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Religione e società

Spagna, dove la comunità diventa lobby

L’evoluzione della vita pubblica delle associazioni musulmane dall’ultimo periodo del franchismo ad oggi. Da una dimensione essenzialmente religiosa e di culto ad una presenza strutturata capace di esercitare influenza sulla politica e sulle istituzioni.

Il pluralismo religioso è estraneo alla storia contemporanea della Spagna fino a tempi recenti. La sua comparsa come realtà sociale significativa è infatti associata al recupero della democrazia (1977) e all’ingresso in Europa (1986). In tale scenario di mutamento i musulmani hanno esercitato un’influenza crescente. La loro rilevanza politica e sociologica ha avuto un grande impatto mediatico, che ha superato i confini nazionali. Questo articolo illustra gli elementi principali che spiegano tale evoluzione: dalla confessione religiosa alla lobby.

 

 

Un’analisi storica delle comunità islamiche nell’odierna Spagna esige la comprensione della loro evoluzione dallo status di minoranza tollerata all’attuale trasformazione in attori sociali rilevanti, da leggersi in relazione al mutamento del fatto religioso, in particolare nel passaggio dal confessionalismo della dittatura di Franco all’apertura liberale della transizione democratica, strutturata per sviluppare un modello pluralista di laicità positiva. Dal punto di vista giuridico, il tardo franchismo (1967-1975) concepì le comunità islamiche come organi di rappresentanza confessionale in una cornice di semi-libertà religiosa, avendo come obiettivo l’ordinamento specifico di Ceuta e Melilla e il consolidamento di una politica estera di tradizionale amicizia ispano-araba.

 

 

L’attuale istituzionalizzazione di tali associazioni permette di parlare di lobby, la cui dimensione politica e influenza sociale va al di là dell’aspetto religioso-cultuale. Tale tipologia multifunzionale si è consolidata, finendo per eccedere l’ambito della libertà di coscienza. La storia interna delle comunità islamiche, i loro discorsi, i loro progetti e le loro politiche comunicative consentono di considerarle come attori di spicco della trasformazione sociologica e culturale della Spagna odierna, così come della modernizzazione di uno Stato costruito per secoli sul confessionalismo.

 

 

Si possono citare tre momenti chiave di questa evoluzione. In primo luogo uno statuto di tolleranza (Legge del 1967). Quindi l’acquisizione della personalità giuridica garantita dall’articolo 16 della Costituzione spagnola (1978), diritto fondamentale sviluppato con la legge organica sulla libertà religiosa (1980) e gli accordi di Cooperazione dello Stato con le Confessioni evangelica, ebraica e islamica (Leggi 24, 25 e 26 del 1992). Infine la diversificazione funzionale, con la quale le comunità islamiche hanno trasformato il proprio profilo confessionale per rivendicare la gestione globale degli interessi dei musulmani come minoranza discriminata. Tutto ciò ha richiesto nuove formule giuridiche che ottimizzassero risorse e proiezioni sociali. Di qui la creazione di fondazioni e organizzazioni non governative.

 

 

Durante la dittatura di Franco le confessioni non cattoliche erano sottoposte a un regime confessionale forzato (Legge sui Principi del Movimento Nazionale del 1958 e Concordato del 1953). L’impatto del Concilio Vaticano II stimolò un movimento di rinnovamento ecclesiale e obbligò il regime a introdurre cambiamenti non desiderati. L’essenziale alterazione della relazione Chiesa-Stato permise una prima legalizzazione dei gruppi non cattolici, ciò che paradossalmente facilitò uno spazio di crescita embrionale dell’associazionismo islamico.

 

 

Tale rinnovamento colpiva l’immagine del Cattolicesimo spagnolo come residuo di un’ortodossia estemporanea. Mater et Magistra, Pacem in Terris, Dignitatis Humanae o Gaudium et Spes sviluppavano principi incompatibili con un Cattolicesimo conservatore e fortemente coinvolto nella legittimazione di un regime che si autodefiniva nazional-cattolico. La definizione della libertà religiosa come diritto civile e presupposto di relazioni basate sull’indipendenza e la cooperazione alterarono la stabilità e i buoni rapporti tra la gerarchia della Chiesa spagnola e il dittatore fino al 1975, anno della morte di Franco.

 

 

La legge del 1967 formulò la libertà religiosa come diritto civile tutelato, permise l’esercizio del culto privato e aprì la strada all’associazionismo islamico, una realtà che si articolava informalmente in una generazione ponte di studenti arabi ed élite diplomatiche iscritte a centri culturali. Tra il 1968 e il 1971 vennero registrate le prime associazioni rappresentative delle diverse tendenze: una legata alle preoccupazioni proprie delle città nordafricane, con l’Asociación Musulmana de Melilla e la Zauia Musulmana de Ceuta (Zawiya islamica di Ceuta); un’altra formata da entità nate per iniziativa di studenti arabi, come l’Asociación Musulmana de España (Associazione islamica di Spagna) e infine un movimento internazionale eterodosso e fortemente missionario come la Yamaat Ahmadiyya del Islam en España (Comunità Ahmadiyya dell’Islam in Spagna).

 

 

La transizione (1976-1982) implicò l’abbandono del confessionalismo e un nuovo modello di relazioni Chiesa-Stato. Parallelamente, le istanze democratiche richiesero di dare concretezza giuridica al diritto alla libertà religiosa. Così, l’Accordo con la Chiesa del 1976 ufficializzò una mutua rinuncia ai privilegi relativi alla giurisdizione ecclesiastica e alla presentazione dei Vescovi allo Stato, sostituendosi al Concordato ed esortando a coltivare le relazioni reciproche in ambiti cruciali.

 

 

 

Stato aconfessionale

 

 

Lo sviluppo costituzionale sulla libertà di coscienza (articolo 16.3) attraverso la Legge organica del 1980 prefigurava il nuovo modello e le polemiche che sarebbero state associate alla sua interpretazione. Venne proposto il termine Stato aconfessionale, eliminando la formulazione negativa della costituzione repubblicana del 1931. Ciò nonostante, la separazione tra Stato e Chiesa veniva attenuata da un’esigenza superiore di cooperazione. Tale compromesso manteneva le distanze tanto da un approccio confessionale quanto dalla laicità in senso stretto, garantendo allo stesso tempo la neutralità dello Stato e una concezione positiva del fatto religioso.

 

 

Tale modello ebbe ricadute anche sull’associazionismo non cattolico, estendendo la libertà religiosa al diritto collettivo di Chiese, confessioni e comunità religiose con le quali i poteri pubblici dovevano stabilire meccanismi di cooperazione. Entità e federazioni si videro riconoscere personalità giuridica attraverso l’iscrizione a un nuovo registro.

 

Va qui messa in luce l’importanza della dichiarazione dell’Islam come religione di “notorio arraigo” (radicamento riconosciuto) in Spagna (1989) e la complessa negoziazione di un accordo di cooperazione con la Comisión Islámica de España (1992). Approvati entrambi sotto i governi socialisti di Felipe González, gli accordi si inserivano in un programma di sviluppo della laicità attraverso l’uguaglianza tra le confessioni. Si concludeva in questo modo un processo di riconoscimento simile a quello che la comunità ebraica aveva ottenuto nel 1982 e quella evangelica nel 1986. Dietro alle dichiarazioni sul radicamento riconosciuto dell’Islam, formulate sulla base della sua consistenza demografica, della stabilità del suo insediamento e della sua rilevanza storica, si celava l’esistenza di due grandi progetti federativi, fra di loro competitivi: uno capeggiato dall’Unione delle Unión de Comunidades Islámicas de España (UCIDE), e l’altro dalla Federación Española de Entidades Religiosas de España (FEERI).

 

 

In questo periodo (1982-1989), il laicismo del PSOE puntava all’aggiornamento delle relazioni con la Chiesa in un contesto sociale secolarizzato. La Conferenza Episcopale Spagnola interpretò tale scommessa politica come una sfida che poneva in discussione i valori sociali dominanti e come un processo legislativo poco compatibile con i suoi precetti e volto a indebolirne il ruolo di riferimento morale della società. La crescita di altre confessioni rendeva lo spazio spagnolo un luogo di proselitismi concorrenti, nel quale la Chiesa avrebbe dovuto trasformarsi diventando capace di aprire canali di dialogo. I messaggi di Giovanni Paolo II nel corso del suo primo viaggio apostolico in Spagna (1982) confermarono tale cambiamento. In meno di un decennio, la Spagna passò a essere definita terra di missione.

 

 

Tale processo va messo in relazione con i cambiamenti demografici iniziati a metà anni ’80, quando la Spagna diventò paese meta di immigrazione, in particolare marocchina e latinoamericana. Ciò influenzò la crescita naturale della popolazione, il mercato del lavoro e il sorgere del pluralismo comunitario nelle città spagnole. La regolamentazione delle comunità islamiche interessò le autorità in quanto strumento per integrare socialmente i contingenti di lavoratori stranieri. Nel decennio successivo, il loro incremento si trasformò in un problema prioritario dell’agenda politica, in particolare nelle questioni legate alla sicurezza, al controllo delle frontiere o agli aspetti sociali e umanitari che gli impegni derivanti dall’ingresso della Spagna nella comunità europea implicavano. Il riconoscimento dell’Islam non va dunque isolato da tale contesto internazionale. Lo Stato si vedeva costretto a sviluppare politiche e legislazioni inedite per soddisfare una realtà che andava al di là delle sue previsioni iniziali.

 

 

Tra il 1986 e il 1989 furono registrate 20 organizzazioni islamiche. Nel 1992 se ne contavano già 46: il loro numero era cioè raddoppiato nel giro di un triennio. In altre parole, il riconoscimento e l’Accordo del 1992 stimolarono l’associazionismo come formula di inquadramento e vero e proprio asse della storia recente dell’Islam in Spagna. L’importanza delle registrazioni realizzate negli anni ’80 derivava dalla comparsa di un movimento guidato da convertiti spagnoli. La crescita esponenziale delle iscrizioni nell’ultimo decennio ha invece una relazione più stretta con la regolamentazione dell’immigrazione maghrebina. Un tendenza consolidata soprattutto in Andalusia, a Madrid e in Catalogna.

 

Fino al 1992 i dirigenti musulmani hanno cercato un riconoscimento come minoranza. D’allora in poi si sono posti l’obiettivo di un avanzamento strategico che sfruttasse la crescita numerica per includere le proprie istanze nell’agenda del governo, intendendo l’Accordo come nuovo status collettivo che poneva rimedio all’affronto storicamente inflitto all’Islam da uno Stato fondato sulla confessionalità sin dalla espulsione dei moriscos (1609). Una delle organizzazioni islamiche (la FEERI) interpretò i colloqui con la Commissione consultiva per la libertà religiosa come negoziato bilaterale e impegno per regolare interessi in conflitto in vista della risoluzione di una discriminazione secolare. La natura delle sue richieste – in alcuni casi più prossime al diritto civile che a quello religioso – e la sua crisi di rappresentanza interna sfidarono la laicità dello Stato, come neutralità e separazione.

 

 

 

Gruppi di pressione

 

 

La pubblicazione del Curriculum di insegnamento religioso islamico (1996) diede avvio a una differenziazione strutturale e funzionale. Per questo motivo l’applicazione al caso dei musulmani di schemi analitici esplicativi dell’associazionismo religioso risulta inadeguata. Al contrario, condotta e organigramma presentano analogie con movimenti sociali e politici. La divisione federativa (UCIDE-FEERI) si tradusse in una dura competizione per la rappresentanza e l’inquadramento dell’Islam in Spagna. Risorse e contatti internazionali furono intensificati per sviluppare strategie, progetti, stili di leadership e ambiti di influenza. Alla fine, il fatto che alcune istanze rimanessero senza risposta venne interpretato come inadempienza all’Accordo, ciò che spinse i suoi rappresentanti ad allinearsi a dinamiche di opposizione durante il periodo 1996-2004. All’inizio essi ritenevano possibile l’avvicinamento a un governo di ispirazione cattolica, ma il disaccordo non tardò a manifestarsi, in particolare nella polemica sull’immigrazione illegale (“documenti per tutti”) e nel rifiuto della guerra in Iraq (2003). Tale posizionamento rafforzò la volontà di trasformarsi in agenti di rappresentanza vicini a una sensibilità sociale maggioritaria attraverso una presenza costante nei mezzi di comunicazione e in vari spazi di socializzazione.

 

 

La lobby, intesa come gruppo di interesse o di pressione vicino alla spazio pubblico, è una figura inedita in Spagna. Tuttavia, il ruolo attualmente svolto dalle organizzazioni islamiche può essere interpretato attraverso questa categoria. Non solo esse difendono e rappresentano gli interessi di una collettività rilevante (lobby di protezione), ma hanno esercitato anche una funzione rappresentativa esterna (lobby di promozione). Gli attentati dell’11 marzo 2004 hanno provocato un sentimento nazionale di commozione e una storica mobilitazione antiterrorista. Benché tale preoccupazione esistesse già dal 2001, le comunità islamiche hanno moltiplicato gli sforzi per dissociare la propria immagine pubblica da questo fenomeno di esaltazione violenta, denunciando il rischio di stigmatizzazione e xenofobia. Con le loro manifestazioni, esse hanno cercato di creare nell’opinione pubblica un clima favorevole a innescare una vera transizione religiosa, associata a un modello di cittadinanza multi-confessionale e multi-culturale. Nel 2004 si contavano già più di 250 organizzazioni registrate distribuite su tutto il territorio. Secondo alcune fonti, esse rappresentavano tra le 350 mila e il milione di persone.

 

 

Pur con diverse sfumature, a queste organizzazioni possono essere applicate alcune delle funzioni che la scienza politica attribuisce ai partiti: propaganda, inquadramento, mobilitazione, coesione e disciplina, formazione dei quadri e internazionalismo. Progressivamente i loro organigrammi si sono adattati a nuove necessità per gestire con maggior efficacia i propri obiettivi e facilitare i compiti di consultazione, decisione, coordinazione e azione. La differenziazione interna corrisponde a taluni tratti caratteristici della loro storia. L’UCIDE presenta un modello gerarchico e piramidale. Al contrario, la FEERI ha optato per una forma decentralizzata, secondo una matrice in cui la linea di autorità viene equilibrata da quella della responsabilità. Un esempio di modello misto è invece fornito dal Consejo Cultural Islámico di Valencia, composto da musulmani di origine araba e spagnola, che gode del riconoscimento e del sostegno di personalità europee e del mondo arabo. Ciò che ha in comune con le altre organizzazioni è il suo profilo militante di organizzazione in fieri, con strutture interne pensate per svolgere un’intermediazione effettiva tra l’individuo e lo Stato, espressione della sua ambizione a confermarsi come canale necessario nella gestione pubblica dell’Islam. La sua rappresentazione collettiva è stata ispirata a elementi ideologici e utopici caratterizzanti. È il credo a funzionare come motore di militanza e inesauribile riserva di legittimità.

 

 

Allo stesso modo, sono state dibattute diverse proposte di modifica della CIE (Comisión islamica de España), organo di rappresentanza davanti allo Stato. Su iniziativa della FEERI, il Ministero della Giustizia ha aperto un giro di trattative, durante il quale ogni federazione è stata chiamata a inviare un modello di statuto. Le bozze riflettevano le diverse maniere di concepire il futuro dell’Islam in Spagna e la sua modalità di relazione con lo Stato. Sullo sfondo di questo argomento si è prodotta una scissione all’interno della FEERI. Dal 2006 il suo segretario generale, Mansur Escudero, e l’organizzazione di convertiti Junta Islamica, si sono staccati dalla federazione, dando avvio a un progetto proprio. Il conglomerato di entità islamiche radicato a Cordoba include settori strategici come la pubblicazione Verde Islam o l’Instituto Halal.

 

Escudero ha respinto l’ipotesi di creare un partito politico islamico, scommettendo su un più chiaro profilo di gruppo di pressione. Ciò nonostante vi sono state altre iniziative più isolate, per esempio quelle legate alle città nordafricane: Coalición por Melilla o la Unión Demócrata Ceutí. Negli anni ’80 si era peraltro già presentato il caso del progetto Nación Andaluza, che difendeva un nazionalismo andaluso minoritario. Un’opzione diversa è rappresentata dal Partido Renacimiento y Unión de España (PRUNE), nato nel 2009 come iniziativa legata al giornalista marocchino Mustafa Bakkach. Si tratta di un partito nazionale a base religiosa che si prefigge una «rigenerazione morale ed etica della società spagnola» e aspira a rappresentare gli interessi di musulmani stranieri e convertiti, nonché delle minoranze di immigrati (cfr. Ideal, 24 febbraio 2009). Si tratta di un voto di grande dispersione e di importanza decisiva nel futuro elettorale spagnolo. Tale progetto ha suscitato il rifiuto di gran parte delle organizzazioni islamiche di Spagna per varie ragioni: possibile interferenza della politica marocchina – questione sensibile in Spagna –, strategia politica controproducente per la gestione degli interessi attuali e rischio potenziale di attirare radicali insoddisfatti. Esso assegnerebbe inoltre ai musulmani di Spagna un ruolo polemico nella definizione dell’Euroislam. In particolare, il successo di tale programma politico potrebbe porsi in concorrenza con una strategia di lobbying islamica. Imitare la Democrazia Cristiana risulta perciò un percorso complesso per la minoranza islamica in Europa.

 

 

Occorre tuttavia insistere su questo peculiare profilo politico quando si definisce la natura delle comunità islamiche come minoranza organizzata in Occidente. Il legittimo esercizio di rappresentanza e difesa dei diritti non sfugge all’universo di percezioni associate all’Islam come alterità storica e fuoco di attenzione mediatica del presente. Numerose distorsioni provocano la denuncia permanente da parte dei portavoce delle comunità islamiche di fenomeni d’intolleranza nei confronti dell’Islam generati da pregiudizi e ignoranza. Per favorire l’integrazione dell’Islam le autorità spagnole hanno promosso politiche di riconoscimento che al contempo richiedono il pieno adattamento agli ordinamenti e ai valori costituzionali. Una sfida che richiede un dialogo permanente dei musulmani con diversi attori sociali, tra i quali spicca la Chiesa cattolica.

 

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