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Religione e società

Tra cristiani e musulmani una via di comunione

Promesse e incognite di una stagione di ribellione/1. Ascoltando le rivendicazioni delle masse popolari non si può non percepire un legame misterioso tra l’appello finale del Sinodo della Chiesa cattolica del Medio Oriente e tutto ciò che queste società chiedono oggi: giustizia e libertà. L’evidenza di una occasione storica.

Questo articolo è pubblicato in Oasis 13. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 10:24:37

Il Sinodo della Chiesa cattolica del Medio Oriente, convocato a Roma da Papa Benedetto XVI dal 10 al 24 ottobre 2010, non è estraneo al tema di questo articolo. Il Sinodo, che aveva come sottotitolo “Comunione e testimonianza” ha trattato infatti, sia nei documenti preparatori –Lineamenta e Instrumentum laboris – sia in quelli pubblicati nel corso del Sinodo e soprattutto alla sua conclusione – vale a dire il Messaggio e le Propositiones – la questione della presenza cristiana in Medio Oriente, sottolineando il suo stretto rapporto con la storia e la cultura arabo-musulmana. Se gettiamo un rapido sguardo alle due settimane di riflessioni e dibattiti, si può constatare che la saggezza dei pastori ha saputo evitare due scogli che avrebbero potuto nuocere all'assemblea, vale a dire la fuga in un discorso ideologico che riproducesse una dottrina ufficiale o il confinamento in una visione pessimista e allarmista dei nostri Paesi e delle nostre Chiese. A dire il vero, il Sinodo, la cui preparazione era iniziata un anno prima, ha guardato le difficoltà diritto in faccia, in uno sguardo di fede che si apre al futuro che i cristiani contano di costruire nelle loro società a maggioranza araba e musulmana. Uno dei temi ricorrenti è stato quello del dialogo con i musulmani, con una particolare attenzione alla dignità umana, alla cittadinanza, alla libertà religiosa e alla libertà di coscienza. Per la prima volta la lingua araba è stata, accanto all’italiano, all’inglese e al francese, una delle lingue ufficiali del Sinodo, con un’insistenza sull’appartenenza delle nostre Chiese orientali a quelle cultura araba che dovremmo sempre più conoscere e valorizzare. Si può dire che attraverso il Sinodo il grido dei cristiani orientali ha raggiunto il cuore e lo spirito sia dell’Oriente che dell’Occidente? Ascoltando le rivendicazioni delle masse popolari dalla Tunisia all’Egitto, passando per la Libia e i Paesi del Golfo, non si può non percepire un legame misterioso tra l’appello del Sinodo e tutto ciò che la gioventù araba e musulmana rivendica oggi, come la giustizia e libertà. A conferma di quanto abbiamo anticipato si può citare questo passo, tratto dal Messaggio finale del Sinodo: «Diciamo ai nostri concittadini musulmani: siamo fratelli e Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Insieme noi costruiremo le nostre società civili sulla cittadinanza, sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza. […] Noi vogliamo offrire all’Oriente e all’Occidente un modello di convivenza tra le differenti religioni e di collaborazione positiva tra diverse civiltà, per il bene delle nostre patrie e quello di tutta l’umanità» (Nuntius, n. 9). Peraltro nessuno può negare il legame intrinseco tra la religione musulmana e la lingua araba. Almeno una decina di versetti coranici insistono sul fatto che il Corano è in lingua araba. In un certo senso questa lingua è diventata, grazie al Corano, una lingua sacra, venerata certamente dagli arabi ma più in generale dai musulmani. Attraverso questa lingua, essi possono raggiungere il cuore della loro fede. Detto questo, dovremmo aggiungere che con l’avvento dell’Islam i cristiani orientali, che parlavano per lo più l’aramaico, hanno potuto apprendere con facilità l’arabo, anch’esso lingua semitica e già parlato da numerose tribù cristiane prima dell’Islam. I cristiani, con la loro vocazione a essere con gli altri e per gli altri, hanno adottato la lingua araba e ne hanno fatto una lingua della loro cultura, pur mantenendo particolarità linguistiche proprie alle loro liturgie o alle loro etnie. Nei periodi di grande fioritura della cultura e della civiltà araba, i cristiani rappresentavano particolarità religiose e nello stesso tempo contribuivano al progresso di questa civiltà e della scienza in vari campi, in particolare in quello del lavoro di traduzione della filosofia greca o in quello della medicina. Ancora oggi l’ambito dell’arabità culturale, che include l’Islam, può essere un vasto campo di creatività umanista cristiana all’interno di questa cultura. Oggi le scienze umane sono in grado di offrirci approcci che rivitalizzano dall’interno la cultura araba e invitano a compiere studi critici piuttosto che ideologici sulla realtà sociologica e religiosa. I cristiani arabi o di cultura araba hanno una sensibilità orientale e sono determinati a conservare la propria identità di cristiani, in comunione con i loro concittadini attraverso la ricchezza di questa cultura. Duplice negazione Quali sono le condizioni di questo nuovo umanesimo arabo o di quella che vogliamo chiamare “arabità culturale”? Con questa espressione non vogliamo definire né un’arabità “nazionalista”, come è avvenuto nel XIX e nel XX secolo, né un’arabità che si lasci assorbire, come vorrebbero alcuni integrismi, da un dogmatismo religioso. Utilizzando adeguatamente le scienze umane e guardando con rispetto all’Islam e al suo rapporto con la lingua araba, i cristiani possono rappresentare ambienti di apertura e di prosperità per tutti. L’atteggiamento che i cristiani d’Oriente ricercano si fonda innanzitutto su una duplice negazione: quella di considerarsi dhimmî, ossia protetti dell’Islam, e quella di collocarsi al di sopra delle società musulmane nel nome di una fede o di una civiltà superiore che li porrebbe spontaneamente a fianco dell’Occidente o della globalizzazione. Questa duplice negazione li porta invece a un’affermazione che li aiuta a esprimere la propria identità di cristiani orientali partendo dalla cultura araba. Abbiamo appena sottolineato il rapporto intrinseco tra Islam e lingua araba, a tal punto che per i musulmani si può parlare di un’identificazione tra Islam e arabità. Se i cristiani arabi prendono sul serio la cultura araba in quanto umanesimo, maniera di abitare il mondo e di dire l’Assoluto di Dio, non possono non introdurre all’interno di questa cultura un’alterità. Per i cristiani, non si tratta più di un’identificazione immediata tra Islam e arabità, ma piuttosto di un’apertura all’alterità e dunque, all’universale. I cristiani, per mezzo di un approccio serio e rispettoso alla cultura araba, partendo dalle scienze umane, possono contribuire alla modernizzazione dell’Islam e facilitare un approccio critico e positivo alla modernità. Essere un’alterità è un cammino di umiltà per i cristiani orientali, ciò che li libera dalla tentazione della paura, della chiusura, dello scoramento e dell’emigrazione, così come dal desiderio di identificarsi con tutto ciò che è potere occidentale, superiorità e sicurezza assoluta e irresponsabile. Una rilettura dell’apporto dei cristiani orientali al progresso della civiltà araba e musulmana ci permette di guardare a strade di apertura, di fiducia e conversione. Non possiamo, nei limiti imposti da un breve articolo, soffermarci sull’apporto dei cristiani arabi nel periodo degli omayyadi (640-750), degli abbasidi (750-1258) o del “Rinascimento” (al-Nahda, XIX e XX secolo). Nel grande dibattito tra fede e ragione, tra Islam e cultura, i cristiani non hanno detto tutto – e chi potrebbe farlo? – ma piuttosto hanno aperto nel tessuto arabo-musulmano spazi di libertà e di comunicazione tra fede e ragione. La cultura araba che si identifica immediatamente con la rivelazione coranica –un Corano arabo – dovrebbe essere affrontata con un rispetto e una serietà che permettano, a tempo debito, di dire una parola di verità e di percorrere cammini autentici verso l’universale. Tale alterità, vissuta come una dinamica di libertà che prenda le distanze da un atteggiamento da dhimmî dal complesso di superiorità e alienazione verso l’Occidente, è di per sé un terreno di dialogo e non di conflitto. Infatti i musulmani, soprattutto quanti si occupano di filosofia e teologia, trovano in questa cristianità araba e orientale un luogo in cui è possibile pensare la propria fede e tradizione coranica. Nel mettere in dubbio le nostre Scritture “falsificate” e nel ricercare il contesto storico delle narrazioni coraniche tratte dalla Bibbia e dai Vangeli, essi non possono fare a meno della critica razionale. Infine, quest’alterità cristiana, invece di essere provocatrice, infedele, “associazionista”, potrebbe diventare allo stesso tempo un’esperienza spirituale e umana. D’altra parte, alcuni musulmani possono essere disturbati da un Cristianesimo arabo che resiste dall’avvento dell’Islam nel VII secolo. Altri, meno numerosi, sono invece attratti da un Cristianesimo arabo che testimonia una relazione personale tra l’uomo e Dio e tra gli uomini stessi, che affonda le proprie radici nei Vangeli. La tradizione mistica dell’Islam non ha forse cercato di incontrare Dio al di là del dogmatismo, diventando un luogo di dialogo e comunione? Superare paura e vittimismo L’antropologia, la sociologia, la psicologia, l’esegesi basata sulla critica letteraria dei testi sono altrettanti ambiti in cui lo spirito può esercitare una lettura critica delle realtà umane al fine di poter pronunciare una parole latrice di maggiore precisione e dunque di verità. Certamente queste discipline sono insegnate nelle nostre università. Eppure crediamo che molto spesso esse si arrestino a un livello solo teorico e non trovino applicazione pratica per timore di una critica che potrebbe nuocere a certe rappresentazioni statiche della verità religiosa e politica. Tutti questi movimenti di giovani e di masse alla ricerca di dignità, libertà e giustizia vogliono dire ai regimi corrotti: «Noi vogliamo maggiore rigore e sappiamo che si può ottenerlo solo per mezzo di una vera scienza». Dicono la stessa cosa alla modernità e alla mondializzazione che bussano alla loro porta e che essi ormai frequentano ogni giorno dal loro schermo: «Vogliamo essere cittadini del mondo, come tutti, e nello stesso tempo vogliamo restare dignitosamente noi stessi». L’arabità culturale che i cristiani e i musulmani del mondo arabo già possiedono è un luogo ricco di energie nuove. Non si dovrebbe, per compiacere gli arabi, acquistare il loro petrolio, ma piuttosto apprezzare le ricchezze umane misteriosamente nascoste nel loro ricco patrimonio. I cristiani arabi, figli di queste terre, conoscono per istinto e per empatia la sete del mondo arabo-musulmano e sono in grado di parlare in confidenza e spianare i sentieri di giustizia e di pace per tutti. In conclusione, ecco alcune proposte che precisano, dal punto di vista pratico, la vocazione dei cristiani orientali nel cuore dell’arabità culturale di oggi. È chiaro che, di fronte alla modernità e alla globalizzazione, il mondo arabo-musulmano si sente minacciato e perde fiducia in se stesso e negli altri. In questo contesto, i cristiani orientali, invece di emarginarsi e scegliere la via dell’emigrazione, sono chiamati, rileggendo la loro storia, a ricercare per sé stessi e le loro società sentieri di fiducia, evitando di confinarsi in un psicologia “vittimistica”. Per questo devono superare le loro paure e dar prova di sincerità nel loro rapporto con l’Europa e gli Stati Uniti, cercando di spiegare all’Occidente le aspettative dei musulmani e all’Islam la problematica della modernità razionale. Questo ci porta a dire che, come cristiani, non dovremmo ideare strategie che blocchino lo sviluppo dell’Islam ma, al contrario, all’interno di società multiculturali, dovremmo creare dialoghi pluridimensionali e impegnarci efficacemente nell’evoluzione dell’Islam e nella sua modernizzazione, in uno spirito di amicizia e di fiducia. Inoltre, questa evoluzione socioculturale può realizzarsi esclusivamente in un atteggiamento di collaborazione. Alla fine, il vero Islam dovrebbe comprendere che non potrà modernizzarsi prescindendo dalla pace con i cristiani. Questo percorso di pace lo porterà a liberarsi dai complessi di paura dell’altro. I cristiani orientali possono, insieme ai pensatori musulmani, rileggere la storia filosofica araba, valorizzando la dimensione razionale e critica. Attraverso questo lavoro culturale, al quale hanno contribuito molti cristiani, il mondo musulmano ritroverà la sua unità nazionale e universale, ciò che l’aiuterà a liberarsi dal fondamentalismo e dall’appello alla violenza che conduce sempre più verso la morte. Nella storia della Chiesa caldea e della Compagnia di Gesù, compaiono figure di spicco del Rinascimento, tra i quali Padre Louis Cheikho (1859-1927) e Padre Paul Nwiya (1925-1980). I cristiani orientali possono contribuire alla nascita di una società pluri-religiosa promuovendo il dialogo e permettendo una conoscenza obiettiva della religione dell’altro. In questo modo, musulmani e cristiani possono ricercare una democrazia laica ricorrendo a una lingua nuova, quella della “civiltà della vita in comune”, all’interno dell’arabità culturale. Alla luce di quanto abbiamo detto, la vocazione dei cristiani d’Oriente è quella di diventare un ponte o meglio ancora un modello di comunione tra l’Occidente cristiano e il mondo musulmano. È questo l’appello del Sinodo che abbiamo citato a mo’ d’introduzione. Olivier Roy, in un articolo apparso su Le monde il 12 febbraio 2011, dopo una perspicua analisi di tutti i movimenti popolari che investono il mondo arabo, invita a prestare attenzione a ciò che la cultura araba può ancora dirci oggi: «Ciò che sta accadendo oggi dimostra che gli attori locali hanno tratto essi stessi una lezione dalla loro storia. Certo, avremo ancora a che fare con l’Islam e sicuramente la democrazia liberale non è la “fine della storia”, ma ormai è necessario pensare l’Islam nel quadro di una sua crescente autonomia rispetto a una cultura detta “arabo-musulmana” che, oggi non più di ieri, non è mai rimasta chiusa in se stessa».

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