la concordia tra gli uomini».

 

 

Il Presidente di un'associazione locale di Boumerdès ci scriveva: «La sua morte non è soltanto una perdita per la Cristianità, ma per tutta l'umanità. Ha saputo trasmettere a coloro che gli hanno prestato ascolto il senso del pentimento e del perdono. Ha saputo toccare i cuori ed esortare gli uomini ad un amore ed un'amicizia più grandi perché la pace nel mondo possa essere realtà... Spetta ora agli uomini di buona volontà continuare la sua opera, perché gli uomini diventino fratelli gli uni degli altri».

 

 

Una terza testimonianza esprime reazioni simili: «La perdita del Papa Giovanni Paolo II tocca il mondo intero. Per me, questo signore è un motivo di vanto per la Cristianità e per il mondo intero. Auspico vivamente che i musulmani abbiano un uomo così, di questa tempra, di questa saggezza e purezza». Si potrebbero riferire centinaia di reazioni simili. Esse dimostrano che il segno costituito dalla vita e dal messaggio di Giovanni Paolo II è stato percepito ed accolto da numerosi algerini musulmani. Dimostrano anche che le nostre comunità appaiono loro proprio come la presenza, al loro fianco, della Chiesa Universale. In società musulmane in cui, da secoli, si divide il mondo tra fedeli ed infedeli, questo riconoscimento di valori nell'esistenza del Papa è il segno che diverse cose stanno cambiando, soprattutto se si tiene conto dell'apologetica musulmana che non cessa di dire che l'Islam è una religione senza clero e che accusa i cristiani d'aver sostituito all'adorazione di Dio la venerazione delle loro gerarchie.

 

 

La vita della Chiesa in Algeria ci offre l'opportunità di iniziare una nuova stagione della missione, quella della testimonianza cristiana a persone credenti che appartengono ad un'altra religione. Non si tratta di negare la possibilità di conversioni di musulmani al Cristianesimo. Esse esistono, oggi più che in passato. Si tratta piuttosto di cercare in che modo il dono che Dio ci ha fatto attraverso la vita di Cristo possa diventare, tra le altre cose, un segno per dei non cristiani, nel caso specifico dei musulmani.

 

 

D'altronde, questo movimento è reciproco perché anche noi dobbiamo scoprire nei nostri fratelli musulmani gli esempi di fedeltà alla chiamata che Dio rivolge loro, nell'intimo delle loro coscienze, e riceverne testimonianza per sostenere la nostra propria fedeltà a Dio.

 

 

Troppo spesso abbiamo confiscato il volto di Gesù, quasi che potesse portare un messaggio di vita solo ai cristiani ed ai catecumeni. Gesù ed il Suo Vangelo sono doni di Dio per tutti gli uomini di buona volontà, anche per quelli che restano nella loro religione d'origine. Come cristiano, posso trovare segni nella vita di Gandhi. Perché un musulmano non potrebbe trovare dei segni di Dio nella vita e nel messaggio di Gesù? Un musulmano che legge la parabola del figliol prodigo o quella del buon samaritano o l'episodio dell'adultera può accogliere le chiamate iscritte in questi testi come incitazioni ad entrare personalmente negli atteggiamenti spirituali che questi testi suggeriscono.

 

 

Troppo a lungo si è ridotto l'ambito della testimonianza cristiana al circolo limitato dei battezzati e dei catecumeni. E certamente essi hanno pieno diritto a questa testimonianza. Ma occorre adesso scoprire che esiste un dono di Cristo anche per coloro che, attualmente, restano nella religione dei loro padri, ma si fanno sensibili ai segni particolari che la Chiesa ed i cristiani rivolgono loro.

 

 

Un direttore di giornale, islamista, che aveva conosciuto un cristiano, viene a dirgli, dopo qualche tempo, tutto contento: «Ho trovato nel Vangelo questa frase che cambia il mio modo di vedere; "Se amate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Forse che i pagani non fanno lo stesso? "» E non è questa una parola di Gesù preziosa per ogni uomo, cristiano o non cristiano? Proprio questo, in effetti, voleva dirci una ragazza, amica della Chiesa di Orano, relativizzando le differenze che i dogmi stabiliscono, quando si tratta di fedeltà concrete da mettere in pratica insieme: «In Algeria il sangue si è mescolato. Questo credeva Pierre Claverie, lui che ha mescolato il suo sangue con quello di Mohammed. Non vi sono specialmente cristiani, né specialmente musulmani: c'è la rivelazione di Dio all'uomo».

 

 

 

 

 

Incontro per la Riconciliazione

 

 

La storia ha posto troppo spesso cristiani e musulmani in campi avversi. Gesù ci ha mandati a renderci prossimi a quelli da cui saremmo potuti restare lontani. Nella parabola del Buon Samaritano ci pone la domanda: «Quale dei tre, secondo te, si è mostrato prossimo all'uomo che era incappato nei briganti?». Musulmani cui, in questi ultimi anni, è stato insegnato che il mondo si divideva in fedeli ed infedeli ed è stato consigliato, molto spesso, di non frequentare gli infedeli, scoprono così che non bisogna mettersi al posto di Dio suscitando le Sue creature le une contro le altre. Allo stesso modo, cristiani che sono stati educati nei medesimi pregiudizi, imparano in Algeria a fare del superamento dei confini un luogo della loro fedeltà a Dio: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».

 

 

Ed è così che, nonostante secoli di pregiudizi, veniamo invitati a feste di famiglie o ad occasioni ufficiali. Siamo fotografati ai matrimoni accanto agli sposi. Si moltiplicano i gesti di attenzione per le feste cristiane. Dapprima a titolo d'amicizia, sicuramente, ma anche perché ci vogliono dire, in qualche maniera: «Non siamo musulmani chiusi su noi stessi. Vogliamo far spazio ai cristiani che sono tra noi». Così si realizza il Regno di Dio nelle relazioni tra noi. Giovanni Paolo II ha scritto nella Redemptoris Missio, dando la prima definizione di Regno di Dio a livello di testo pontificio: «La natura del Regno è la comunione di tutti gli esseri umani tra loro e con Dio». Pertanto, ovunque l'uomo stabilisca rapporti di comunione, il Regno di Dio viene a lui. Ed il Papa insiste nello stesso documento affermando: «Il Regno si realizza progressivamente, man mano che gli uomini imparano ad amarsi, a perdonarsi e a mettersi al servizio gli uni degli altri» (Redemptoris missio 15).

 

 

Molti ci interrogano per capire il senso della nostra presenza in un paese musulmano. Notiamo in primo luogo che non si tratta soprattutto di una "presenza", ma di un "incontro", d'una "condivisione", d'una "comunicazione" che Dio ci affida perché si realizzi finalmente la riconciliazione, la conoscenza reciproca, l'amicizia e la comunione.

 

 

Una giovane donna musulmana, medico, scriveva dopo la crisi che abbiamo attraversato insieme durante il periodo islamista: «Penso che sia Dio a volere la presenza della Chiesa nella nostra terra d'Islam ... Siete un germoglio sull'albero dell'Algeria che, se Dio lo vuole, si schiuderà verso la luce divina».

 

 

È assolutamente notevole che nel bilancio del ministero di Giovanni Paolo II quasi unanimemente sia stato sottolineato il suo impegno nel dialogo interreligioso, sia a partire dalle iniziative del Papa ad Assisi, sia a causa dei suoi impegni durante i viaggi nei paesi musulmani, come nell'incontro con gli 80.000 giovani musulmani marocchini radunati attorno a lui dal Re Hassan II, sia nella visita della Moschea Omayyade a Damasco e in numerose altre occasioni.

 

 

Nell'ambito del dialogo interreligioso, molto si sono preoccupati, all'annuncio della scelta di Benedetto XVI come successore di Giovanni Paolo.

 

 

Temevano le posizioni espresse dal Cardinal Ratzinger nella dichiarazione Dominus Jesus, testo che, in verità, non riguardava direttamente la relazione con le altre religioni, ma soprattutto i rapporti ecumenici. Ci si è dimenticati di un altro documento preparato sotto la responsabilità del nuovo Papa e che è molto più attinente ai nostri temi che la Dominus Jesus: mi riferisco al documento del 1996 pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale di cui il Cardinal Ratzinger era allora presidente. Il testo dichiarava: «In questa fine del secondo millennio, la Chiesa è chiamata a testimoniare il Cristo risorto fino agli estremi confini della terra (Atti, 1,8), in vasti mondi culturali e religiosi. Il dialogo interreligioso è connaturale alla vocazione cristiana, s'inscrive nel dinamismo della Tradizione vivente del mistero di salvezza di cui la Chiesa è il sacramento universale. è un atto di questa tradizione» (n° 116). La nostra Chiesa si sente chiamata in causa da questa riflessione e riprende volentieri, per esprimere la sua vocazione, quest'altra frase dello stesso documento: «Il dialogo interreligioso prende il suo senso nell'economia della salvezza: fa più che riprendere il messaggio dei Profeti e la Missione del Precursore; si appoggia sull'avvenimento della salvezza compiuto dal Cristo e tende verso il secondo avvento del Signore. Il dialogo interreligioso è nella Chiesa situato escatologicamente» (n° 115).

 

 


 

[1] L'Assekrem è la regione del massiccio dello Hoggar dove Charles De Foucauld si ritirò in eremitaggio (N.d.T.).

 

 

[2] Mgr Henri Teissier, Chrétiens en Algérie, un partage d'espérance, Desclée de Brouwer, 2002, p. 230.

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