A fare le spese della restaurazione autoritaria messa in atto dal presidente Kais Saied è anche la Lega Tunisina dei Diritti dell’Uomo, la più antica organizzazione di questo tipo nel mondo arabo e vincitrice nel 2015 del premio Nobel per la Pace
Ultimo aggiornamento: 29/04/2026 09:37:15
Procede in Tunisia la restaurazione autoritaria iniziata nel 2021, dopo che la piccola repubblica era stata celebrata per anni come “l’unica storia di successo della Primavera araba”. Il 24 aprile scorso, alla Lega Tunisina dei Diritti dell’Uomo (LTDH secondo l’acronimo francese) è stata notificata una sospensione di 30 giorni, formalmente per “irregolarità amministrative”. La stessa sorte era toccata nei mesi scorsi a numerose altre organizzazioni, ma il caso della LTDH è particolarmente indicativo del clima instauratosi nel Paese nordafricano. Fondata nel 1976, la Lega è infatti la più antica organizzazione di questo tipo nel mondo arabo. Nel 2015, aveva addirittura ricevuto insieme ad altri tre soggetti il premio Nobel per la Pace in virtù del ruolo svolto nel “Dialogo nazionale” che aveva salvato la transizione democratica tunisina in una fase particolarmente turbolenta.
Nel suo ultimo rapporto annuale sui diritti dell’uomo e sulle libertà, era stata proprio la LTDH a offrire una fotografia preoccupante del Paese nordafricano: «La situazione dei diritti e delle libertà pubbliche in Tunisia ha conosciuto un progressivo deterioramento. Negli ultimi anni crescenti restrizioni hanno investito i diritti civili e politici, nonché quelli economici e sociali, fino a colpire un numero crescente di categorie con persecuzioni di natura securitaria e giudiziaria ai danni di attivisti politici di ogni orientamento e di esponenti della società civile impegnati nella difesa dei diritti dei migranti e delle minoranze, dopo che erano già stati presi di mira giornalisti e opinionisti. Si tratta di una deriva che mina i fondamenti dello Stato democratico, dello Stato di diritto e dell’indipendenza della magistratura».
Da quando nel luglio del 2021 il presidente Kais Saied ha messo a segno il suo “colpo di Stato costituzionale” si è aperta in Tunisia una nuova stagione repressiva. A farne le spese sono state, oltre a attivisti, giornalisti e magistrati, anche personalità significative della vita politica del Paese. Tra queste spicca l’ottantaquattrenne Rashid al-Ghannoushi, arrestato nel 2023 e condannato a quarant’anni di carcere per vari reati, tra cui cospirazione ai danni dello Stato e illeciti finanziari. Ideologo, fondatore e presidente del partito d’ispirazione islamica Ennahda, al termine di una lunga riflessione teorica Ghannoushi era giunto a coniugare l’Islam con i principi della democrazia, lasciandosi alle spalle i progetti di islamizzazione dello Stato. Nel 2016, in occasione del suo decimo congresso, Ennahda aveva deciso ufficialmente di abbandonare la predicazione religiosa per concentrarsi sull’attività politica, dichiarando allo stesso tempo di non considerarsi più espressione dell’Islam politico ma di configurarsi come una forma di democrazia musulmana. Ciò era valso a Ghannoushi un certo riconoscimento anche in Europa. Ricevuto più volte in Italia, il leader politico era stato insignito in Germania del premio Ibn Rushd per la libertà di pensiero, ma questo non è bastato a impedire che il suo arresto e la sua detenzione si consumassero nell’indifferenza generale.
L’ostilità di Saied nei confronti dei partiti e delle organizzazioni della società civile non è una semplice conseguenza delle sue pulsioni autoritarie, ma discende da una precisa visione politica. Il presidente tunisino si considera infatti l’unico interprete delle aspirazioni del proprio popolo, da cui il suo motto “Il popolo vuole”, ricavato da uno slogan della rivoluzione del 2010-2011 ma amputato del suo complemento oggetto (la caduta del regime). Questo esclude non solo l’azione, ma la legittimità stessa dei corpi intermedi normalmente deputati a rappresentare interessi e valori presenti nella società. Quando si è candidato alle elezioni del 2019, Saied ha peraltro rifiutato di fondare un proprio partito politico, un tipo di organizzazione che il presidente reputa intrinsecamente perverso. Il risultato è ben sintetizzato dal titolo di un saggio curato dal politologo tunisino Hamadi Redissi e pubblicato nel 2023: Le pouvoir d’un seul, “Il potere di uno solo”.
Tale deriva è frutto anche di una crescente sfiducia nei confronti della democrazia, un sistema ritenuto incapace di garantire i diritti economico-sociali invocati dalle piazze durante le manifestazioni del 2010-2011. Questo spiega perché nel 2021 molti tunisini abbiano accolto con sollievo la svolta autoritaria di Saied. Cinque anni più tardi, tuttavia, i risultati non sono incoraggianti. Un’economia stagnante impedisce un reale miglioramento della condizione sociale del Paese, mentre libertà e diritti continuano ad arretrare.
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