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Medio Oriente e Africa

Un mondo meno divergente e nuovamente più convergente

[…]

 

 

1. “Che cosa succederà a noi a causa delle loro rivoluzioni?”

 

 

Eventi straordinari, dunque, quelli che squassano il mondo arabo in questi mesi, eventi che farebbero parlare di un “risveglio”, se il termine non fosse stato fin troppo abusato proprio con riferimento al mondo arabo e islamico, spesso associato a quei fenomeni di rinascita culturale e di fermento politico che però hanno finito con l’avanzare proposte fortemente connotate culturalmente, programmaticamente volte a marcare la differenza del mondo arabo rispetto all’Occidente, a sottolineare il rifiuto o l’alterità della concezione della modernità possibile per il mondo arabo.

 

 

E invece, se c’è una cosa che colpisce negli eventi che abbiamo sotto gli occhi è che essi paiono porsi in modo nuovo rispetto all’altro rappresentato dall’Occidente. L’Occidente è stato per molti aspetti assente dalla prospettiva delle piazze arabe. Assente come ispiratore o alleato; ma anche assente come bersaglio polemico. La “Grande rivolta araba” del 2011 è innanzitutto una rivolta contro i propri governanti, contro i propri regimi, contro i propri despoti, riconosciuti come la fonte primaria di quell’”infelicità araba”, tanto amaramente e magistralmente descritta dal compianto Samir Kassir.

 

 

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Ebbene, la sensazione è che nelle settimane scorse in molti abbiano guardato con preoccupazione, se non con terrore, al risveglio del mondo arabo. E questo ha letteralmente bloccato i governi occidentali, indecisi se continuare ad appoggiare il fragile e precario ordine del passato o accettare che quest’ordine stesse andando in frantumi, che i presupposti logici, prima ancora che politici, sui quali si fondava non sussistessero semplicemente più (al di là di come puntualmente questa o quella rivolta potrà evolvere nel breve e nel medio periodo) e trarne le debite conseguenze. Inutile farsi ingannare dai discorsi ben educati e politicamente corretti: la reazione immediata dei governi occidentali ha rispecchiato quella delle opinioni pubbliche, sintetizzabile in una semplice domanda “che cosa succederà a noi in conseguenza delle loro rivoluzioni?”.

 

La spinta delle rivolte arabe ha cioè, in un primo, lungo momento, accentuato quell’idea di separatezza di destino, di cultura, quasi antropologica, tra le due sponde del Mediterraneo, esasperando quel gioco a somma zero che viene ancora impiegato come chiave di lettura privilegiata del fenomeno migratorio.

 

 

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2. Dalla divergenza alla convergenza

 

 

Dalla fine del 2010 il mondo arabo sta conoscendo una forte spinta, endogena e dal basso, a favore della liberalizzazione dei propri regimi politici. Com’è noto, dall’originaria esplosione in Tunisia, la rabbia è poi dilagata in Egitto, Bahrein, Libia, Yemen e Siria. Altri Paesi come Giordania e Marocco sembrano essere riusciti per ora a controllare e incanalare la protesta. Altri ancora, come l’Algeria, hanno attuato una operazione di repressione e intelligence molto sottotraccia e finora di successo. Al di là degli esiti immediati, tuttavia, questa richiesta di libertà è il primo segnale positivo che giunge dal mondo arabo negli ultimi vent’anni e ribalta una tendenza alla divergenza tra Nord e Sud del Mediterraneo che aveva rappresentato l’elemento costante degli ultimi due decenni. I semi che queste rivoluzioni spargono nell’area sono destinati a mettere radici e a germogliare, sia pure non necessariamente in un tempo rapido, e hanno già cambiato la struttura della domanda politica dell’area. Questa domanda si articola in richieste di libertà, dignità, eguaglianza nelle opportunità economiche e fine della corruzione: tutte richieste che si ispirano a valori compatibili con quelli della domanda politica del Nord, ancorata a valori non antagonisti o programmaticamente divergenti rispetto a quelli della modernità politica che caratterizza l’Occidente.

 

L’assenza di manifestazioni antioccidentali ci racconta proprio questo, che la domanda politica cerca interlocutori e anche bersagli interni e rifugge dal ricorrente uso strumentale del nemico esterno come comodo paravento rispetto alle responsabilità delle élite politiche autctone. Evidentemente, la possibilità che la protesta sia dirottata verso (o saldata con) altri più cronici motivi dell’infelicità araba (il conflitto arabo-israeliano, il rancore verso l’Occidente colonialista e neocolonialista) esiste sempre, tanto più se l’atteggiamento dei governi occidentali dovesse essere orientato a rimarcare la separatezza (noi/loro) tra i due mondi che si affacciano sul Mediterraneo. Ma è importante sottolineare come al momento questa operazione, che pure alcuni attori stanno tentando di attuare (la Siria, l’Iran) non sembra incontrare successo.

 

 

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L’intervento militare si spiega alla luce di non consentire che potesse passare l’idea che quello che avviene a Sud del Mediterraneo debba essere giudicato con standard opposti a quelli riservati agli accadimenti del Nord. La preoccupazione più importante che ha mosso gli alleati (accanto ad altre diverse da Paese a Paese e non tutte necessariamente “nobili”) è stata quella di non accreditare l’idea che mentre il massacro indiscriminato di civili al Nord (Kosovo, Bosnia) provoca l’indignazione delle opinioni pubbliche e costringe a un intervento militare (seppur tardivo), quando ciò riguarda gli arabi allora non ha la medesima rilevanza e non provoca le stesse reazioni. Sarebbe stato estremamente grave se i Paesi occidentali non avessero risposto alle invocazioni di aiuto provenienti dagli insorti e alle perorazioni pro-intervento da parte della Lega Araba (la quale peraltro è apparsa sfilarsi almeno parzialmente quando il numero delle vittime collaterali dei bombardamenti su Tripoli ha conosciuto alcuni tragici picchi, poi fortunatamente rientrati). Restare con le mani in mano avrebbe significato rifiutare di cogliere l’opportunità offerta dalla “convergenza nella domanda politica araba”, ovvero ribadire che un comune spazio politico mediterraneo non esiste e non deve neppure essere costruito.

 

 

3. Un solo spazio politico mediterraneo

 

 

La realtà è molto diversa. Giacché, come attestano proprio le impennate nei flussi migratori successivi all’avvio delle rivoluzioni in Tunisia e Libia, quello del Mediterraneo è già uno spazio politico comune, fatto di interdipendenze diffuse sia pure dalle vulnerabilità e sensibilità asimmetriche. In questa fase, per quanto doloroso possa apparire, intervenire militarmente ha significato riconoscere l’esistenza di questo spazio comune, rifiutando di voltare la testa dall’altra parte. In termini di sicurezza collettiva ha voluto dire chiarire che l’utilizzo della forza per far valere le proprie “ragioni” contro quelle del proprio popolo non può pagare, a maggior ragione quando la forza è impiegata con tanta massiccia sregolatezza. Dal punto di vista del calcolo politico a lungo termine ha implicato la volontà di togliere legna al fuoco fondamentalista e alla sua retorica, evitando di avallare quell’idea secondo la quale “per gli occidentali le vite degli arabi e i loro diritti non valgono come quelli degli altri”.

 

 

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4. Il ritardo europeo e la necessità di una vision per la politica europea del Mediterraneo

 

 

 

Il paradosso è che della rilevanza strategica di un simile passaggio sono apparsi finora più consapevoli gli Stati Uniti dell’Europa, all’interno della quale il ritardo della Germania appare estremamente preoccupante e forse decisivo per far naufragare ancora una volta una politica europea per il Mediterraneo di ampio respiro. La Germania della Cancelliera Merkel sembra infatti ancora proclive a ritenere che l’Unione sia una costruzione politica paragonabile a una casa senza affacci sul Mar Mediterraneo. Quello che preoccupa nell’astensione tedesca sulla Risoluzione 1973 non è la nota ritrosia di Berlino a partecipare a missioni militari internazionali che prevedano la necessità di impiegare attivamente la forza per piegare la volontà dell’avversario; quanto piuttosto il rifiuto politico a prendere atto che le sfide maggiori per la sicurezza e per lo sviluppo europeo vengono sempre più dal Mediterraneo e dal Medio Oriente. Per cui un’Unione che sappia solo guardare a Est (la Russia, la Cina) o a Ovest (gli USA), ma non a Sud, un’Unione cioè priva di una visione e di un disegno strategico per il Mediterraneo è destinata a fare poca strada, se non ad arretrare.

 

 

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Guardando alla straordinaria primavera araba, non è allora sufficiente renderle un omaggio di maniere o farsi imprigionare dai rischi che essa pure comporta (e sui quali deve essere esercitata la più attenta osservazione), ma almeno provare a considerare che, magri attraverso un percorso destinato a durare decenni, tra alti e bassi, essa getta le premesse perché le forze della tirannide e dell’oscurantismo siano alla fine sconfitte. C’è davvero qualcosa di epocale in questa “grande rivolta araba del 2011” che la avvicina alle grandi rivoluzioni all’origine della libertà politica occidentale del 1688, del 1776 e del 1789, perché ci rammenta che l’aspirazione alla libertà e alla dignità è un afflato comune a ogni essere umano e presente in ogni cultura. Ed è precisa responsabilità dell’Occidente, per il ruolo di leadership cha ancora mantiene nel sistema internazionale, contribuire alla protezione dei semi di libertà che le rivoluzioni arabe stanno spandendo, affinché possano diventare germogli di un mondo migliore perché più libero.

 

 

5. Il ruolo degli USA nel Medio Oriente: strategico per mantenere lo status di superpotenza globale

 

 

Quella di Obama, evidentemente, non è solo una politica idealistica o dei buoni sentimenti. Non va dimenticato che questo grande sommovimento arabo avviene mentre gli Stati Uniti occupano ancora l’Iraq, dopo una guerra dalla dubbia legittimità e dopo una guerra civile che ancora segna sanguinosi colpi di coda, non paga dei 100.000 morti iracheni che ha causato. L’America e le forze occidentali sono ancora impegnate in Afghanistan, in un conflitto di cui non si riesce a intravedere la conclusione. I rapporti con il Pakistan, popoloso Stato musulmano e potenza nucleare sono improntati a una crescente diffidenza e freddezza. E né in Pakistan né in Afghanistan si intravedono quei fermenti di libertà che stanno agitano le opinioni pubbliche arabe. Anzi, semmai è vero il contrario: che in quell’area del mondo il messaggio estremista sembra godere di ottima salute. L’Iran, infine, rischia di ritrovarsi in rotta di collisione aperta con gli Stati Uniti sulla vicenda ambigua del proprio programma nucleare.

 

Nell’interesse con cui l’America guarda alle rivoluzioni arabe c’è insomma anche parecchia speranza che questo movimento autonomo e spontaneo possa consentire di allontanare quel muro di diffidenza e ostilità reciproche che si sono costruite nel corso di molti decenni, in particolare a partire dal 2001. L’operazione non è certo delle più semplici, poiché la relazione particolare che lega Washington a Tel Aviv e il perdurare irrisolto della drammatica vicenda palestinese costituisce una vera e propria spada di Damocle sospesa su qualsiasi possibile evoluzione positiva nella regione. Nonostante questa presidenza abbia fatto mostra di non partire da un atteggiamento di pregiudiziale sostegno a qualunque iniziativa israeliana, la realtà dei fatti è che nemmeno il presidente Obama sembra in grado o fino in fondo determinato a rivedere quell’unilateralismo assoluto nei confronti dello Stato ebraico che rende l’America quasi un ostaggio nei confronti della politica israeliana, come denunciato con molta durezza circa un anno fa dallo stesso generale Petraeus.

 

 

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Tra i due teatri, quello più turbolento è di sicuro il primo, dove non a caso l’America è impegnata direttamente in conflitti armati dal 1990. Esso presenta però il vantaggio non solo di non aver finora visto emergere consistenti candidati all’egemonia regionale, ma soprattutto di aver visto la progressiva espulsione dell’unico rivale strategico degli USA durante la Guerra Fredda (l’URSS) mentre l’attuale possibile rivale globale degli USA (la Cina) non ha ancora una presenza strategica nell’area da destare preoccupazione. L’Estremo Oriente, dopo aver conosciuto due conflitti estremamente impegnativi per gli USA durante la Guerra Fredda (Corea e Vietnam) è ora un teatro relativamente tranquillo. MA a differenza da quello mediorientale questa regione del mondo vede una concentrazione di potenza rilevante: dalla Russia ai suoi margini settentrionali, al Giappone, alle due Coree fino, ovviamente alla Cina. L’area regionale del Far East coincide con quella in cui è collocata la Cina, cioè il Paese che tutti danno come più probabile rivale strategico degli USA. Questo implica che la continuità della presenza americana nel ruolo di offshore balancer potrebbe essere in futuro più problematica e persino più rischiosa, qualora la Cina dovesse reputare che la sua crescita di ruolo dipendesse anche dalla capacità di esercitare una vera e propria egemonia regionale.

 

Ciò che potrebbe accadere in un tempo non così lontano è che gli USA non siano più in grado di continuare a svolgere la propria funzione di “equilibratore esterno” tanto nei confronti del Medio Oriente quanto nei confronti dell’Estremo Oriente, con conseguenze decisive sulla possibilità di mantenere lo status di unica superpotenza globale. Solo per inciso vale la pena notare che una riduzione degli Stati Uniti a grande potenza di portata bicontinentale (Americhe ed Europa) li ricondurrebbe a una dimensione strategica non molto diversa da quella russa (che insiste su Europa e Asia): cioè una grande potenza “super-regionale”. Si pensi solo a che effetti ciò potrebbe sortire sul mantenimento del ruolo del dollaro nel sistema economico e finanziario internazionale. A conclusione di questa rapida incursione in un futuro possibile, aggiungo solo che negli ultimi anni la penetrazione commerciale e finanziaria cinese nel Golfo è cresciuta notevolmente. Questo fatto, associato con il varo, per la prima volta, di una grande “flotta d’alto mare” da parte di Pechino potrebbe far prendere prima o poi in seria considerazione da parte delle monarchie petrolifere l’opportunità che a garantire l’apertura degli stretti e la sicurezza della rotta tra il Golfo e l’Estremo Oriente – icasticamente: tra l’Arabia Saudita, il più grande detentore di riserve petrolifere, e la Cina, il più grande mercato automobilistico del pianeta – possa essere un domani la flotta cinese, invece della 5° Flotta della US Navy. Tale prospettiva sembra assai meno fantastica, se ipotizziamo la persistenza della “Primavera araba” e che essa sia in grado di produrre il successo dei processi di democratizzazione in alcuni Paesi. Gli Stati Uniti – che già ora sembrano orientati al sostegno delle società che reclamano libertà – potrebbero a quel punto essere sempre più in difficoltà a continuare ad appoggiare apertamente regimi autocratici, patrimonialistici e corrotti rinunciando nel contempo a esercitare una maggiore e più determinata pressione affinché essi introducano riforme liberali (le quali peraltro segnerebbero probabilmente la fine delle élite attualmente al potere). Tutti scrupoli, evidentemente, che il governo cinese non ha e che potrebbero indurre i Paesi del Golfo a valutare, ventilare, o anche solo vagheggiare la sostituzione di Washington con Pechino.

 

 

Il testo integrale dell'intervento sarà disponibile sul prossimo numero della rivista Oasis

 

 

 

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