close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Le nostre letture

Per aprire la porta dell’Islam

Questo articolo è pubblicato in Oasis 8. Leggi il sommario

Ultimo aggiornamento: 10/06/2019 16:56:10

Autore: Samir Khalil Samir Titolo: Cento domande sull’Islam Edizione inglese: 111 Questions on Islam, Ignatius Press, 2008 Edizione francese: Les raisons de ne pas francese craindre l’Islam, Presses de la Renaissance, Paris 2007 Pubblicato per la prima volta in lingua italiana da Marietti nel 2002, Cento domande sull’Islam ha conosciuto un notevole successo editoriale: oltre alle recenti traduzioni francese e inglese, il testo è stato infatti edito anche in spagnolo con il titolo Cien preguntas sobre el Islam (Encuentro, Madrid 2003). La ragione di questo successo risiede senza dubbio nell’attualità del tema e al tempo stesso nel metodo espositivo adottato. Due giornalisti specializzati pongono a uno dei maggiori islamologi cattolici quelle domande che, confusamente o esplicitamente, sono oggi all’ordine del giorno: chi è Muhammad, quali sono i fondamenti della fede islamica, che cos’è veramente il jihâd e via dicendo. In poco più di 100 domande, gli intervistatori riescono a condensare la maggior parte dei quesiti oggi al centro del dibattito mediatico. L’autore, dal canto suo, non si sottrae alle provocazioni trincerandosi dietro tecnicismi e filologismi, come spesso avviene in ambito accademico quando si trattano argomenti scottanti. L’Islam è uno di quei temi su cui è richiesta maggiore preparazione per scrivere un’opera divulgativa che un articolo iperspecialistico. Il punto di vista adottato è quello di un arabo di fede cristiana e cultura musulmana. È lo stesso autore, quasi en passant, a fornire questo sorprendente ritratto di sé, rispondendo a una domanda sull’Islam europeo: «Io, cristiano arabo, sono culturalmente musulmano» (p. 123 dell’edizione italiana). Il volume è diviso in cinque grandi sezioni: la prima, I fondamenti, esamina brevemente la figura di Muhammad e il libro sacro dei musulmani, concludendo con una panoramica dei cinque pilastri dell’Islam. Tra i luoghi comuni sfatati va certamente citato quello, propagandato oggi sia da una parte della letteratura occidentale che dalle correnti fondamentalistiche islamiche, che farebbe di Allâh un nome proprio del Dio musulmano, al pari di YHWH nell’Antico Testamento. La seconda e la terza sezione, dal titolo L’Islam può cambiare? e La sfida dei diritti, affrontano spinosi interrogativi come l’autorità religiosa, il jihâd, il rapporto con la modernità. In sintesi, l’opinione dell’autore, vicina peraltro alle idee espresse da alcuni riformisti musulmani come Muhammad Mahmud Taha, è che nei -testi fondativi dell’Islam si trovino passi che esortano alla pace e alla concordia nei confronti dei fedeli delle altre religioni, ma anche passi dal tono molto più bellicoso e violento, che, per il fatto di essere cronologicamente successivi, sarebbero più rilevanti sul piano legale, almeno secondo l’esegesi corrente. L’Islam non ha ancora elaborato un’interpretazione unitaria di questi brani e ogni gruppo tende a sostenere le proprie idee “a colpi di versetti”, valorizzando una parte della tradizione a scapito dell’altra. Circa l’Islam europeo, cui è dedicata la quarta sezione, l’autore espone una personale teoria che potremmo definire “della maionese”: «Essendo di turno in cucina, dovevo preparare la maionese per la comunità dei gesuiti con i quali vivevo. Trattandosi di 150 persone e non avendo a quei tempi nessun elettrodomestico che aiutava, la faccenda non era affatto semplice. […] Era un’operazione impegnativa, la cui riuscita dipendeva soprattutto dalla capacità di fare amalgamare da subito gli ingredienti per ottenere un “nucleo duro” che consentisse di poter assimilare successivamente anche cinque litri d’olio […] Accade lo stesso nella società: solo se è garantito un “nucleo duro” iniziale, un sottofondo di riferimento a livello antropologico, le comunità straniere possono amalgamarsi (p. 154). Il fallimento delle politiche multiculturaliste invita certamente a rivolgere la ricerca in questa direzione. È infine nella quinta sezione, sul dialogo islamo-cristiano, che il lettore trova esplicitato il principio ispiratore di tutto il testo: No al ballo in maschera, sì all’amore per la verità. Nonostante gravi difficoltà e incomprensioni, sembra che questo principio sia ormai dato per assodato nelle più recenti iniziative di dialogo. L’amore alla verità impone di affrontare, da entrambe le parti, anche gli argomenti scomodi, ma ciò potrà essere realizzato con successo soltanto se sarà compiuto in spirito di carità.

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale