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Religione e società

«Viviamo il Corano nella Società Aperta, l’Europa si Confronti con Noi»

Sarajevo. Nella città ferita a morte e poi risorta, conversazione con Mustafa Cerić, Gran Mufti di Bosnia. Dalle ceneri della guerra degli anni ’90, non ancora del tutto spente, è nata una nuova generazione di musulmani, capace di raccogliere la secolare tradizione di un’identità viva e consapevole e di affrontare con orgoglio le sfide dell’oggi. Intervista a cura di Maria Laura Conte e Michele Brignone

Sarajevo, città dai molti volti. Le snelle moschee ottomane della città vecchia si protendono verso gli eleganti edifici asburgici, mentre sullo sfondo si stagliano i palazzoni in stile socialismo reale. Ultime arrivate, le imponenti costruzioni volute dai Paesi del Golfo rivaleggiano soltanto con le mille banche della finanza internazionale. Qua e là affiora qualche cicatrice della sanguinosa guerra di fine secolo. I problemi e le contraddizioni di questa città sono in fondo gli stessi sui quali si gioca il destino dell’Europa: il totalitarismo ideologico, la pace e la guerra tra culture e identità, la convivenza e il dialogo interreligiosi, il ruolo pubblico della fede. Di tutto questo Oasis ha scelto di discutere con una personalità d’eccezione dell’Islam europeo.

 

 

Lei ha vissuto e studiato sia in Bosnia che all’estero. È quindi in una posizione privilegiata per esprimere un giudizio sulla tradizione del suo Paese: pensa che l’Islam bosniaco abbia una fisionomia particolare?

 

 

Prima di rispondere alla domanda sulle possibili differenze tra “gli” Islam e sulla fisionomia dell’Islam bosniaco credo occorra distinguere tra principi islamici e modelli islamici. Come altre religioni, l’Islam si basa su alcuni principi accettati da tutti i musulmani ovunque si trovino. I musulmani sono uniti dalla loro fede nel monoteismo, nel Corano come ultima rivelazione divina e nella vita dopo la morte. Questi sono i principi. Poi “gli” Islam si differenziano secondo diversi modelli di applicazione degli stessi principi. Se si accetta la differenza tra principi e modelli, allora possiamo parlare di un modello bosniaco di Islam. I principi sono immutabili, ma, di fronte a nuove conoscenze, a nuove esperienze e in forza dell’ambiente nel quale siamo immersi possiamo cambiare l’interpretazione dei principi.

 

 

In cosa consiste dunque il modello islamico bosniaco?

 

 

Direi che ha tre caratteristiche basilari: in primo luogo, il fatto di trovarsi di una società multiculturale nella quale l’Islam coesiste con altre religioni in modo coerente. La seconda caratteristica è un approccio originale all’interpretazione del Corano e della Sunna del Profeta Muhammad basata sull’esperienza degli ‘ulamâ’ bosniaci. La terza caratteristica è che i musulmani vivono in Bosnia in una società aperta e tale atteggiamento è ratificato dall’interpretazione istituzionalizzata della dottrina islamica. L’importante è proprio che ogni nuova sfida posta all’interpretazione dei principi sia sottoposta a un dibattito istituzionalizzato e collettivo: il compito di guidare la vita dei credenti non spetta infatti al giudizio individuale ma all’intera comunità e alle istituzioni che la rappresentano (per esempio il Reis al Ulema).

 

 

Prima ha tracciato la differenza tra principi dell’Islam, che sono unici, e sue applicazioni, che possono distinguersi. L’arrivo in Bosnia durante la scorsa guerra di gruppi dal Medio Oriente che si riconoscono in altri “modelli” di Islam e il loro permanere oggi qui può in qualche modo provocare un “tradimento” del modello bosniaco tradizionale?

 

 

È una domanda legittima. Ogni tradizione può essere definita in diversi modi, ma nessuna è statica, ogni tradizione è dinamica e vibrante, proprio come una lingua. Anche la nostra tradizione islamica si sta muovendo, ma senza abbandonare i principi fondamentali. Neanche il comunismo, con la sua secolarizzazione aggressiva, è riuscito a estirparli. Posso capire la vostra preoccupazione per il futuro dei musulmani bosniaci, ma il vero punto è: è possibile che il genocidio si ripeta? Invece di concentrarci su quello che succederà alla nostra tradizione noi dobbiamo preoccuparci per le nostre vite. Quelli che sono stati uccisi a Srebrenica l’11 luglio del 1995 erano tipici musulmani bosniaci tradizionali. Perché sono stati uccisi? Non erano esposti ad alcuna influenza esterna, e non vi erano tra di loro mujahidin… Proprio per questa esperienza particolare abbiamo ora una nuova generazione di musulmani bosniaci che hanno imparato la lezione e sono ben consapevoli del fatto che, quando è questione di difendersi, non si può confidare in forze straniere, ma solo in Dio e nella propria fede. Più si è convinti della propria identità, più si diventa tolleranti. È una lezione che ho imparato in Bosnia: la tolleranza è un segno di forza, l’intolleranza di debolezza. Se so chi sono, non temo nessuno, al contrario sono curioso di conoscere chi è diverso da me. I giovani di oggi sono diversi da quelli di prima della guerra. Sono più consapevoli delle loro radici religiose e della loro fede, sono più coerenti nella loro pratica e allo stesso tempo sono abbastanza maturi da non lasciarsi manipolare dall’esterno da chi non capisce la loro tradizione islamica. L’esperienza che abbiamo avuto non modifica il modo con cui siamo musulmani in Bosnia ed Erzogovina, al contrario. Apparteniamo sia all’Islam sia all’Europa. L’Islam ci dà lo spirito e l’Europa la mentalità. Possono convivere le due cose? Io credo di sì.

 

 

Ha fatto riferimento a Srebrenica. Pensa che sia possibile il perdono reciproco?

 

 

Sì, il perdono è possibile, a condizione che chi lo cerca ammetta le sue colpe. Non si può perdonare chi non chiede perdono. Conosciamo il detto dell’Antico Testamento: «Occhio per occhio, dente per dente». Si può trovare lo stesso nel Corano. Ma il Corano aggiunge che è meglio perdonare (cfr. Corano 5,45). Durante il genocidio di Srebrenica una sola famiglia ha perso duecento dei suoi membri: non c’è stato da parte loro un solo atto di vendetta. Questo significa che hanno recepito e capito il messaggio del Corano. Quando qualcuno mi chiede qualcosa a questo proposito io rispondo che ha il diritto di vendicarsi, ma se perdona è meglio.

 

 

A suo avviso, quale insegnamento possono trarre dal modello bosniaco l’Islam europeo e l’Europa stessa?

 

 

Credo che dovremmo prima chiederci cosa vuole l’Europa. L’Europa sta affrontando un nuovo fenomeno: quello dell’Islam all’interno dei suoi confini. Molti fanno riferimento alle radici cristiane dell’identità europea, ma io penso che dovremmo guardare prima di tutto a un fatto: l’Europa è sempre stata aperta alle influenze di diverse culture e il Cristianesimo è solo uno degli aspetti di questo sviluppo. A dire il vero, nessuna delle religioni che si sono diffuse in Europa, incluso il Cristianesimo, ha avuto origine in Europa. In questo senso siamo tutti sullo stesso piano e la tradizione cristiana dell’Europa non dà al Cristianesimo una priorità. L’Islam è una sfida per l’Europa come in passato lo è stato il Cristianesimo. Per quanto riguarda i musulmani, la loro sfida consiste nel fatto che essi sono arrivati in Europa come immigrati in cerca di opportunità economiche piuttosto che con l’intento di predicare o diffondere l’Islam. Ma, col tempo, sono diventati più consapevoli della loro identità islamica. L’Europa deve confrontarsi con questo fenomeno e non sa cosa fare, in primo luogo perché i musulmani non hanno un’istituzione che li rappresenti, ma soprattutto perché l’Europa, o meglio la tradizione illuministica europea, obbliga le persone a vivere come se Dio non esistesse. Quando i musulmani hanno iniziato a parlare di Dio e della fede, quando hanno iniziato a pregare nelle strade, gli europei hanno subito il contraccolpo, non perché odino l’Islam, ma perché hanno perso la cognizione di cosa sia un’esperienza religiosa pubblica. Io credo che la domanda legittima sia che cosa l’Europa deve fare per facilitare l’integrazione dei musulmani nella società. L’integrazione deve essere biunivoca, anche se sarà un processo lungo. La Bosnia può essere un modello? Non saprei. Posso solo dire che sia i musulmani che l’Europa devono guardare all’esperienza bosniaca per capire che cosa è bene trattenere e che cosa invece va rifiutato. Certo, l’Islam bosniaco ha dimostrato di poter sopravvivere nell’ambiente europeo senza perdere la propria identità. Non siamo né assimilati, né isolati come qualcuno avrebbe voluto: siamo semplicemente integrati nella civiltà europea con il forte sentimento di appartenere all’Islam come religione e alla società europea come cittadini.

 

 

Nella sua Declaration of European Muslims Lei ha affermato che «l’Europa è il luogo in cui i musulmani possono riscoprire la forza e la bellezza dell’universalismo dell’Islam». Cosa intende esattamente con questa frase?

 

 

Chi vive in uno stato nazionale del Medio Oriente non può che avere un solo sguardo sull’Islam. Ma chi arriva in Occidente e vede pakistani, turchi, arabi eccetera frequentare la stessa moschea diventa sempre più consapevole del fatto che è l’Islam, e non la nazionalità, a unire i musulmani.

 

 

Intende anche dire che i musulmani hanno l’opportunità in Europa di riscoprire i principi dell’Islam?

 

 

Si …. e di dar vita a un nuovo modello di tipo europeo.

 

 

Ha citato prima la tradizione illuministica: secondo molti intellettuali contemporanei, anche musulmani, per integrarsi nella società europea l’Islam avrebbe bisogno di essere riformato secondo i principi dell’Illuminismo. Qual è la sua opinione al riguardo?

 

 

L’Islam è già la più grande riforma del pensiero religioso nella storia dell’umanità. Mi lasci citare tre prove a conferma di quello che sto dicendo: in primo luogo la proclamazione islamica del principio per cui non c’è costrizione nella religione; in secondo luogo la protezione dei diritti della donna: non voglio entrare in questo dibattito, ma il fatto che nel VII secolo l’Islam abbia proclamato contro il volere degli arroganti signori della Mecca che le donne avevano diritto all’eredità e che esse erano create con la stessa sostanza degli uomini è stata una rivoluzione; infine l’abolizione, da parte del Profeta Muhammad, dell’istituzione del sacerdozio, che ha reso tutti ugualmente responsabili davanti a Dio e parimenti dotati della possibilità di ricevere la Sua grazia. Certo, i musulmani stanno ora attraversando tempi difficili, specialmente per quanto riguarda il loro posto nella storia. Chi vive in Occidente può legittimamente chiedersi quando i musulmani saranno “illuminati”. Ma la storia dimostra che l’Islam ha contribuito in maniera determinante alla nascita dell’Umanesimo e del Rinascimento europei. Basti pensare alle opere dei filosofi musulmani del XII secolo, per esempio ad Averroè e al suo razionalismo ….

 

 

Ma in cosa si riflette oggi questo contributo storico di cui Lei parla?

 

 

Nonostante le attuali difficoltà, penso che i musulmani bussino oggi alla porta dell’Occidente ricordando alcuni principi morali che esso ha dimenticato, esattamente come, in passato, hanno bussato alla porta dell’Europa ricordandole il razionalismo che essa aveva abbandonato. L’Occidente deve passare per una rivoluzione spirituale. L’attuale collasso economico non è una questione di crisi finanziaria: è una crisi morale. Credo che l’Occidente sia colpevole di sette grandi peccati: benessere senza lavoro, educazione senza morale, affari senza etica, piacere senza coscienza, politica senza principi, scienza senza responsabilità, società senza famiglia, e ne aggiungerei un altro: fede senza sacrificio. Ora, qual è la soluzione? Sostituire i “senza” con altrettanti “con”. Credo che non sia possibile isolare una civiltà o una fede e poi “illuminarla”. Viviamo in un mondo globalizzato, in cui l’interscambio di idee, incluse quelle che appartengono all’Illuminismo, è una sfida sia per l’Occidente che per il mondo islamico. Ma sono anche convinto che i musulmani abbiano preservato, in confronto ad altri gruppi religiosi, un più alto senso della moralità, benché non siamo sempre in grado di articolarlo, con la conseguenza che il resto del mondo non li capisce.

 

 

Ma, più specificamente, Lei pensa che i musulmani possano accettare l’idea per cui la fede sarebbe un affare privato?

 

 

Ho subito questa idea per decenni. La mia prima risposta è che anche chi non crede in Dio crede comunque in qualcosa. Perché allora alcune credenze avrebbero il diritto di esprimersi pubblicamente e altre no? Tra l’altro, uno può forse portarsi la moschea o la chiesa a casa propria? Si possono cancellare chiese e moschee dallo spazio pubblico? Questo è uno dei paradossi della secolarizzazione: costringere chi crede in Dio a vivere con una doppia personalità, una buona per quando è in casa propria e l’altra da esibire all’esterno. Io non posso che sentirmi sfidato: i miei discorsi e le mie prediche devono essere accettabili sia in moschea sia nella pubblica piazza. Se avessi due facce, se dicessi una cosa in moschea e un’altra fuori dalla moschea, sarei un ipocrita. E l’ipocrisia può creare un conflitto innanzitutto interiore, ma a volte anche con gli altri. Ecco perché penso che le persone che pretendono di avere il monopolio della vita pubblica solo perché non credono in Dio abbiano torto. Sarò franco: la politica è troppo importante per essere lasciata solo ai politici; la teologia è troppo preziosa per essere lasciata solo ai teologi; la questione della guerra e della pace è troppo pericolosa per essere lasciata solo ai generali. Viviamo in un mondo in cui non ci sono barriere. Come uomo religioso devo sapere che cosa sta succedendo nella mia città, nel mio paese, sia dal punto di vista morale sia da quello politico ed economico. Sono parte della società, non mi potete isolare. E coloro che non frequentano la moschea devono comunque sapere cosa dico perché può essere buono o cattivo anche per loro.

 

 

Intende dire che dovremmo ripensare il paradigma illuminista che ha governato la vita pubblica europea degli ultimi due secoli? La questione è: l’Illuminismo ha aiutato le religioni?

 

 

Certo che l’ha fatto: le religioni hanno beneficiato più di chiunque altro delle critiche mosse loro dall’Illuminismo. Queste critiche hanno permesso loro di purificarsi di quegli elementi che non avevano molto a che fare con la Rivelazione. Ma dovremmo smetterla di considerare l’Illuminismo come una bibbia. Dovremmo piuttosto “illuminare l’Illuminismo”, restituendogli la moralità di cui ora è privo. In questo senso stiamo vivendo l’epoca più interessante nella storia dell’umanità, perché abbiamo fatto esperienza sia del pensiero religioso sia di quello non religioso e dobbiamo ora decidere se vogliamo ripristinare il patto con Dio o se preferiamo affidarci alle logore idee dei filosofi del XVIII e del XIX secolo, che non sono in grado di fornire le risposte alle domande del momento attuale.

 

 

Proprio nel momento attuale, le scoperte della scienza e l’incidenza della tecnica sulla vita sollevano questioni cruciali sulla concezione dell’uomo e degli aspetti fondamentali della sua esperienza (nascita, amore, morte). Qual è in proposito la Sua opinione di credente musulmano?

 

 

Prima di tutto la vita è un dono di Dio. Non la possediamo. Tuttavia non è facile rispondere a questa domanda. Mi è capitato di partecipare a un dibattito con alcuni scienziati sulla possibilità di creare la vita in laboratorio. Ho detto loro che in realtà non stanno creando niente; stanno solo disturbando la creazione con il loro intervento. Nell’antico Egitto Faraone imponeva ai suoi sudditi di riconoscerlo come Dio. Credo che oggi abbiamo molti candidati a rimpiazzare Dio. Ma credo anche che gli scienziati che cercano di imitarlo saranno presto delusi dallo scoprire che in fondo sono solo di passaggio in questo mondo e di loro non resterà molto. Dobbiamo dar tutti prova di umiltà e di umanità ed essere soddisfatti di come Dio ci ha creati.

 

 

Un’altra questione cruciale delle nostre società è la relazione tra maggioranza e minoranze. Non è solo un problema di equilibrio tra culture e identità, ma implica la distinzione tra i diritti fondamentali e gli altri diritti.

 

 

È una questione molto complicata. Certamente non è piacevole essere minoranza, in qualsiasi circostanza ci si trovi e qualsiasi diritto venga concesso. La situazione è più semplice se si ha a che fare con persone ragionevoli che si capiscono reciprocamente. Fondamentalmente non dovrebbe essere una questione di minoranza o maggioranza, ma di come le rispettive posizioni vengono spiegate e comunicate. Inoltre ci si può sentire discriminati perché non si riesce a ottenere quello che altri invece ottengono, ma nello stesso tempo essere soddisfatti di quello che si è. Né la maggioranza né la minoranza possono avere tutto. Quello che spero per l’Europa è che tutti capiamo che la nostra diversità è un privilegio che rende le nostre vite interessanti. Dobbiamo cercare l’unità e imparare gli uni dagli altri. Noi musulmani abbiamo molte cose da trasmettere agli altri, ma anche noi abbiamo molte cose da ricevere. Gli altri possono rendere la nostra vita sempre più piena di senso.

 

 

In Bosnia esiste un consiglio interreligioso al quale Lei partecipa attivamente: quali obiettivi state raggiungendo tramite questo lavoro comune?

 

 

Il consiglio religioso è stato istituito nel 1997. È composto dai rappresentanti delle quattro comunità religiose tradizionali presenti in Bosnia (musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei) e ha un forte valore simbolico. Il suo risultato più significativo è stato, credo, la stesura della nuova legge sulla libertà religiosa poi adottata dal parlamento bosniaco. Ma esso svolge anche un’importante attività che spero verrà mantenuta in futuro: redige un rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani in Bosnia ed Erzegovina, nel quale vengono segnalati tutti i casi di abuso o di violenza commessi contro chiese, moschee, cimiteri e ogni altro luogo di culto.

 

 

Lei ha partecipato, come leader della delegazione musulmana, al primo Seminario del Forum Cattolico-Musulmano tenutosi nel novembre 2008 in Vaticano. Che cosa ha ricavato da questa esperienza?

 

 

È stato l’incontro di dialogo più interessante che io ricordi in vita mia. È stato molto onesto, aperto e anche utile. I primi due giorni sono stati difficili: cristiani e musulmani, ci siamo lamentati delle incomprensioni reciproche e in alcuni momenti siamo stati sul punto di andarcene. Ma poi abbiamo pensato che se Martin Luther King avesse detto «Ho una cosa di cui lamentarmi», nessuno lo avrebbe ascoltato. Invece ha detto: «Ho un sogno». Ecco perché abbiamo deciso di concentrarci sui nostri comuni ideali e valori. Alla fine abbiamo lasciato il Vaticano con un comunicato molto chiaro nel quale abbiamo espresso il nostro impegno a continuare il dialogo. Devo dire che Papa Benedetto XVI, con la sua presenza e con la citazione del Profeta Muhammad alla fine del suo discorso, ha dato prova di umiltà e della sua volontà di continuare a parlare con i musulmani. C’è un detto inglese che dice «La gentilezza uccide». Se vuoi conquistare qualcuno sii gentile con lui. Essere umile non è una sconfitta, ma una vittoria.

 

 

Quindi Lei ritiene che musulmani e cristiani possano trovare un accordo sulla base di alcuni valori comuni…

 

 

Le religioni della tradizione abramitica sono unite dai Dieci Comandamenti, che sono alla base della relazione tra Dio e gli uomini e tra uomo e uomo. Io credo possano essere sintetizzati in cinque valori: vita, fede, libertà, proprietà e dignità. Sono questi valori a costituire un terreno di accordo tra cristiani e musulmani e a permettere la costruzione del bene comune.

 

 

 

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