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Le nostre letture

Arabi a Chicago: spregiudicati e inquieti

Questo articolo è pubblicato in Oasis 8. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 16:52:40

Autore: ‘Alâ’ al-Aswânî, Titolo: Chicago Editore: Feltrinelli, Milano 2008 La produzione saggistica araba, soprattutto quando interseca il piano delle questioni relative alla religione (il che vuol dire, in pratica, sempre… data la pervasività della tradizione islamica in ogni aspetto dell’esistenza), soffre di forti limitazioni e pesanti forme di autocensura che anche alcuni intellettuali locali denunciano senza mezzi termini: «tutto ciò che l’autore scriverà, a dispet¬to della neutralità che si sforzerà di mantenere, sarà percepito come una scelta di campo religioso, ideologico, etnico o politico. Per quanto egli tenterà di dissociarsi, la società continuerà a valutarlo secondo i propri criteri e gli negherà ogni neutralità. Egli lo sa e sa che, impegnandosi nella ricerca, è condannato a perdere la propria innocenza, in quanto sa che alla fine potrà essere condannato. È quindi del tutto naturale che - non essendo ogni intellettuale necessariamente un eroe - in tali condizioni non tutto venga detto e che il discorso dell’intellettuale a proposito della religione, del diritto, della politica sia diplomatico, fatto di silenzi, prudenza e furbizie, sia in definitiva un discorso corrotto» (Yadh Ben Achour). Fortunatamente, nel campo più propriamente letterario resta invece spazio per trattare ì temi anche di scottante e controversa attualità. Pur non mancando difficoltà a pubblicare e a diffondere opere di questo taglio, la modalità della narrazione offre spesso spiragli felici e inattesi. Lo scrittore immagina una fiction nella quale ci trasporta come in una personale e irripetibile avventura. Figlio di una famiglia aperta e formatosi nell’Egitto pluriconfessionale dell’epoca nasseriana, dopo gli studi all’estero e pur continuando la professione di dentista, l’autore si fa interprete del proprio Paese e dei destini della sua gente con un’immediatezza straordinaria. In questo suo secondo romanzo trasferisce l’azione nella comunità di emigrati che dalle sponde del Nilo si sono stabiliti nella capitale dell’Illinois (come anch’egli ha fatto in gioventù) per completare gli studi. Molti dei temi già presenti nel primo libro si ripropongono, come la povertà, la corruzione, i disordinati comportamenti sessuali dei protagonisti, sempre privi di una valutazione morale o di un esplicito intento di denuncia. Il fine dell’autore è quello di osservare e di fornire al lettore uno specchio nel quale vedere riflessa l’immagine della realtà, dolente e contraddittoria, come già altri grandi narratori arabi (a partire dal premio Nobel Naghib Mahfuz) hanno fatto prima di lui. L’ambientazione americana gli offre però l’occasione di trattare con ancor maggiore spregiudicatezza alcuni delicatissimi problemi. L’assoluta libertà e l’estrema competitività che caratterizzano la società statunitense, le cui possibili involuzioni non vengono sottaciute, sembrano servire soprattutto come lente d’ingrandimento delle grandezze e delle miserie umane che vi sono descritte. In particolare quelle degli espatriati che devono affrontare la dura prova di uno spaesamento culturale potenzialmente alienante, ma anche capace di metterli di fronte a se stessi senza sconti. Disillusioni, ambizioni, ipocrisie e pregiudizi si mescolano a nostalgie, affetti, ideali e generosità, abbattendo ogni tipo di barriera che pretenda di separare il bene dal male tra i diversi tipi di personaggi e allo stesso interno. Ciò non significa la rinuncia ad affrontare anche temi tabù, come nella relazione tra un giovane egiziano e una ragazza americana che si scopre infine essere di origini ebraiche, o addirittura nel caso (ispirato a un evento realmente accaduto) di un cardiochirurgo copto costretto a lasciare l’Egitto in quanto la sua confessione religiosa gli impediva di proseguire la carriera e che si trova a dover operare proprio il superiore musulmano che l’aveva ostacolato in patria, diviso tra l’istinto di vendicarsi e l’imperativo morale di non rendere male per male. Una società viva non può prosperare se si rifiuta di affrontare le proprie contraddizioni, celandosi dietro una cortina di reticenze radicate in un’intricata commistione di timori, interessi e rimozioni.

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