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Medio Oriente e Africa

Un nuovo panorama giuridico e politico per il mondo arabo

Stando alla geografia, non c’è Paese, nella fascia che va dal Marocco al Pakistan, che non viva un periodo di difficoltà o di vera e propria crisi. Larghissima parte del mondo islamico è in fibrillazione e non è certo tempo di bilanci, tanto la situazione si presenta fluida. Però si può tentare di fotografare l’attualità, raccogliendo alcune indicazioni preziose sul panorama giuridico e politico che il mondo islamico si va lasciando alle spalle, sebbene rimanga molto incerto il futuro equilibrio tra occidentalismo, islamismo, spinte unitarie e che puntano alla disgregazione.

 

 

In primo luogo, l’equilibrio del potere politico costituzionale che aveva consentito e legittimato l’accentramento nelle mani di poche persone in diversi Paesi, già infragilito dalla fine della guerra fredda, sembra stia crollando. Quelli di Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, forse Assad e Saleh, sono gli episodi più recenti; negli ultimi anni sono tuttavia scomparsi in vario modo dalla scena politica governanti del calibro del pachistano Musharraf o Saddam Hussein. Lo stesso personalismo di Arafat nell’Anp replicava alcuni aspetti di questi fenomeni politici. Tutti sostituiti o da sostituire, almeno per molti, con forme di stato e di governo maggiormente democratiche e partecipative.

 

 

Qui si annida probabilmente la maggiore incognita, sotto il profilo giuridico. E non è soltanto la minaccia dell’integralismo islamico a movimentare il quadro: del resto, come ha mostrato Malika Zeghal proprio su questa rivista, la società civile in Paesi come la Tunisia non si può appiattire su posizioni islamiste.

 

Un interrogativo più ampio deriva dalla mancanza di un linguaggio politico e costituzionale dotato di qualche futuro, sia quanto alla distribuzione del potere, che sui diritti di libertà da garantire.

 

 

Uno sguardo all’indietro può forse contribuire a chiarire il quadro. Tunisia, Egitto, Siria, Iraq, in buona parte Algeria (che pure ha seguito un percorso particolare) e in qualche misura lo Yemen rappresentano altrettanti esperimenti di “trapianto costituzionale”. Tentavano di chiudere il periodo coloniale miscelando diritti di libertà occidentali con una forma di governo accentrata se non personalistica, unendovi una politica economica di stampo socialista. Tutto ciò aveva un senso, in un’epoca che esigeva la modernizzazione dei diritti, una guida per la transizione e di restituire alla popolazione le risorse accaparrate dai colonizzatori, che vennero nazionalizzate. Un elemento di legittimazione forte fu ritrovato nell’elemento etnico-linguistico, capace di radunare le diverse componenti religiose delle società nazionali attorno all’ideale dell’arabismo, vera bandiera di quei Paesi.

 

 

Le politiche economiche inefficaci, per cause esterne ed interne, un radicamento al potere delle élites che non ha consentito il ricambio e la responsabilizzazione delle istituzioni, un panorama di relazioni internazionali complicato non hanno solo generato un diffuso malcontento nei confronti di quelle strutture di potere. Hanno addirittura messo fuori gioco l’ideale dell’arabismo. Le vicende nazionali hanno trascinato nel fango l’idea politica, giunta dall’Occidente, che le aveva formalmente legittimate. Ora, l’importazione nuovamente di modelli dall’Europa e dal Nord America assomiglierebbe alla reintroduzione di una moneta già fuori corso. Difficile darle credito.

 

 

Se si escludono le ipotesi di costituzioni-manifesto, buone per coltivare relazioni internazionali e dare una limpida immagine di sé, ma inoperative, le alternative per il Nord Africa e il Medio Oriente sembrano essere, ad un primo sguardo, due. Innanzitutto, l’islamismo politico. L’Iran, dopotutto, ha sviluppato un sistema di potere non personalista, capace di sopravvivere ai propri leaders. Suscita comprensibilmente un’attrattiva. In secondo luogo, un sistema reticolare, su base territoriale: un esperimento antichissimo e calibrato sulla struttura tribale o sull’eterogenea distribuzione delle comunità religiose sul territorio. Questa via ha resistito in Libia per quarant’anni per poi declinare insieme a Gheddafi, che l’aveva monopolizzata – ma che finora regge in Arabia Saudita e, per la verità, sembra essere la prospettiva pragmaticamente perseguita per pacificare l’area irachena e quella afghana, nemmeno troppo ignota alla rottura della Palestina in due tronconi, facenti riferimento rispettivamente a Fatah e Hamas.

 

Naturalmente nessuna delle due ipotesi pare particolarmente consolante, sia sotto il profilo teorico che dal punto di vista delle attuazioni storiche. Ecco perché conviene riconsiderare le ragioni del fallimento dell’arabismo.

 

 

Partiti come il Ba’ath hanno copiato tanto le libertà costituzionali quanto le forme istituzionali occidentali, ma non ne hanno colto il significato. Hanno reso concretamente le libertà una conseguenza del potere politico: non una sua condizione. In sostanza, ondate di libertà e di restrizione si sono alternate a seconda della congiuntura politica. In base alle circostanze, le minoranze religiose, la libertà d’espressione e d’associazione sono state favorite o conculcate, senza ripercussioni per chi era al potere. Inoltre, i regimi hanno accentrato il potere in un numero limitato di plenipotenziari: in questo modo, hanno condannato il sistema istituzionale ad una durata pari al leader.

 

 

Bisogna chiedersi dove s’incontra un’idea in grado di far convergere la popolazione su una prospettiva che vada oltre la vita politica di chi ha governato finora: non soltanto un sistema di pesi e contrappesi istituzionali, ma un polo di attrazione politica. Un sistema costituzionale senza un progetto funzionerebbe come il Libano, dove il potere politico più importante risulta quello di veto, con la conseguenza dell’immobilità. Al contrario, non è un caso che finora abbiano retto all’urto popolare Stati come il Marocco o la Giordania: Paesi di stampo tradizionale, in cui tuttavia è possibile distinguere, almeno formalmente, le responsabilità dell’amministrazione statale dall’elemento di unificazione politica, il Re. Cambiare il governo in questi casi ha un senso, mentre là dove il potere esecutivo è anche formalmente nelle mani del capo dello Stato una tale misura suona a vuoto.

 

 

Le alternative dell’islam politico e della frammentazione territoriale rischiano di essere le più appetibili, perché manca un linguaggio politico e costituzionale all’altezza della sfida. Forse, più che importare modelli, bisognerebbe chiedersi cosa non si è compreso, dei modelli già adottati.

 

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