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Medio Oriente e Africa

Chi vende le armi ai terroristi?

Miliziani dell’opposizione siriana ad Aleppo nel 2017 [Mohammad Bash / Shutterstock]

È la domanda che Papa Francesco ha posto al ritorno dal suo viaggio in Iraq. Non esiste una risposta univoca ma alcune responsabilità sono note

Ultimo aggiornamento: 18/03/2021 10:25:18

Nel corso dell’udienza del 10 marzo 2021, la prima dopo il viaggio in Iraq, Papa Francesco ha formulato una domanda molto precisa: «chi vendeva le armi ai terroristi? Chi vende oggi le armi ai terroristi, che stanno facendo stragi in altre parti, pensiamo all’Africa per esempio? È una domanda a cui io vorrei che qualcuno rispondesse». Prendendo sul serio la provocazione del Papa proviamo a fare un po’ di ordine e cerchiamo di suggerire alcune risposte.

 

Francesco, anzitutto, non è per fortuna l’unico a porsi il problema: a novembre 2018 il Parlamento europeo si è detto «scioccato» dalla quantità di armi europee che sono finite nelle mani di ISIS in Siria e Iraq. In particolare, Romania e Bulgaria sono state ritenute colpevoli di non rispettare i protocolli redatti appositamente per evitare che le armi finiscano nelle mani dei gruppi terroristici. Strasburgo però non si è limitata a incolpare questi due Paesi, ma ha invitato a interrompere la vendita di armi a Stati Uniti e Arabia Saudita, per lo stesso timore. Purtroppo, però, è noto che agire con un’unica, coerente, linea politica non è il piatto forte dell’Unione Europea, e così i singoli Stati hanno poi scelto di seguire ognuno la propria linea o il proprio interesse nazionale: chi adottando politiche più restrittive sulla vendita di armamenti, come Belgio, Germania e Olanda, chi proseguendo business as usual, come Francia, Regno Unito e anche Italia (salvo il recente provvedimento che ha coinvolto le esportazioni verso l’Arabia Saudita, che però sembrava ispirato più da motivazioni di politica interna).

 

Un mercato “florido” e una storia complicata

 

Che, soprattutto in Medio Oriente, sia difficile fermare la vendita di armi è economicamente più che comprensibile: i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) mostrano infatti che questa regione è il secondo mercato più rilevante a livello globale (33% degli import globali), dietro soltanto alla ben più ampia area “Asia e Oceania”. Gli stessi dati dicono però che gli ultimi 5 anni hanno visto una crescita del 7% per l’area mediorientale a fronte di una decrescita del 3% dell’area asiatica. E se analizziamo più nel dettaglio la macro-categoria “Medio Oriente” osserviamo che il più grande importatore di armi è senza dubbio l’Arabia Saudita. Non solo per volumi di acquisti, ma anche per crescita percentuale: +192% nel periodo 2014-2018 rispetto ai cinque anni precedenti.

 

Queste osservazioni, però, non rispondono ancora alla domanda di Papa Francesco. Sappiamo, per citare un caso tra i tanti, che i sauditi hanno comprato un grande quantitativo di armi utilizzate anche per la terribile guerra in Yemen. Ma cosa ci dice questo sulle armi così diffuse in Siria e Iraq, o in alcuni Paesi africani? Poco.

 

È necessario allora introdurre alcuni dati storici. Gruppi jihadisti sono presenti in teatri di guerra almeno dal 1979. Allora i mujaheddin che combattevano in Afghanistan contro l’invasione sovietica ricevevano armi da buona parte del blocco occidentale, soprattutto tramite il Pakistan. Ma dopo il ritiro sovietico le armi sono rimaste in possesso di questi combattenti, che hanno continuato ad utilizzarle sia in Afghanistan, cosa della quale hanno beneficiato anche i talebani, sia in altri scenari bellici, come l’Algeria o i Balcani.

 

E se guardiamo nello specifico al caso dell’Iraq ci accorgiamo che in fondo la questione non è così differente. Nel 1980, pensando di sfruttare a proprio favore il cambio di regime avvenuto l’anno prima a Teheran, Saddam Hussein invase l’Iran dando il via a una sanguinosa guerra conclusasi solo nel 1988. Come ha documentato Amnesty International, durante questo conflitto 34 Paesi differenti hanno rifornito di armamenti Baghdad e ben 28 di questi hanno fatto lo stesso con l’Iran. Poi, a inizio anni ’90 una nuova guerra, con l’invasione del Kuwait e l’operazione Desert Storm, un’altra nel 2003 con la conseguente guerra civile, e infine i fatti più recenti che ricordiamo tutti, nei quali alle devastazioni provocate dall’Isis si è sommata la distruzione causata dalla campagna di riconquista dei territori del “Califfato”, durante la quale Mosul è stata in gran parte distrutta.

 

Da un certo punto di vista, quindi, la risposta alla domanda del Papa potrebbe essere che le armi in Iraq semplicemente ci sono, sono a disposizione di tutti o quasi, come conseguenza dei decenni di conflitti. Lunghi periodi in cui – come ha scritto sempre Amnesty – le armi erano libere di entrare e uscire dal Paese senza controlli, senza verifiche sulle scorte e accertamenti seri sui magazzini statali, il tutto favorito dalla corruzione endemica.

 

Ricostruire le tappe intermedie

 

Tuttavia, questa è solo una parte della risposta. Le armi, infatti, portano sempre con sé delle informazioni. Quando in Siria o in Iraq si ritrovano fucili, munizioni o esplosivi improvvisati, è sempre piuttosto facile stabilire almeno due cose: chi ha prodotto quel pezzo e chi ne è stato l’ultimo possessore. Più difficile è ricostruire tutta la catena intermedia e capire come le armi siano passate dai produttori ai gruppi terroristici.

 

Come tendenza generale il Conflict Armament Research (CAR) stima che “solo” il 22% delle armi che sono illegalmente finite nelle mani di soggetti non statuali, in Medio Oriente e altrove, abbia origine da spedizioni direttamente gestite o sponsorizzate da entità statuali. Il 42% di queste armi è stato invece ottenuto grazie alla vittoria in battaglia e alla conseguente appropriazione degli armamenti dei nemici, oppure trae la sua origine dal mancato controllo su depositi statali. Secondo il CAR un altro 27% deriva da scorte nazionali in cui non è stato possibile stabilire la causa dell’appropriazione e infine il 5% deriva dal fallimento di uno Stato. È emblematico in questo senso il caso libico, con traffici documentati che hanno portato forniture belliche dalla Libia alla Siria.

 

Pur senza rinunciare a stabilire le responsabilità individuali e statali, questi dati suggeriscono che dovremmo chiederci non solo chi fornisca le armi ai terroristi, ma anche cosa permetta loro di impossessarsene. Corruzione, debolezza o assenza del potere statuale, disorganizzazione delle forze armate, ostilità verso lo Stato di residenza, politiche settarie, desiderio di vendetta.

 

Il caso di ISIS

 

Nel caso specifico delle armi di ISIS i dati raccolti dal CAR, che ha realizzato una ricerca sul campo di tre anni, mostrano che per la maggior parte le armi usate dai terroristi sono state prodotte negli anni ’80 da Paesi dell’ex Patto di Varsavia, come Russia, Romania e Bulgaria. Tuttavia, se consideriamo unicamente le armi più recenti osserviamo un cambiamento significativo: il più grande produttore in questo intervallo di tempo è – per grande distacco – la Cina.

 

Un momento di svolta è stato poi lo scoppio delle rivolte in Siria nel 2011 e la formazione dei gruppi di opposizione a Bashar Assad. Infatti, come evidenziato dai dati del CAR, molti di questi gruppi hanno ricevuto rifornimenti da parte di Stati Uniti e Arabia Saudita, che hanno funzionato come intermediari tra i Paesi produttori e i destinatari finali. Ma questi gruppi ribelli sul campo sono stati sconfitti dall’Isis, che si è poi appropriato del loro materiale. Se è vero che lo Stato Islamico le armi le aveva già (altrimenti come sconfiggere queste milizie?) e che il possesso di armi fornite loro dall’estero da parte di altri gruppi ribelli non ha creato il problema, è anche vero che sicuramente l’ha ampliato. Una dinamica simile è riscontrabile in Iraq, dove l’Isis si è impossessato delle armi lasciate dall’esercito iracheno che batteva in ritirata nel 2014, quando le forze del Califfato conquistavano Mosul.

 

Un passo avanti

 

La novità significativa introdotta dall’Isis, favorita anche dalla sua natura simil-statuale e che ha portato a parlare di “rivoluzione industriale del terrorismo”, è stato l’avvio di una industria bellica ad hoc. Soprattutto per quel che riguarda esplosivi, propellenti e razzi (e in parte anche droni), l’Isis ha mostrato capacità industriali, adottando standard specifici, come le dimensioni dei tubi dei mortai, o l’utilizzo della stessa combinazione di alluminio a nitrato d’ammonio rinvenuta a Mosul, Tikrit e Fallujah.

 

La questione rischia allora di diventare non più chi rifornisce di armi i terroristi, ma come questi facciano a prodursele da soli. L’Isis infatti importava (importa?) grandi quantitativi di materiale comune come fertilizzanti, pasta d’alluminio o sorbitolo, soprattutto grazie a network familiari nel sud della Turchia. È con questi materiali che, poi, ha costruito i propri arsenali, beneficiando del know-how dei suoi militanti. Tra di essi, infatti, molti avevano lavorato nel settore petrolifero iracheno e molti altri erano ingegneri. Si tratta di una pratica che dovrebbe preoccupare particolarmente se pensiamo a un futuro prossimo nel quale sarà sempre più abituale utilizzare stampanti 3D per dare corpo ai progetti (anche complessi) scambiati nel dark web.

 

Da un punto di vista giuridico le clausole contrattuali che dovrebbero prevenire il rischio che le armi acquistate dai governi finiscano nelle mani di gruppi non statuali sono già ampiamente diffuse. Semplicemente, però, sono ignorate. In fondo, in Siria e Iraq sta avvenendo quanto successo in Pakistan e Afghanistan negli anni ’80: un precedente di pessimo auspicio, visti gli strascichi di quella fase storica.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
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