Non è solo il fondamentalismo religioso, ma anche quello di matrice nazionalista a minacciare le comunità cristiane in Turchia

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Ultimo aggiornamento: 22/04/2022 09:50:03

Alla sua recente ordinazione sacerdotale, Mesut ha assunto il nome di Domenico Savio, il giovane santo torinese, ma tutti continuano a chiamarlo con il suo nome di nascita. Non capita infatti di frequente che un turco diventi sacerdote. «È già uno shock per molti miei connazionali scoprire che ci sono dei turchi cristiani, figurarsi quando dico che sono pure sacerdote», ci confida a pochi minuti dalla sua prima messa presso la parrocchia cattolica di Mersin, che conta un migliaio di fedeli. In molti sono venuti da altre città della Turchia meridionale per partecipare all'evento: dalla vicina Tarso, la città natale di san Paolo, da Adana, ma anche da Iskenderun, dove ha sede il Vicariato apostolico d'Anatolia. C'è anche, in prima fila, padre Spiridon, il parroco della comunità ortodossa di Mersin (310 famiglie, tra cui alcune armene e siriache), con la consorte.

Padre Mesut è cresciuto in una famiglia siro-ortodossa, trasferitasi da tempo a Smirne, l'attuale Izmir. «Vorrei che tu mi aiutassi per la chiesa», gli aveva confidato monsignor Bernardini, allora vescovo della città, al termine di una celebrazione, e lui ha deciso di diventare frate cappuccino, il secondo di nazionalità turca in ottanta anni di missione dei Cappuccini emiliani. Padre Roberto Ferrari, classe 1926, è contento di essere affiancato da un giovane collaboratore, ma non nasconde qualche apprensione. «Padre Mesut sembra molto entusiasta» dice «temo che non si renda del tutto conto delle difficoltà che dovrà presto affrontare». Già, perché numerosi ostacoli rendono ancora difficile la vita delle comunità cristiane in un Paese che, tutto sommato, si definisce laico: restrizioni nel diritto di proprietà, ingerenze nella gestione delle fondazioni, impossibilità di formare in loco il clero, sorveglianza poliziesca, senza parlare di quella pericolosa miscela tra nazionalismo e fondamentalismo che alza ogni tanto la testa, e che padre Roberto ha sperimentato sulla propria pelle. Nel marzo dell'anno scorso, un giovane lo ha minacciato con una scimitarra al grido di «siete infedeli; dovete andare via!», ma lui è riuscito a spiazzarlo con la sua dolcezza e a convincerlo con le parole a riporre l'arma. Molti anni prima, nel 1972, aveva addirittura scontato a Trabzon (dove poi è stato ucciso don Andrea Santoro) un mese in carcere, con l'accusa di essere una «spia internazionale». Padre Roberto è convinto che il dialogo con l'Islam in Turchia sia possibile, ma solo se si limita «al dialogo di vita». «Oggi è tutto più difficile, il fanatismo è sempre più diffuso, quelli che vogliono una guerra religiosa sono sempre più numerosi. Il clima è peggiorato, ma non sono pessimista».

La Turchia si è sempre considerata come uno Stato unitario e unificatore. Di conseguenza, il concetto di minoranza è sempre stato rigettato, sia dall'opinione pubblica che dalla classe dirigente. Alla Conferenza di Losanna del 1923, la delegazione turca si è fortemente opposta alla possibilità di accordare alle realtà musulmane non sunnite e/o non turcofone lo status di minoranza, limitandolo alle comunità non musulmane. De facto, questo concetto è stato poi riservato solo a tre gruppi (in quanto residenti a Istanbul): i greci, gli armeni e gli ebrei. Ma la realtà è ben diversa.

Comunità alevita

Il nostro viaggio all'interno dell'Islam turco comincia con la sua espressione minoritaria: quella alevita. A seconda delle stime, gli aleviti oscillano tra i 20 e i 25 milioni di persone sui 70 milioni che conta la Turchia. Il professore Ali Yeral ci riceve nella sede dell'associazione Ehdav dove, ogni sabato pomeriggio, si raduna la comunità alevita di Antakya, che rappresenta una buona metà della popolazione locale. «Si tratta di una riunione popolare-religiosa», tiene a precisare Yeral. Infatti, il riconoscimento ufficiale della comunità non c'è ancora, ma non dovrebbe tardare ad arrivare, favorito dal processo di avvicinamento della Turchia all'Europa. «Gli europei dovrebbero valutare questo processo alla luce del rispetto turco dei diritti umani e del pluralismo», aggiunge. Intanto, gli aleviti avanzano qualche rivendicazione, come la fine dell'assimilazione dei loro studenti ai sunniti nel corso di istruzione religiosa obbligatoria, e la menzione dell'appartenenza alevita sotto la casella «religione» nei documenti ufficiali. Yeral lamenta come tra i 100 mila impiegati della Direzione degli Affari religiosi (Diyanet) non figuri nessun alevita. «Eppure noi rappresentiamo il volto tollerante e moderno dell'Islam». Una tolleranza che alcuni musulmani considerano come un aberrante sincretismo. Si sa, infatti, che gli aleviti celebrano l'Ascensione di Cristo, la nascita della Madonna, il salvataggio di Mosè, oltre al cosiddetto Giorno del Ghadîr, il 17 del mese di Dhu l-hijja, in cui Maometto avrebbe consegnato il califfato all'imam 'Alî.

Dopo essere stati a lungo disprezzati dai sunniti, gli aleviti hanno potuto alzare la testa nella Turchia kemalista laica, nella misura in cui il potere ha cercato di relegare l'appartenenza religiosa alla sfera privata. Anche per questo le loro simpatie politiche sono sempre andate ai partiti laici. Dopo che in Turchia si è assistito a una rinascita della sensibilità religiosa, anche gli aleviti hanno acquisito una maggior coscienza della loro identità e hanno avanzato rivendicazioni per essere riconosciuti come realtà comunitaria. Con il partito AKP, oggi al governo, qualche miglioramento in questo senso si nota. Yeral mostra con orgoglio la prima pagina di un giornale nazionale in cui un ministro di Erdogan dichiara: «Siamo tutti aleviti».

Qualche giorno dopo, a Istanbul, gli uomini delle pulizie sono indaffarati a pulire, con appositi lunghi bastoni, i pannelli stradali con le foto di Mustafa Kemal Atatürk, disposte di fronte all'Università Galatasaray. Nell'ufficio del rettore della Facoltà di Lettere, Kenan Gürsoy, un quadro ritrae il "Padre della nazione" con gli occhi alzati verso il cielo, quasi rapito da una visione mistica. «Invece, guardava semplicemente un aereo che passava», dice Gürsoy ridendo. Poi aggiunge: «Il nostro futuro, diceva Atatürk, sta nei cieli. Parafrasandolo, bisogna dire che il nostro futuro sta in Europa». Dalla finestra dell'ufficio, è evidente il maestoso ponte Boazçi, che collega le sponde europea e asiatica della metropoli. «Ma la Turchia non può ridursi al ruolo di ponte», commenta Gürsoy. «Nella sua storia, la Turchia non si è mai limitata a un'identità definita. Nel loro cammino dall'Asia Centrale verso l'Anatolia, i turchi si sono imbattuti in diversi popoli, e pure qui hanno trovato dei popoli che li avevano preceduti. Siamo la sintesi di varie culture. È vero, la maggioranza del nostro popolo è musulmana, perché i turchi hanno individuato nell'Islam un'apertura ad altre culture. Ma, come eredi di questa apertura, non possiamo avere un'identità definita, bensì una personalità da costruire in rapporto a un progetto». Questo progetto, per Gürsoy, si chiama Europa. «Oggi assistiamo a uno slancio verso l'Europa, dice. Ne abbiamo bisogno. L'Europa deve però decidere se vuole rimanere cristiana». Circa il difficile rapporto tra Stato e confessioni religiose, il professore ammette che, nel creare la Diyanet, la repubblica ha dimostrato di non nutrire fiducia nei confronti di un'istituzione completamente autonoma. «Ma le cose funzionano», precisa. «Atatürk - aggiunge ancora - ha sì imposto una modernizzazione autoritaria, non accettata dal popolo, ma egli era un rivoluzionario. Quelli che oggi lo vogliono imitare gli fanno torto. Non abbiamo bisogno né di un'islamizzazione né tantomeno di una laicismo autoritario che schiacci il popolo nella sua cultura. Noi viviamo uno strappo con la nostra cultura. Ci vuole del tempo per ricucirlo, per riconciliarci con il nostro passato pluralista in vista della costruzione di un futuro in cui la parola chiave si chiami democrazia».

La rottura con il proprio patrimonio salta agli occhi notando l'imbarazzo di molte guide turistiche di fronte alle scritte a caratteri arabi che adornano i capolavori di epoca ottomana. «Oggigiorno tutti però hanno la possibilità di accedere alle informazioni. Nessun musulmano può ormai pretendere di non trovare un'opera su un determinato argomento», dice il professore Ismail Tapinar. Nel cortile della Ilahyat Fakültesi (Facoltà di Teologia islamica) dell'Università Marmara, dove si formano i futuri imam e dove Tapinar insegna filosofia islamica, la maggior parte delle studentesse indossano un curioso berretto, che i turchi chiamano shabka, che copre il velo islamico. «Lo usano per ovviare al divieto di portare il velo nelle università», ci spiega uno studente. «Piuttosto che scoprirsi i capelli, alcune mettono addirittura la parrucca», dice un suo compagno. Tra i libri ammucchiati sulla scrivania di Tapinar c'è Akl ve iman, la traduzione da lui curata dell'Enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II. «Ne abbiamo distribuite cinquemila copie - dice - anche in questa Facoltà. Consideriamo infatti importante insegnare le altre religioni a partire dalle loro opere. I nostri studenti sono quindi tenuti a leggere Kutsal Kitab, la Bibbia, e a studiare la storia delle diverse Chiese e quella delle polemiche e del dialogo islamo-cristiano». Lo stesso Tapinar aveva preparato il proprio master sul protestantesimo e il dottorato sulla vita dopo la morte nell'Ebraismo. Non solo. L'università ha avuto il gesuita Daniel Madigan, della Pontificia Università Gregoriana di Roma, come visiting professor e, alla fine dell'anno accademico, ha invitato padre Xavier Jacob, un esperto di Islam turco, a intervenire. Tapinar è curioso di sapere come andrà a finire con il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso (ora nuovamente separato dal Pontificio Consiglio della Cultura). Il dialogo con coloro che egli chiama «Gente della Parola», e non Gente del Libro, occupa buona parte del suo tempo. «Le ricerche filosofiche sono benvenute», dice ancora. «La soluzione a molti pregiudizi tra musulmani e cristiani può infatti venire dalla filosofia. Le filosofie cristiana e islamica hanno molti punti in comune. Oggi, aggiunge, la stragrande maggioranza dei teologi musulmani turchi attingono alla filosofia. Non bisogna poi dimenticare che l'Islam turco va considerato a partire dalla sua storia di epoca selgiuchide-ottomana. Se ci sono ancora dei cristiani in Asia Minore lo si deve agli ottomani. Abbiamo alle spalle una cultura della convivenza che dobbiamo recuperare».

Messa a San Paolo

Un'altra via al dialogo è rappresentata dall'Islam sufi, ancora attivo in Turchia nonostante il bando ufficiale che risale al 1925. «Le confraternite sono state vietate per abuso e poca funzionalità, a parte qualche eccezione», ci dirà Tapinar. A Konya, dove si è celebrato quest'anno l'ottavo centenario della nascita del Mevlana Jalaluddin Rumi, non incontriamo i dervisci, ma - non senza sorpresa - un gruppo di profughi cristiani iracheni, venuti a partecipare alla messa celebrata da una comitiva di turisti italiani nella chiesa di San Paolo. «In totale siamo diciotto famiglie». «In generale i profughi vanno a Istanbul, dove attualmente si trovano circa 400 famiglie, ma le autorità indicano loro una meta alternativa in cui stabilirsi», aggiunge mostrandoci la Tanitma karti rilasciatagli dal governo turco. Forse non ne vogliono sapere di una concentrazione di profughi in un punto solo del Paese. La famiglia di George, composta da otto persone, non ha eseguito l'ordine di trasferimento entro i termini previsti e ora dovrà versare una sanzione di 14 mila dollari. Ma lui è contento lo stesso: la sua richiesta di asilo umanitario è stata accolta dal governo australiano e presto partirà definitivamente. Nel frattempo, come avviene tra i profughi cristiani riparati in Siria, organizza corsi di lingua inglese e caldea. George si scusa con le due suore della chiesa e si alza per andare via. Ogni giorno deve passare al commissariato per firmare la presenza.

Isabella e Serena sono in Turchia da dodici anni. La loro presenza ha sì impedito alle autorità di confiscare - per «mancato utilizzo» - la bella chiesa, ma loro si trovano lì per un altro motivo ancora. Vogliono ricambiare un "favore" fatto sedici secoli fa alla loro regione, il Trentino, dalla Chiesa di Cappadocia. Dice la tradizione che san Vigilio chiese a sant'Ambrogio un aiuto per la diocesi di Trento, e che questi gli mandò tre monaci cappadoci, poi martirizzati nella Val di Non nel 397.

Tutti i religiosi incontrati hanno confermato un piccolo miglioramento. Se prima il visto di soggiorno del personale religioso veniva rinnovato di anno in anno, ora le autorità concedono un rinnovo per cinque anni consecutivi. Non mancano, ovviamente, i segnali negativi, come l'improvvisa rimozione di un Vali (governatore), pare per aver visitato le autorità ecclesiastiche in occasione di una festa cristiana. Le Chiese locali sanno comunque che il problema della propria sopravvivenza va affrontato alla radice e consiste nella riapertura dei seminari chiusi dal 1970. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli (che i turchi insistono nel definire come «Patriarca greco-ortodosso di Fanar», dal nome del quartiere di Istanbul in cui risiede) è tornato a ribadire, a fine giugno, che «il Gran Seminario di Halki deve essere riaperto; per noi è questione di vita o di morte», sostenendo che «il Ministro degli Esteri Abdullah Gül ha indicato una soluzione giuridica per riaprirlo». «Dicono che il Patriarcato greco è una fondazione turca - ha aggiunto Bartolomeo I -, ma nessuno se ne interessa minimamente. Nessuno parla o dialoga con noi. Vogliamo solo i nostri diritti». Qualche giorno dopo, sul quotidiano Türkiye, un articolo criticava severamente «le cattive intenzioni» del Patriarca per aver reso queste affermazioni davanti al primo ministro greco, in visita a Istanbul. «Tutti i patriarchi di Fanar - ha scritto Ismail Yac - hanno sollecitato il sostegno di Paesi stranieri per il seminario di Halki, l'Ayasofya e il loro status ecumenico mentre la Turchia versava in cattive acque». Secondo il giornalista, la Turchia non ha chiuso il seminario, ma ha voluto solo controllarlo. Condizione che il Patriarca non ha accettato. Per concludere che il vero obiettivo di Bartolomeo è quello di «alzare la bandiera bizantina» sulla porta del seminario.

Ecumenismo dal Basso

Il problema del personale religioso è sentito anche dagli armeni cattolici. Sul viso dell'Arcivescovo Hovhannes Tcholakian, classe 1919, traspare tutta la preoccupazione per il futuro del suo piccolo gregge (3500 fedeli in tutto) che guida da quaranta anni. Il governo turco ammette solo successori detentori della cittadinanza turca. Una condizione, questa, che potrebbe condannare un giorno la sua comunità a essere priva di un pastore. «Fino al 1946 si celebravano in questa sede quattro messe domenicali. Oggi nel quartiere non abita più nessuna famiglia armena. Il numero dei decessi supera quello dei battesimi e dei matrimoni». Una consolazione viene dalle tre scuole e dal prestigioso Ospedale Surp Agop (San Giacomo), gestiti dalla comunità. «La nostra chiesa a Mardin, nel sud, è ormai più frequentata da siro-ortodossi, molto più numerosi in quella regione, che da armeni». Il suo coadiutore, il Vescovo Georges Khazoum, è contento di questo ecumenismo "dal basso". «Sono stato accolto con molta simpatia dai monaci siri di Deir al-Zafaran, nella zona di Tur Abdin. La loro Chiesa, mi hanno confessato, non vede l'ora di raggiungere la piena comunione».

Un desiderio, questo, confermatoci nel corso di altri incontri. A Istanbul, ci informa padre Lorenzo Piretto, quattro chiese cattoliche sono affidate ai siro-ortodossi emigrati dal sud-est del paese. Nell'incontro con Benedetto XVI, durante la sua visita del novembre 2006, il metropolita ha voluto esprimergli la speciale riconoscenza della sua comunità. Anche padre Lorenzo, in Turchia da ventitre anni, è testimone del calo demografico dei cristiani. Nel quartiere di Galata, non lontano dalla famosa Torre, dove sorge il monastero dei Domenicani, vivevano quattromila fedeli. Oggi sono una trentina. «Ai ritiri dei religiosi e religiose latini, dice, sono spesso invitati a predicare dei religiosi ortodossi o armeni. Spesso lo stimolo a lavorare insieme ci è dato dalle stesse autorità turche. Ad esempio, il testo comune sul Cristianesimo da usare nelle scuole pubbliche. Oltre alla preparazione di questo testo, la commissione ecumenica sta ora lavorando all'elaborazione di un catechismo comune».

Riguardo al dialogo interreligioso, padre Lorenzo dice di essere «sempre più convinto che bisogna partire dai rapporti interpersonali». E ricorda con piacere i suoi tredici anni di insegnamento della lingua latina alla Facoltà di teologia islamica dell'Università Marmara. «Abbiamo avuto nel 2004 un seminario in questa Facoltà sul tema "L'atto umano in Aristotele, Avicenna, Averroè e san Tommaso" tra filosofi domenicani venuti dall'Italia e professori musulmani. Ci si è accorti di avere molti punti in comune e ci si è lasciati con il desiderio di continuare questi incontri». Cita poi «la richiesta dei professori della Facoltà di avere un centro di documentazione cristiana per conoscere il Cristianesimo dalle sue fonti originarie. Per questo noi domenicani ci siamo impegnati nella costituzione di una biblioteca che possa rispondere a questa esigenza».

Bibbia Ottomana

La visita alla biblioteca del convento diventa d'obbligo. Tra i tanti libri scorgiamo anche una Bibbia ottomana, stampata, cioè, con i caratteri arabi in uso fino agli anni Venti del secolo scorso. «I turchi - prosegue Padre Lorenzo, camminando tra gli scaffali - identificano la libertà religiosa con la libertà di culto. È possibile la conversione, ma con discrezione. I più coraggiosi vanno dal notaio per chiedere di cambiare la menzione della religione sui documenti d'identità».

I tristi fatti di Trabzon e Malatya hanno messo in evidenza la pericolosa crescita delle tendenze nazional-islamiche. Ma hanno anche provocato una reazione. Interrogato se l'opera dei missionari fosse un pericolo in Turchia, il presidente degli Affari religiosi Ali Bardakoglu ha risposto che «no, è il loro diritto più naturale». E ancora: «Prima di arrivare alle altre religioni, dobbiamo pure imparare a rispettare la scelta personale di un ateo». Padre Lorenzo loda il lavoro svolto dal Gruppo Gulen, che promuove il dialogo scrivendo articoli sul giornale Zaman (letto alla rovescia, ci fa notare, diventa Namaz, preghiera). La vigilanza rimane alta comunque. «Il nazionalismo esasperato viene inculcato ai turchi sui banchi di scuola: inno nazionale tutte le mattine, bandiere ovunque. Alla fine si formano dei veri xenofobi».

Di questo clima di tensione è testimone la visita del Patriarca armeno Mesrob II al capo di Stato maggiore, l'11 luglio scorso, in cui ha evocato l'inquietudine della sua comunità a motivo delle «continue minacce contro chiese, fondazioni, istituzioni, scuole e personalità» dopo la morte del giornalista Hrant Dink. Lo stesso Patriarca, come scriveva Radikal l'11 giugno, è protetto da una guardia del corpo anche durante la messa. Nelle librerie di Istanbul non mancano i libri di argomento religioso; alcuni sono prettamente polemici, come quelli che attaccano «il proselitismo missionario» o evocano (ma è più corretto dire che negano) il genocidio armeno. Altri sono capolavori di obiettività storica, come quel libro sulle Chiese bizantine convertite in moschee a Istanbul, (titolo inglese: Converted Byzantine Churches in Istanbul) in cui l'autore, Süleyman Krmtayf, elenca una quarantina di ex chiese. Nell'affollatissima Istiklal Caddesi è aperta al pubblico, senza una visibile protezione, la libreria della Bible Society. L'affabile impiegato armeno accetta di passarci al telefono il responsabile assente. «Quando vengono attaccate delle librerie cristiane, tutti pensano a noi. Ma noi non c'entriamo nulla», dice una voce femminile. Riusciamo ugualmente a fissare un appuntamento, ma quando giungiamo con qualche ritardo alla meta, troviamo solo un cancello sbarrato. Sull'altro versante della strada, un anziano accovacciato per terra ammira con comprensibile nostalgia una grande cartina dell'Impero ottomano con i ritratti dei sultani.

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis.

Per citare questo articolo

 

Riferimento al formato cartaceo:

Camille Eid, Turchia, la via stretta delle minoranze, «Oasis», anno III, n. 6, ottobre 2007, pp. 76-81.

 

Riferimento al formato digitale:

Camille Eid, Turchia, la via stretta delle minoranze, «Oasis» [online], pubblicato il 1 ottobre 2007, URL: https://www.oasiscenter.eu/it/turchia-la-via-stretta-delle-minoranze.

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